Leandro Faggin
Leandro Faggin

Dall’officina agli ori olimpici: la leggenda di Leandro Faggin, il “rosso volante” che conquistò il mondo

Il ciclista padovano fu un fenomeno assoluto nel ciclismo su pista tra gli anni ’50 e ’60. A Melbourne 1956 la consacrazione

Francesco JoriFrancesco Jori

Lo chiamavano “il rosso volante” per il colore dei capelli, e perché quando saliva in sella alla sua bici viaggiava come un missile. Leandro Faggin, padovano, classe 1933, è stato uno dei grandi protagonisti dell’inseguimento su pista: giusto sessant’anni fa, nel dicembre 1956 a Melbourne, si aggiudicava due medaglie d’oro nel giro di sole 72 ore, nel chilometro da fermo (stabilendo tra l’altro il nuovo record dei Giochi), e nell’inseguimento a squadre, nel team formato oltre a lui da Toni Domenicali, Franco Gandini e Valentino Gasparella. Due titoli cui avrebbe abbinato, nel corso di una prestigiosa carriera, tre successi iridati nei campionati mondiali della specialità.

Leandro Faggin festeggiato dopo l’oro conquistato nel chilometro da fermo alle Olimpiadi di Melbourne 1956
Leandro Faggin festeggiato dopo l’oro conquistato nel chilometro da fermo alle Olimpiadi di Melbourne 1956

Esordisce a inizio anni Cinquanta nella S.C. Lygie-Lubian della sua Padova, dedicandosi alla velocità, e mettendosi subito in luce da sprinter nel trofeo Gardiol; ma siccome all’epoca con lo sport non si mangia, lavora come meccanico per portare a casa la pagnotta. La svolta arriva nel 1954, quando viene notato da Guido Costa, commissario tecnico della pista, che sta setacciando l’Italia in cerca di atleti da schierare ai XVI Giochi olimpici di Melbourne. Rimane impressionato dal giovane Faggin per le sue capacità muscolari e per le doti da passista veloce; lo contatta, e lo esorta a lasciar perdere la velocità per dedicarsi all’inseguimento. Il debutto è strepitoso: brucia i 4 chilometri su pista in poco più di cinque minuti, e Costa lo arruola nella sua scuderia.

Racconterà di lui anni dopo il CT: «Il giovanotto venne con me nell’Italia del Sud, nel Nord-Africa, a Parigi, Losanna, in Germania. Durante quelle competizioni mi fu possibile correggere la sua posizione in bicicletta, e un bel giorno dissi a me stesso: Giovanni, ci sei riuscito; ora lo puoi lanciare in confronti impegnativi». È subito una storia di successo. Già nel 1954 Faggin si laurea campione italiano nel chilometro da fermo con una media di 50 chilometri all’ora, battendo due fuoriclasse della specialità quali Pinarello e Ogna. Vince il titolo tricolore dell’inseguimento a spese di Loris Campana, che due anni prima aveva conquistato l’oro olimpico a Helsinki.

Faggin era soprannominato il “rosso volante” per via della sua chioma
Faggin era soprannominato il “rosso volante” per via della sua chioma

Il mese successivo va a Colonia per i mondiali su pista, e conquista il suo primo alloro iridato battendo l’inglese Brotherton. L’anno seguente, nella stagione preolimpica, è costretto a ridimensionare gli impegni perché chiamato al servizio militare; il che non gli impedisce di scendere in pista ai mondiali, in programma al mitico Vigorelli di Milano. In semifinale deve cedere all’inglese Sheil, ma riesce ad aggiudicarsi comunque il bronzo, migliorando i tempi sui 4 chilometri, scendendo largamente sotto i 5 minuti.

A quel punto è pronto per l’appuntamento olimpico di Melbourne, dove come ricordato conquista due prestigiosi ori. Il salto al professionismo avviene l’anno successivo, 1957; da qui parte una nuova strepitosa serie di successi. Per ben dodici anni consecutivi, Faggin si piazza tra i primi quattro al mondo nell’inseguimento individuale: ottiene l’oro nel 1962, 1965 e 1966; l’argento nel 1958, 1962, 1964, il bronzo nel 1961; è quarto negli altri anni. Dal 1957 al 1968 si laurea ininterrottamente campione italiano nell’inseguimento individuale, quasi sempre nel familiare velodromo milanese del Vigorelli. Nel 1959 aggiunge il tricolore nell’omnium. Mette a segno numerosi record mondiali nel chilometro da fermo e nell’inseguimento individuale: dove nel 1962 sui 5 chilometri riesce a scendere sotto il muro dei 5 minuti, alla media di 50 chilometri orari, davvero straordinaria per l’epoca. Tra una gara e l’altra, si impegna in nove “sei giorni” in giro per il mondo.

Non dimentica però la sua casa sportiva, la leggendaria Società Ciclisti Padovani: sorta nel 1909, nella sua lunga e prestigiosa storia iscriverà nel suo palmarés ben 11 medaglie olimpiche e 14 campionati del mondo. La stagione sportiva di Faggin si intreccia tra l’altro con due grandi firme della velocità su pista: Sergio Bianchetto, oro nel tandem alle Olimpiadi di Roma 1960 e Tokyo 1964, e Giuseppe Beghetto, oro nel tandem con Bianchetto ai Giochi di Roma, cui aggiungerà tre maglie iridate ai mondiali di specialità. La loro pista dove si allenano è il leggendario velodromo Monti di Padova: nato nel 1916 come campo di calcio del Padova, e dedicato poi alle due ruote dal 1923, quando il football trasloca al nuovo Appiani. Qui Faggin spesso e volentieri, dopo gli allenamenti, si ferma a parlare con i giovani, dando loro preziosi consigli.

Le sue abitudini di vita sono esemplari: pasti leggeri, allenamenti duri, attenzione meticolosa ai dettagli. Quando partecipa alle gare, dalle più semplici alle più impegnative, porta con sé i pezzi di ricambio della bici e gli attrezzi, provvedendo di persona alle riparazioni. Scende definitivamente di sella nel 1969, ma la sua purtroppo è una brevissima stagione, che si conclude tragicamente: muore nella sua Padova il 6 dicembre 1970, ad appena 37 anni, stroncato da un tumore nell’unica gara che conti davvero, quella per la vita. 

Riproduzione riservata © il Nord Est