Caso ct della Nazionale di calcio, se si scambia la protervia per autonomia

Le dimissioni di Maldini e Leonardo hanno sorpreso solo in parte Malagò, colpevole di avere scelto i due dioscuri senza sapere con chi avesse a che fare. Ingenuità che, da uno della sua esperienza e reputazione, nessuno si sarebbe aspettato. Invece, in trentasei giorni, il neo presidente della Figc ha capito che il calcio non è il Coni

Giancarlo PadovanGiancarlo Padovan
Da sinistra Giovanni Malagò, Leonardo e Paolo Maldini
Da sinistra Giovanni Malagò, Leonardo e Paolo Maldini

Paolo Maldini farà poca strada come dirigente sportivo. Ma anche come compagno di viaggio, per le incipienti ferie estive, mi sembra abbastanza compromesso.

Il suo problema è che scambia la propria protervia per autonomia e l’arroganza per indipendenza. Perciò se Cardinale, il padrone del Milan, gli dà un budget e, come si dice adesso, gli mette determinati paletti economici per la campagna acquisti, lui, Paolino, figlio di Cesare, lo manda a quel paese e se ne va (come non comprendere adesso chi tra i due avesse ragione?).

Così, se dopo sedici giorni, il presidente federale che l'ha strappato agli ozii familiari, inventandogli il posto di direttore tecnico della Nazionale e garantendogli la presidenza del club Italia, gli spiega che Pirlo non può essere il ct dell’Italia, per ovvie ragioni di opportunità politica, che fa Paolino, figlio di Cesare? Si alza e saluta. Non sbatte la porta, ma sbatte la mail prima e il telefono poi, resistendo anche all'ultima lusinga di Malagò. Questa: cerchiamo insieme un'alternativa a Pirlo.

Pare, dico pare, che in un tentativo di mediazione, lo scudiero Leonardo abbia estratto dal cappello il nome di Thiago Motta (peso el tacon del buso), ma Maldini voleva Pirlo e, dunque, non se n’è fatto nulla. O prendete chi dico io – contro qualsiasi logica tecnica e politica – oppure me ne vado. Paolino, figlio di Cesare, è fatto in questo modo. Prendere o lasciare. E Malagò l'ha lasciato al suo vuoto futuro (al Fenerbahce, vale ricordarlo, Maldini aveva litigato con il candidato presidente ancor prima di essere assunto da consulente).

Le dimissioni di Maldini e Leonardo, attese da tutti fin da lunedì, hanno sorpreso solo in parte Malagò, colpevole di avere scelto i due dioscuri senza sapere con chi avesse a che fare. Ingenuità che, da uno della sua esperienza e reputazione, nessuno si sarebbe aspettato. Invece, in trentasei giorni, il neo presidente della Figc ha capito che il calcio non è il Coni e, soprattutto, che gli altri sport non sono il calcio. Ieri abbiamo scritto che ha sbagliato e anche pesantemente. Ma chi, come il ministro Andrea Abodi, coglie ogni occasione per attaccarlo sta diventando stucchevole.

La realtà è che probabilmente Abodi soffre Malagò: l'attuale ministro, infatti, avrebbe voluto diventare presidente della Federcalcio (fu sconfitto da Carlo Tavecchio una decina di anni fa) ed è stato ad un passo dall'essere amministratore delegato dell'Olimpiade di Milano-Cortina (di cui Malagò era il padre), ruolo assai più prestigioso (e remunerato) rispetto ad un ministero senza portafoglio. L'astio che da mesi Abodi riversa su Malagò, oltre ad almeno due tentativi di frenarne l'ascesa (il commissariamento e la presunta ineleggibilità), sono prove tangibili di un'insopportabilità palese, ma nociva per tutti.

Resta il nodo del ct. Malagò ha due strade, Fare di testa sua (e sceglierebbe Mancini), archiviando l'infelice esperienza del direttore tecnico.

Oppure, nominare un dt più ragionevole di Maldini, e convergere su un profilo alto (non è ancora escluso Conte). Il nodo gordiano, però, non sarebbe sciolto: costoro accetterebbero la proposta essendo stati subordinati prima a Guardiola (e va bene) e poi all'impresentabile Pirlo? Martedì 28 luglio – finalmente – dovremmo sapere. Ma se la crisi continua, nulla è più sicuro.

 

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