Luca Marelli: «Il calcio di rigore è una cosa seria»
L’opinionista: «Il livello degli arbitri oggi si è abbassato, ma prima era pieno di fuoriclasse. La Penna? Sbaglia a espellere Kalulu, ma è stato perfetto nella ripresa di Inter-Juve»

Arbitro in attività dal 1994 al 2009, Luca Marelli ha diretto più di settecento partite: 15 in serie A (esordio in Lazio-Siena 3-2 nel dicembre del 2005) e una sessantina in serie B. È stato commentatore arbitrale a Telelombardia, a Sportitalia e a Radio 24 prima di approdare a Dazn, dove lo chiamò l’allora direttore Massimo Corcione. Il provino fu fatto su una partita di Liga: Alaves-Real Madrid. La novità introdotta con Marelli da Dazn è il commento live, cioé durante e non dopo la partita. In carriera Marelli ha finora commentato tra le 1. 300 e le 1. 400 partite. Nato a Como il 17 febbraio 1972, laureato in giurisprudenza, Marelli ha lavorato come avvocato fino al 2015, quando ha deciso di occuparsi solo di consulenza per aziende.
Luca Marelli è un ex arbitro che spiega le decisioni dei suoi colleghi in tv. Ora su Dazn, ma prima a Telelombardia e a Sportitalia. L’ha fatto anche a Radio 24 ed è andato talmente bene che i vertici di Dazn hanno deciso di provarlo in diretta, durante la partita, per tutti i casi dubbi o capitali. È diventato più famoso di quanto vorrebbe, più ascoltato di quanto ci si possa immaginare, una pietra di paragone ormai irrinunciabile per tutti quelli che vogliano sapere e capire se la decisione arbitrale è giusta e, soprattutto, rispettosa del regolamento.

Luca, lei è amico degli arbitri?
«Abbastanza, ma loro sanno che non sono lì per difenderli. Un conto è il rapporto personale, un altro quello professionale».
In pratica giudica il loro operato.
«Non esattamente. Il mio compito è vedere e raccontare la partita dal punto di vista arbitrale. Un ruolo che in Italia non esisteva e che a me piace molto, perché è mutuato dall’esperienza di Mike Pereira nella NFL americana, Lui, ex arbitro ed ex designatore, fa la stessa cosa».
Quante partite commenta alla settimana?
«Sette, otto. Questa settimana nove. Diciamo che sono un discreto stakanovista».
Ed è questo il suo lavoro, adesso?
«Sono avvocato, ma non più iscritto all’albo. Nel 2015 ho avuto un infarto ed ora mi occupo solo di consulenze aziendali. In più faccio il commentatore».
Si può dire che lei sia il Var del Var?
«Svolgo lo stesso ruolo dei varisti con la differenza che io non ho lo stesso numero di telecamere. Quel che vedo io, lo vede anche lo spettatore a casa. Ed è solo grazie alla bravura dei tecnici di Dazn se, in pochi secondi, riusciamo a rivedere l’azione rallentata».
Su cosa si basano i suoi interventi?
«Guardare le immagini, collegare il regolamento, valutare i contatti. Naturalmente, a volte, sbaglio anch’io. Primo, perché siamo tutti esseri umani. Secondo, perché ciascuno ha una soggettività che può variare».
Per esempio?
«Per esempio, io sono convinto che il calcio di rigore sia una cosa seria e che si debba concedere solo per le cose serie. Intendo dire che la soglia deve essere molto alta. Un tocco leggero resta un tocco leggero, ma il giudizio dell’arbitro può essere diverso perché dipende dalla sensibilità personale. Io non sono la verità e non voglio neanche esserlo, perché pure le questioni arbitrali possono contenere una differenza di opinione».
Immagino che il suo non sia esattamente un mestiere che passa inosservato.
«No, sono spesso al centro del dibattito, ma questo va bene. Quello che non va bene è ricevere insulti, perché gli insulti fanno male sempre e questo succede solo sui social. Se si va lì è un mezzo disastro, prima li frequentavo perché avevo un blog e ritenevo che fossero uno strumento valido. Ora li ho bloccati tutti, è una sorta di difesa personale, non bisogna sprecare tempo con cose che ci danneggiano».
Lei, in genere, rilascia poche interviste.
«Questa, infatti, è un’eccezione, anche se devo dire che dagli addetti ai lavori ricevo molto rispetto».
Qual è la differenza tra l’arbitro e il commentatore degli arbitri?
«Il campo. Ma fino alla serie C è tutta passione, non puoi considerarlo un lavoro. In serie C non si vive arbitrando. Pensi che per lo spareggio tra Avellino e Napoli presi 92,96 euro lordi ed eravamo nel 2005. Infatti facevo l’avvocato a tempo pieno. Tutto cambia quando arrivi in serie A».
A cominciare dagli allenamenti.
«Io ne facevo cinque alla settimana, tre sul campo e due in palestra. In pratica sei professionista. E poi, molto più concretamente, in serie A il timore di sbagliare appartiene a tutti gli arbitri. La serie C vive in una bolla, la serie A la vedono tutti, la pressione mediatica è enorme».
Commentare invece?
«È un ruolo completamente diverso. Il mio compito è far capire perché l’arbitro arriva ad una certa decisione o anche ad un errore. Il tutto utilizzando non il gergo dei tifosi, ma il linguaggio del regolamento».
Si sente un divulgatore?
«Divulgatore è tanto, non mi do delle definizioni, cerco di fare del mio meglio spiegando in diretta quel che sta accadendo, Senza, in nessun modo, contestare le opinioni altrui».
Da arbitro, qual è l’errore più grande che abbia commesso?
«Il più grande è una partita: Modena-Juventus, l’anno della Juve in B. Ne combinai di tutti i colori, non vedevo l’ora che finisse. Quando vai nel pallone, rimediare è quasi impossibile. La Penna, sabato, a parte l’errore sull’ammonizione di Kalulu, ha diretto un secondo tempo perfetto».
Da commentatore, invece, ha sbagliato mai?
«Certo. Roma-Milan uscita di Rui Patricio su Loftus-Cheek, io dissi che non era rigore perché mi mancava un’immagine. Invece il fallo c’era. Non sono infallibile e mi scusai pubblicamente. Del resto, se faccio 7 commenti a settimana per 38 turni vuol dire che intervengo più o meno in 300 partite. Se sbaglio solo una decina di volte, devo essere soddisfatto».
Ha detto che ha smesso di fare l’avvocato perché le venne un infarto. Non è che immergersi così tanto nel calcio e le sue polemiche non generi stress.
«Il contenzioso, da avvocato, te lo porti in casa, perché hai a che fare con la vita delle persone. Nel calcio, per quanto gli interessi siano alti, non è così. Fare il commentatore mi piace e mi diverte, anche se non nego di avere uno psicologo che mi aiuta e di cercare di rilassarmi in molti modi. Del resto vivere completamente senza stress è impossibile».
È disposto ad ammettere che il livello degli arbitri italiani si è abbassato?
«Sono d’accordo, il livello è calato anche se ci sono tre, quattro eccellenze in attività e uno che ci arriverà presto. Per il resto abbiamo una decina di buoni arbitri. Ma venivamo da una generazione di fuoriclasse: Rizzoli, Orsato, Tagliavento, Rocchi. E prima ancora: Collina, Rosetti, Paparesta».
In tutta sincerità, lei è pro o contro il Var?
«Pro Var perché non si può tornare indietro e la tecnologia è fondamentale. Purtroppo il Var è ancora uno strumento giovane, ha otto-nove anni e a nove anni si è bambini. Bisogna creare una categoria di varisti bravi e affidabili, vedrete che si sbaglierà sempre meno. Io dico però che sono sempre più convinto del Var challenge, cioè a chiamata delle panchine».
Quante volte in una partita?
«Due più una. Se la prima chiamata porta ad un challenge vinto, l’allenatore ne ha altre due. Come nel football americano».
De Rossi e Gasperini dicono che ormai arbitra il Var e che quello in campo non conta niente.
«Rispetto la loro opinione, ma non sono d’accordo. La gestione delle partite è ancora molto importante e quella appartiene solo all’arbitro di campo».
A proposito, gli arbitri sono permalosi? Ovvero, basta una mezza parola per meritarsi il cartellino rosso, come accaduto ad Orban in Parma-Verona?
«È una leggenda metropolitana, le parole di troppo ci sono e l’arbitro, molte volte, fa finta di non sentirle. Non facesse così, ci sarebbero quattro espulsioni a partita. Orban ha mandato a quel paese l’arbitro e l’ha fatto platealmente, cioè davanti a tutti. Non poteva che essere espulso». —
Riproduzione riservata © il Nord Est








