Il mito di coach Lou Carnesecca in un volume: da Pontremoli a New York (con tanto Nord Est)

Ha vissuto solo un anno in Italia ma ha segnato la pallacanestro italiana. L’opera di Mangini ne ripercorre la storia e l’influenza, raccontando anche i tanti incontri con il Veneto e il Friuli Venezia Giulia

Nicola Cesaro

C’è tanto Nordest nella vita di Lou Carnesecca, ce n’è inevitabilmente tanto nelle pagine dell’accurato volume che gli ha dedicato Lorenzo Mangini, genovese di 59 anni, giornalista, il cuore diviso tra la pallacanestro e la penna.

Carnesecca, si diceva. Gli è bastato un clinic a Roma di due settimane nel 1966 per essere considerato uno dei “padri” della pallacanestro nostrana. Lou Carnesecca ha vissuto solo un anno in Italia, quando era ragazzo a Pontremoli, ma non ha mai nascosto l’orgoglio per il paese di origine dei genitori e la grande soddisfazione per la nomina a Cavaliere al merito della Repubblica italiana, il 17 febbraio 1990. Il volume bilingue: “Lou Carnesecca – Da Pontremoli a New York” di Erga Edizioni 325 pagine, 18,90 euro, scritto da Lorenzo Mangini, racconta la favola di un figlio di emigrati della Lunigiana diventato un’icona del basket in America senza segnare neppure un canestro.

Partito da East Harlem, il quartiere ghetto dove venivano raccolti gli italiani all’inizio del secolo scorso, la vera Little Italy, è arrivato ad avere una bandiera dedicata nel 2001, sul soffitto del Madison Square Garden, primo allenatore NCAA, per celebrare le sue 526 vittorie con St. John’s, l’istituto del Queens fondato dai Vincenziani, di cui Lou ha saputo incarnare lo spirito e i valori.

La sua carica umana e le sue conoscenze tecniche conquistarono subito a Roma tutti i quattrocento partecipanti. È tornato nel 1979 a Torino poi nel 1985 a Firenze e ha sempre fatto il pieno, tutti presenti e poi a raccontare il proprio ricordo personale. Alle sue lezioni hanno assistito migliaia di tecnici, ma non erano questi gli unici punti di contatto. La St. John’s University era tappa fissa per qualsiasi dirigente o allenatore italiano, che passava per la Big Apple. Lou era sempre ospitale, spiegava gli schemi, organizzava allenamenti “ad hoc” e poi queste giornate dedicate al basket finivano al ristorante di Carmine Piacentini, Dante’s, che era diventato una sua sorte di clubhouse personale del coach.

 

La copertina del volume
La copertina del volume

Nell’appuntamento di Roma ebbe come dimostratore l’Italia Juniores, che ottenne poi il terzo posto al Campionato Europeo di categoria l’agosto seguente a Porto San Giorgio, con un’anima del Nord Est, con i due playmaker, il triestino Jellini e il veneziano Albonico, la guardia Polzot, origini a Udine, il trevigiano Buzzavo, poi capace di vincere sessanta trofei con la Verdesport di Benetton, e Meneghin, cestisticamente varesino, ma con origini ad Alano di Piave in provincia di Belluno. Non ultimo il triestino Schergat.

Come racconta Valerio Bianchini nel libro, le due settimane con Carnesecca permisero di fondere la scuola italiana, già molto apprezzata, con le nozioni di un guru del basket statunitense e segnarono un crocevia e l’inizio dell’età dell’oro come club e nazionale, con l’argento alle Olimpiadi di Mosca nel 1980 e gli Europei vinti a Nantes nel 1983. Il triestino Cesare Rubini era il responsabile delle due spedizioni e aveva scelto il suo “delfino” Sandro Gamba come tecnico, erano i due più grandi amici di Carnesecca in Italia, e Lou accompagnò entrambi in occasione dell’ingresso nella Hall of Fame.

Nel 1966 era presente al clinic anche il “Paron”, il goriziano Tonino Zorzi, che spiegò molto bene l’impatto del “King of Jamaica”. «Venivamo quasi tutti dal corso allenatori del professor Paratore fatto a Chiavari e ci recammo a Roma, a quello di Lou Carnesecca, che ci parlò della “zone press”. Fummo illuminati, è la parola giusta, e in quel precampionato e all'inizio del torneo dedicammo tutti grande spazio alla pressione tutto campo, ma poi, con il prosieguo della stagione, tutto tornò come prima, al conservatorismo, al lavoro a metà campo». Tra i presenti anche Gianni Giomo, da Treviso, reduce dal titolo italiano Allievi con la Virtus Bologna, una formazione ricordata per un’apprezzata "zona-pressing", che ebbe poi modo di vedere sviscerata a Roma da Carnesecca.

Al clinic di Torino dal 15 al 18 giugno 1979, in occasione del XXI Campionato Europeo, dove Lou partecipò con due altri illustri colleghi, Hubie Brown e Dave Gavitt, era presente anche il ventenne Ettore Messina, tecnico del settore giovanile a Venezia, all’inizio di un percorso straordinario che lo ha portato anche nella NBA. Origini siciliane, si era trasferito a cinque anni a Mestre ed era diventato allenatore spinto dal “Paron”. «Decisi di salvaguardare la mia incolumità fisica accettando l'invito di Tonino Zorzi a lasciar perdere col basket giocato. Mi prese a pedate perché avevo sbagliato i due tiri liberi decisivi nel derby con Mestre che valeva il titolo regionale Allievi. Ragazzo, lascia perdere mi disse. Magari prova a diventare allenatore». Ettore gli diede retta e fece il suo primo viaggio negli Stati Uniti con Massimo Mangano. Incontrarono una serie di allenatori e una tappa di due giorni molto importante fu proprio a St. John’s, come rievoca nel libro.

«Passammo ore a vedere filmati, in cui ci spiegava tutto nei minimi particolari, parlava di come guidare una squadra, fu un maestro, con il suo italiano fluente e un entusiasmo ricco di energia. Nessuno lo ha dimenticato, con i suoi clinic in Italia ha lasciato un’impronta su tutta la pallacanestro. Mi ricordo, però, in particolare, la grande ospitalità, che era uno standard per tutti gli italiani, che passavano a trovarlo. Lou, in particolare, mostrava particolare dedizione e affetto per i giovani e in questo mi ricordava molto Sandro Gamba. Immancabile era poi il pranzo o la cena da Dante’s, dove si continuava a parlare di basket».

Messina, come sottolinea nel libro, non ha dubbi nel definire la grandezza di Carnesecca. «Lou può essere considerato uno dei padri della pallacanestro italiana assieme a Paratore, Primo, Van Zandt e Tracuzzi. Fu un antesignano, diede un metodo e fece fare un salto in avanti a tutti». Forte fu anche il rapporto con l’udinese Mario Blasone, con cui aveva in comune la vocazione al ruolo di ambasciatore del basket nel mondo, presente al clinic del 1983 a Firenze di Lou, assieme a Gamba, Bianchini e Mario De Sisti, all’epoca alla Stefanel Trieste.

Il giocatore italiano più legato a Carnesecca è certamente Marco Baldi. Rimase tre anni a St. John’s (1985-1987). Origini aostane, tante maglie vestite, da anni residente a Treviso, racconta nel libro. «La prima domanda del Coach era sempre la stessa: “Cosa posso fare qualcosa per te?” Gli piaceva scambiare parole in italiano. Durante l’epidemia Covid era preoccupato, mi ha chiamato per spedirmi roba di prima necessità per quattro giorni di seguito. Aveva ricevuto la notizia che eravamo chiusi in casa e a novantacinque anni di età continuava a preoccuparsi per me e per tutti i suoi giocatori e non riuscivo a convincerlo che stavamo bene». Non era cambiato. «Dopo che ero tornato in Italia, in estate andavo a New York. Ero un giocatore professionista, non avevo problemi economici, ma Lou voleva pagarmi lo stesso i corsi».

 

Mullin, Carnesecca e Baldi
Mullin, Carnesecca e Baldi

Lou aveva una profonda fede cattolica frutto di una formazione passata dal liceo di St. Ann’s, retto dai Maristi, e poi da un ateneo, St. John’s nel Queens, fondato dai Vincenziani, dove è rimasto ventiquattro anni. Si sentiva un ambasciatore del basket, ha giocato e fatto clinic dovunque. In Angola, hanno perfino fermato la guerra civile nel periodo della sua permanenza, ma probabilmente avrebbe avuto un gusto particolare poter entrare da Coach nella palestra della Misercordia di Venezia, una chiesa sconsacrata con sullo sfondo gli affreschi del Sansovino. Non è difficile immagine quale avrebbe potuto essere il suo commento, “marvelous”, la parola che utilizzava più spesso e finiva per trasformare in “mahvelous”, modificando la pronuncia, ma il termine non era solo scandito, era accompagnato dall’espressione del viso, dal gesto con le braccia, diventava quasi un intercalare.

Il libro si articola in tre parti e cerca soprattutto di raccontare la sua umanità. Si comincia dai luoghi di origine di Carnesecca e dai suoi legami familiari. Seguono le tappe della sua carriera nel basket e si conclude con testimonianze di allenatori e campioni vicini all’uomo di Cargalla, che formano un quadro articolato, composto di piccoli episodi e storie divertenti. Sono oltre trenta le testimonianze inedite di personaggi come Gamba, Bianchini, Meneghin, Marzorati, Peterson, Messina, Danna, Marco Baldi. L’appendice, oltre al glossario, riporta nomi, personaggi e numeri del basket americano. Non è un libro solo sul basket, parla di persone e sentimenti, perché questi contano quando il tabellone della partita è spento. Parola di Lou Carnesecca.

Il libro ha il patrocinio del Comune di Pontremoli, che ha cominciato l’iter lo scorso dicembre per intitolare al Coach un largo della frazione di Cargalla, dove era originaria la famiglia, ed è già entrato nella biblioteca della FIBA in Svizzera grazie a Giorgio Gandolfi. Nell’opera sono stati inseriti dei VCode “aperti”, dove compariranno immagini e video degli eventi celebrativi su Carnesecca, in Italia e in America. Al termine di ogni capitolo c’è l’intera traduzione in lingua inglese a cura di Alex Evans, assistente allenatore (1989-1992) e poi esecutivo alla St. John’s University (1992-2004) di Carnesecca, che ha anche curato la versione inglese. Il libro si trova su Amazon e nelle migliori librerie.

 

La leggenda Lou Carnesecca
La leggenda Lou Carnesecca

 

Lorenzo Mangini, genovese di 59 anni, un’antica esperienza nel minibasket nella palestra di via Cagliari con il CAP guidato dall’indimenticato Luciano Bertolassi (ex allenatore di Genova e Montecatini), passata soprattutto a guardare gli altri dalla panchina. Cresciuto nel mito di Willy Kirkland, stella dell’antico basket sotto la Lanterna, sogna di rivedere una formazione genovese tornare agli antichi splendori in un Palasport ribollente di entusiasmo, come ai tempi dell’Emerson. Giornalista pubblicista, collabora con la redazione di Genova di Repubblica. Si è occupato prevalentemente di calcio, senza distinzione di categorie, ma predilige raccontare storie e protagonisti. Cinque anni fa ha scoperto Lou Carnesecca attraverso le parole del nipote, Pierantonio Chiodi, e si è innamorato di un uomo unico, che era un autentico mentore per tutti. Questo libro è un omaggio, attraverso Lou, ai tecnici dei settori giovanili che nessuno conosce e dedicano una parte della loro vita ai ragazzi, insegnando l’amore per il gioco. Hanno trovato in questo modo il segreto per essere ricordati e restare sempre "dei ragazzi tra i ragazzi".

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