Glerean pronto a tornare in panchina: «Il calcio ha perso i talenti, vi spiego perché»
L’ex tecnico del Cittadella, inventore del 3-3-4, a 69 anni si dice pronto a rientrare tra i dilettanti: critica scuole calcio, metodo giovanile e mancanza di educazione sportiva. «I luoghi comuni fanno male al calcio»

Ezio Glerean ha 69 anni e ancora una grande voglia di fare calcio. «Vivo tra Romano d’Ezzelino e Asolo, dove mi trova adesso. Tra l’orto e il bosco, a spaccar legna e a mettere a posto le piante, di lavoro ne ho. Però, dal mio esilio, mi piace dire una cosa: con l’esperienza che ho fatto da allenatore, sempre contemplando anche i settori giovanili, sono pronto a tornare in campo. So più adesso che trent’anni fa e non parlo solo del 3-3-4, il mio sistema di gioco preferito. Parlo di società, di dilettanti, dei talenti che non ci sono e del modo di ritrovarli. Di una cosa non mi capacito: non c’è nessuno che se ne preoccupa».
Una delle ovvietà più ricorrenti è che in Italia non nascono più campioni.
«Giusto farsi la domanda sul perché ciò non accada».
Già, perché?
«Perché abbiamo cambiato il calcio, dagli oratori siamo passati alle scuole calcio».
Forse una questione di quantità?
«No, all’oratorio si arrivava a giocare anche in 30 al giorno. Si faceva pari e dispari. I più bravi, in genere, facevano gli attaccanti, i più generosi i terzini o i mediani, i più scarsini tutto il resto, compreso il portiere. Non eravamo più numerosi, ma imparavamo i ruoli. E poi tutto era gratis. Quando andavi in una società ti davano le scarpe, la borsa, la maglia, la tuta. Ora ci sono le rette. I genitori pagano. E lo fanno perché le società dilettantistiche non potrebbero andare avanti diversamente. Così alla fine si appassionano al calcio più i genitori dei ragazzi».
Non può essere solo questa la ragione.
«No, c’è molto altro. A cominciare dal fatto che per pulcini ed esordienti non ci sono più le classifiche. Come fa un ragazzo a capire il valore della vittoria o della sconfitta? Come fa a misurare la propria crescita se non c’è confronto con i risultati?».
E poi?
«E poi c’è il valore dell’esempio e dell’educazione. Quando ero al Cittadella, una volta la settimana, io facevo cambiare una squadra del settore giovanile di fronte al nostro spogliatoio. E non era solo per avvicinare i ragazzini ai propri idoli. Ma perché gli uni imparassero dagli altri: rispetto, niente bestemmie, scarpe pulite».
Quindi, secondo lei, i talenti ci sono ancora. Basta cercarli e educarli.
«Certo, siamo pieni di talenti, è che i metodi sono stati cambiati, francamente non so da chi e per quale ragione. Prima il genitore era una figura fondamentale della società, ora è diventato un avversario. I genitori non vanno allontanati, vanno accompagnati. E anche questo è il compito dell’allenatore».
Modelli da imitare?
«Per me l’Olanda. E non solo perché mia moglie è olandese e io mi sono sempre ispirato a Cruijff. Ma perché è un sistema che funziona e nel quale i bambini vengono responsabilizzati fin dai primi calci. L’ho fatto anch’io a Marostica: all’insegnamento generale seguiva l’autogestione con i ragazzi che si arrangiavano a fare la formazione per la partita. Io li allenavo durante la settimana in campo. Al sabato andavo in tribuna con i genitori».
Dall’Olanda viene anche il 3-3-4, un sistema di gioco che ha stuzzicato la curiosità di mezza Italia.
«Quand’ero al Cittadella, parlo della fine degli anni 90, inizio del 2000, ogni mercoledì veniva – non esagero – un pullman di tecnici per vedere i nostri allenamenti».
Allora: 3 difensori, 3 centrocampisti e 4 attaccanti.
«Per la verità tre attaccanti e una mezzapunta. Difendevamo con sei, attaccavamo con quattro. Questo costringeva l’avversario a difendere uno contro uno o a mettere un quinto difensore. Quindi il nostro obiettivo era cercare di far gol con più uomini possibile».
D’accordo, ma l’equilibrio da cosa era salvaguardato?
«Sei elementi sono più che sufficienti a difendere. I primi, a lavorare sulle cosiddette preventive, ovvero sull’anticipo, erano i difensori, poi intervenivano i centrocampisti. Prima recuperavamo la palla e prima ripartivamo».
Detto così non sembra troppo complicato.
«Infatti. È molto più complicato il calcio che si gioca adesso, fatto di troppi passaggi, la maggior parte dei quali o laterali o indietro».
Costruzione dal basso?
«Solo quando riconquistavamo palla. Ma i terzini avevano solo due opzioni: palla alla mezzapunta che viene incontro o palla all’attaccante sullo spazio creato dalla mezzapunta. Stop. Nessuna improvvisazione e, soprattutto, nessuna complicazione».
Come cominciavate l’azione?
«Palla lunga e attacco sulla spizzata. In caso di respinta, i centrocampisti andavano a contendere la seconda palla. Così gli attaccanti non dovevano mai impegnarsi in corse lunghe».
Il 3-3-4 si potrebbe applicare anche oggi?
«Certamente. Anzi, sarebbe modernissimo».
Un esempio?
«Il Como di Fabregas con il portiere che viene a fare il centrocampista. Quel che mi domando è perché nessuno vada a marcarlo. Sarebbe il primo avversario da limitare».
Lei, con il suo modulo, ha ottenuto risultati straordinari: ha portato e mantenuto il Cittadella in B, vinto sei volte i play off di serie C, valorizzato calciatori, soprattutto giovani, che hanno fatto la fortuna loro e delle società che hanno lasciato. Più merito dell’individualità o della tattica?
«La tattica è determinante, soprattutto nei campionati dilettantistici o in serie C, la differenza viene da quello. Poi, salendo di livello, la qualità cambia e ha il suo peso. La mia fortuna è stata quella di avere un gruppo di persone che mi ha sempre creduto. Non parlo solo del presidente Angelo Gabrielli che, a Cittadella, noi chiamavamo papà, ma anche dei calciatori. È successo più di qualche volta che, alla fine del primo tempo, dicessi ai ragazzi: proviamo a metterci a 4? I primi ad opporsi erano proprio loro».
Il regista Paolo Sorrentino, ispirandosi al suo modulo, ha scritto e girato il film “L’uomo in più”. Uno dei due protagonisti, alla fine, viene abbandonato da tutti e si suicida. Lei si è sentito abbandonato?
«No, mai, tanto che le dico: mi piacerebbe rientrare, magari tra i dilettanti dove c’è molto da lavorare. Con il professionismo ho rotto io. Ha smesso di piacermi quando sono entrati personaggi che non erano interessati al calcio, dai capistazione ai capi ultrà, spacciati per direttori sportivi. E poi io ho sempre rifiutato di appartenere a scuderie di procuratori, anche se molti sono amici miei e sono bravi. Io penso che l’allenatore debba essere un garante: 50 per cento della società, 50 per cento dei calciatori. E non si debba legare a nessuno». —
Riproduzione riservata © il Nord Est








