Mauro Vegni: «Il mio Giro tra il mito di Pantani e la sfida del doping. Lo Zoncolan? Una montagna meravigliosa»

L'ex direttore della Corsa Rosa si confessa: «Oggi il ciclismo è business e social, si è persa la dimensione umana. Il momento più difficile? Il blitz di Sanremo 2001, rischiammo di chiudere»

Antonio Simeoli
Il direttore del Giro d’Italia, Mauro Vegni
Il direttore del Giro d’Italia, Mauro Vegni

Trentun anni di Giro d’Italia. Da un paio di mesi Mauro Vegni non è più il direttore della corsa rosa, incarico che ricopriva dal 2012 dopo anni di direzione di corsa. Con noi ripercorre tre decenni di grande ciclismo col Nord Est quasi sempre protagonista.

Direttore, il primo Giro?

«Maggio 1995, Perugia. Entro nell’organizzazione, dopo anni alle corse di Franco Mealli e da responsabile dei Mondiali di Agrigento nel 1994, come vice del patron Carmine Castellano, un avvocato sorrentino con la passione del ciclismo che mi ha dato tanto e ci ha lasciato proprio tre giorni fa. Pioveva, come avrebbe piovuto in tutta quell’edizione vinta da Tony Rominger».

Com’è cambiato il Giro?

«Totalmente. Il ciclismo ha perso la sua dimensione umana. Ora è businnes, organizzazione maniacale dei team. Negli ultimi anni ho visto corridori della stessa squadra neanche incrociarsi per la cena. Ci sono social media manager, portavoci che parlano per loro. Tutto è tecnologico, ma gli atleti hanno perso la capacità di relazionarsi. Impera il risultato e c’è una tale pressione sugli atleti che spesso non la reggono, vedi Dumoulin o Kittel che hanno smesso prima, ma sono solo due esempi».

E il ciclone Pantani?

«Nessuno come lui è riuscito poi a infiammare le folle, nemmeno Pogacar che è un nuovo Merckx. Buttava via la bandana e attaccava, io l’ho visto da vicino nel 1998. Madonna di Campiglio un anno dopo fu gestita male da chi gli stava vicino: dopo un periodo di stop doveva tornare a correre al Tour e avrebbe superato la cosa come fece proprio Merckx. Invece, allontanato dal suo mondo, e da chi lo proteggeva come Felice Gimondi o Luciano Pezzi, è naufragato».

Il doping ha rischiato di uccidere il ciclismo.

«Furono anni terribili per gli organizzatori e le stesse squadre che non riuscivano a fermare la piaga. I corridori erano ostaggio di stregoni. Ogni tappa rischiava di essere l’ultima, col blitz a Sanremo dei Nas nel 2001 il Giro ha rischiato di chiudere. Nemmeno forse al Giro del Covid nel 2020, con i contagi che aumentavano in carovana ci siamo andati così vicino».

Poi?

«Gli sponsor se ne stavano andando, abbiamo fatto quadrato e sono arrivati i controlli ferrei».

E la gente non vi ha abbandonato.

«Quando Armstrong fu smascherato nel 2010 la rinascita era già iniziata. La gente si esalta con le loro imprese dei corridori. Il ciclismo ha trovato gli anticorpi per rinascere. Un campione come Contador, che sulla strada ha vinto tre Giri, ha fatto tanto. Nibali il resto».

Dieci anni fa vinse il secondo Giro a Sant’Anna di Vinadio.

«Volli quella tappa perché era l’arrivo saltato per il blitz dei Nas. La folla abbracciò il trionfo di Vincenzo lassù».

Chi sarà il prossimo italiano? Pellizzari?

«Il distacco tra i nostri e i big è ancora tanto».

Due anni fa ha assistito all’ssolo di Pogacar.

«Fenomenale, cannibale a livello di Merckx».

Sabato avrebbe voluto gustarselo sulla macchina del direttore di corsa a Sanremo?

«No, io mi gustavo la corsa, chiunque vincesse. E la Sanremo è la più bella perché chiunque può partire sognando di vincerla».

Se le dico Giro 2011 cosa ricorda?

«La tragedia di Weylandt morto nella discesa del Bocco. Per la sicurezza mi sono speso tanto, ma quei ragazzi rischiano sempre sulla strada. Fu anche l’anno del Crostis mancato. Troppi rischi lassù, anche se l’amico Enzo Cainero con gli anni mi ha insegnato che tutto quello che progettava diventava un successo come lo Zoncolan, meravigliosa montagna scoperta dal Giro, in corsa più spettacolare dal versante di Sutrio. Negli anni ho però imparato che mettere troppe salite spesso blocca la corsa, lo spettacolo ci rimette e la gente non si appassiona».

Il suo podio delle salite del cuore?

«Posso farlo allargato a 4?».

Prego.

«Stelvio, Marmolada, Zoncolan e Colle delle Finestre».

L’ex direttore del Giro posso cosa pensa del Tour?

«È su un altro pianeta, questione di mentalità: in Francia sanno che la Grande Boucle è la loro carta vincente». —

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