Luciano Favero, paradiso e ritorno

Sei anni nella Juve del Trap non si dimenticano facilmente: «Un orgoglio aver giocato con Scirea» 

Giancarlo PadovanGiancarlo Padovan
Favero a contrasto con Butragueño in un Juve-Real di Coppa Campioni 1986-87
Favero a contrasto con Butragueño in un Juve-Real di Coppa Campioni 1986-87

Luciano Favero, veneziano, è nato l'11 ottobre 1957 a Santa Maria di Sala. Difensore laterale di destra, ma anche stopper e libero all'occorrenza, ha avuto una lunghissima carriera, chiusa alle soglie dei 50 anni nelle categorie dilettantistiche, dove è sceso dopo aver abbandonato il professionismo a 35 anni, ultima tappa Verona. Ha giocato cinque stagioni in serie C (Messina, Salernitana, Siracusa), tre in serie B (Rimini e Verona) e nove in serie A divise tra Avellino, Juventus e Verona. Solo due le reti segnate nella massima categoria, entrambe in bianconero, nelle stagioni 1985-86 e 1987-88. Con la Juventus ha vinto la Coppa dei Campioni, la Supercoppa e la Coppa Intercontinentale, oltre allo scudetto nel 1986.

Una foto più recente di Favero
Una foto più recente di Favero

 

La classe operaia va in paradiso. Ma non sempre vi rimane o non vi rimane per sempre. Luciano Favero , difensore della più grande Juventus trapattoniana, quella di Platini, Boniek e Paolo Rossi, il “Carabiniere” secondo la fulgida definizione di Wladimiro Caminiti, penna sulfurea di Tuttosport, è l'esempio della semplicità, dell'umiltà e della gentilezza. Guarda ancora le partite, ma non è rimasto nel calcio, nonostante una carriera da superstar. «Per come sono fatto io, non ero adatto né a fare l'allenatore, né l'assistente, né altro, fosse neanche l'osservatore. Mi piaceva solo giocare a calcio. L'ho fatto fino a 49 anni nei dilettanti delle serie minori, Eccellenza, Prima e Seconda categoria, dopo un totale di nove anni di serie A e tanta serie C al Meridione».

Quando arriva alla Juve?

«Nel giugno del 1984, a 27 anni, dopo il triennio molto felice con l'Avellino. Sei anni in bianconero, stagioni buone, anche se abbiamo vinto uno scudetto solo, ma siamo stati sempre lì. Secondi, terzi».

In quella squadra lei giocava nel ruolo di terzino destro, giusto?

«Giusto, ma Trap mi fece fare anche molte partite da stopper, quando c'era da sostituire Sergio Brio e qualcuna da libero, al posto di Scirea. Infatti alla finale di Intercontinentale a Tokyo, Gaetano era infortunato e il libero lo feci io. In quell'occasione fu Pioli che entrò nel mio ruolo».

Una squadra davvero fantastica e un dirigente unico: Giampiero Boniperti.

«Diceva e faceva tutto lui. Quando entravi per parlare del contratto allungava un foglio e ti diceva di firmare. E nessuno poteva obiettare. Non io, almeno, i miei compagni non so».

Avevate contratti annuali?

«Il mio primo fu triennale, il secondo biennale».

Fatto sta che lei non è diventata ricca.

«No di certo, ma sono pensionato e tutto sommato mi va bene così».

Oggi un calciatore con così tanti anni di serie A sarebbe milionario.

«Ogni tanto ci penso e mi viene da dire di sì, ma il calcio degli anni ottanta, anche se ricco di campioni straordinari, era quello alla fine».

Una volta si dormiva in stanza con un compagno. Chi era il suo?

«Stefano Tacconi che conoscevavo già per aver fatto il militare assieme e poi perché venivamo entrambi dall'Avellino».

Lo sente ancora?

«Poco, quasi esclusivamente per mandarci gli auguri di buon Natale».

Prima della Juve, l'Avellino. Dopo la Juve, il Verona.

«Sì, tre anni con Bagnoli. Ho chiuso in Veneto ea 35 anni sono tornato a casa. Sono nato a Santa Maria di Sala, abito a Salzano. Ma, come le ho detto, avevo ancora voglia di giocare. Ho fatto per tre anni la Nazionale dilettanti, poi la Miranese, altre categorie più basse».

Se non è diventato ricco con la serie A, figurarsi dopo.

«Mi pagavano le spese. Ma io a giocare mi divertivo tanto e l'ho fatta durare il più a lungo possibile».

Come era cominciato tutto?

«Nel 1974 a Noale. Mi vengono a vedere quelli del Varese che mi prendono. Allora il Varese era in serie A, allenatore Maroso, direttore sportivo Riccardo Sogliano. Mi mandano a giocare con la Milanese, in serie D, il campo era in piazzale Corvetto. Era la squadra dove finivano i più giovani per fare esperienza. Poi tanta serie C: un anno a Messina, un altro a Salerno, due a Siracusa con mister Carlo Facchin. Infine il salto al Rimini, in serie B, allenatore era Maurizio. In serie A, all'Avellino, sono arrivato tardi, avevo 24 anni».

Che calciatore è stato Luciano Favero?

«Giocavo tutto sull'anticipo, me la cavavo di testa, ero rapido».

E qual è secondo lei la differenza tra il calcio di allora e quello che si gioca adesso?

«Quello attuale è più veloce, ma una volta era più bello. Oggi ad ogni tocco ce n'è uno per terra. Allora, invece, potevi entrare anche duro e non succedeva nulla. Le davi, le prendevi e stavi zitto».

C'è un terzino di adesso che le assomiglia?

«Rispetto a me, adesso i terzini vanno molto di più in attacco, fanno interscambi con gli esterni che allora non c'erano. Perciò direi tutti e nessuno».

Il ricordo più bello della sua carriera?

«Una vittoria a Udine, l'anno dello scudetto. Venivamo da sei successi consecutivi, quello fu il settimo e io segnai il gol del 2-0, anche se finì 2-1».

Perché mai in Nazionale?

«Perché in quegli anni la Nazionale era, in qualche modo, prestabilita. Troppi calciatori forti. Dal 1982 al 1986 quelli che giocavano erano sempre quelli».

Lei, la notte del maggio 1985, all'Heysel c'era.

«Gli spogliatoi erano dalla parte opposta rispetto al luogo degli scontri, per cui noi non sapevamo niente di preciso. Solo qualche spettatore che passava lì davanti diceva che aveva ceduto un muro di recinzione dello stadio».

Di morti non vi parlarono?

«Solo dopo la partita».

Perché, nonostante tutto, si giocò comunque?

«Per calmare gli animi. Noi fummo costretti ad andare in campo, anche perché c'era da tenere a bada gli juventini che volevano vendicare quanto successo, la sicurezza mancava del tutto».

Quella fu una partita vera?

«Le posso dire che noi la giochiamo molto seriamente. E anche quelli del Liverpool».

Oggi ritiene che, di fronte a quella tragedia, si giocherebbe comunque?

«Penso proprio di no, fermerebbero tutto ai primo scontri. In questi quarant'anni, però, le cose sono completamente cambiate, gli stadi sono più sicuri, la vigilanza aumentata. Un altro Heysel, per fortuna, non è più ripetibile».

Ha una squadra del cuore?

«Da ragazzo ero milanista. Poi, giocando per la Juve, sono diventato juventino. Diciamo 60 Juve, 40 Milan».

Luciano, per caso, della sua carriera le è rimasto qualche rimpianto?

«No, rifarei tutto quello che ho fatto».

E l'orgoglio più grande qual è?

«Quello di aver giocato con Gaetano Scirea».

Silenzio, lacrime.

«Scusa, non riesco ad andare avanti».—

 

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