Mancini, buon cittì e scopritore di talenti. Ma quell’addio per gli arabi pesa ancora
La nomina di Roberto Mancini alla guida degli Azzurri di calcio. Dalla sua è abile a valutare i giocatori e lanciare i giovani, ma difficilmente si dimenticherà la sua scelta di lasciare all’improvviso l’incarico della Nazionale per diventare allenatore dell’Arabia Saudita

Molte cose si possono pensare e dire di Roberto Mancini, tranne due: che non sia un allenatore e che non sappia fare il commissario tecnico. Ovvero ciò che la maggior parte di pubblico e critica imputava ad Andrea Pirlo. Mancini ha vinto campionati e titoli quasi ovunque e, nella sua prima esperienza in Nazionale, ha avuto il merito di regalarci il secondo titolo europeo, che mancava da 55 anni.
Un trionfo straordinario e inatteso, alla guida di una nazionale poco più che buona, ma che sapeva giocare di iniziativa e non di controllo, coraggiosa e compatta, reattiva e verticale. Non solo. Con trenta vittorie e sette pareggi, Mancini detiene il record di imbattibilità degli azzurri. Segno che aveva costruito una squadra affidabile.
Tuttavia Mancini non è il più bravo ct perché ha vinto. Ma perché, tra tutti, è l’unico che sa valutare i giocatori (vedi la scoperta Retegui) e, soprattutto, l’unico a lanciare i giovani, da Pafundi e Gnonto. Mentre gli altri si abbandonano a doglianze perché non ce ne sono abbastanza, lui li scova e li mette in campo.
Certo, anche Mancini, come quasi tutti, ha le sue ombre. Una si chiama Macedonia del Nord, ovvero l’avversario che, al primo spareggio, ci sbarrò la strada verso il Mondiale del Qatar. L’altra è la decisione di lasciare Nazionale e federazione in mezzo a una strada, a ferragosto di tre anni fa, per diventare ct dell’Arabia Saudita.
Nonostante l’ingaggio di 25 milioni – l’unica ragione della scelta –, Mancini si pentì quasi subito. Sia perché non arrivarono i risultati, sia perché entrò in contrasto con l’establishment calcistico locale. La realtà, seppur ammantata e ammorbidita dai soldi, fu più dura e frustrante di quel che potesse pensare. Si allargò, poi, la macchia di aver infranto non solo un patto con l’allora presidente Gravina (che l’aveva confermato nonostante l’eliminazione dal Mondiale), ma anche con l’Italia calcistica che lo rispettava o lo ammirava.
La conquista dell’Europeo, anche se non poteva rappresentare un salvacondotto per Mancini, era pur sempre un successo che aveva creato entusiasmo e consenso. Buona parte dei tifosi considerava la mancata qualificazione più un inciampo (ricordate i due rigori falliti da Jorginho contro la Svizzera?) che una questione endemica, come si è rivelata successivamente. Ma il tradimento no. Le dimissioni via pec e la fuga all’estero non furono tollerate. E, a giudicare da certe esternazioni, non sono per nulla superate.
Credo, dunque, che altre critiche (se non di peggio) pioveranno addosso a Giovanni Malagò, finito sotto inchiesta, almeno formalmente, per un ricorso presentato alla Procura del Coni. Un candidato non ammesso alle recenti elezioni della Federcalcio, ipotizza che Malagò non fosse tesserato al momento delle votazioni, condizione indispensabile per essere eleggibile. Mi sbaglierò, ma mi pare un altro granello destinato a scombussolare i già cigolanti meccanismi di questa partenza.
La stessa nomina di Claudio Ranieri a direttore tecnico e presidente del club Italia, ruolo che è stato fino a martedì di Maldini, seppur del tutto condivisibile per la caratura del personaggio, è stata frettolosa (Ranieri era al mare in Calabria) e un po' acrobatica per i tempi e i modi. Questa volta nessuna condivisione, il presidente ha voluto fare in fretta e di testa sua.
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