La Figc e la Fiera dell’Est: dopo il flop mondiale è caccia alla poltrona (senza riforme)

Le dimissioni di Gravina aprono i giochi di potere per il 22 giugno. Tra il ritorno di Abete, il "sogno" Malagò e le barricate dei club, il calcio italiano resta al palo

Antonio Simeoli
L'ex presidente del Coni Giovanni Malago' e il presidente della Lega Nazionale Dilettanti Giancarlo Abete
L'ex presidente del Coni Giovanni Malago' e il presidente della Lega Nazionale Dilettanti Giancarlo Abete

Alla fiera dell’Est per due soldi un topolino mio padre comprò. Il must di Angelo Branduardi è datato 1976, per gli appassionati di calcio è l’anno del Toro campione d’Italia due anni dopo il Mondiale di Germania e il flop della Valcareggi band e due prima del torneo della rinascita del calcio azzurro, quello dell’Argentina, con Bearzot che butta nella mischia Rossi e Cabrini e getta le basi per il Mundial 1982.

Per due soldi un topolino. Ecco, parliamoci chiaro, a 5 giorni dal disastro (annunciato, dai perché era annunciato) di Zenica, papà-sport italiano al mercato, per ora, è riuscito a rimediare per due soldi solo un topolino.

A cinque giorni dall’illusorio gol di Kean, dalla scellerata entrata di Bastoni, dalle barricate stile Cinque Giornate di Milano, correva l’anno 1848, per fortuna i Mondiali di calcio non c’erano ancora, dal tiro alla Starlink di Elonmuskiana memoria di Pio Esposito, abbiamo solo ottenuto il topolino delle dimissioni, obbligate e arrivate fuori tempo massimo dopo colpi di sole tipo la questione dello sport dilettantistico finanziato dallo Stato, del presidente Figc, Gabriele Gravina.

Classe 1953, il politico e imprenditore (di calcio giocato non se ne parla) mica si fa da parte. Resta lì in via Allegri a Roma, sede della Figc, in attesa del 13 maggio, giorno in cui dovranno essere presentate le candidature, e delle elezioni del 22 giugno.

È lì per tirare la volata all’amico e grande elettore Giancarlo Abete, classe 1950, presidente della Legadilettanti, 34% dei voti nell’assemblea elettiva Figc, grande esperienza e una croce al merito: mezzora dopo il morso di Suarez a Chiellini (ricordate, sembra un’era geologica fa) con l’Italia eliminata dall’ultimo mondiale giocato, Brasile 2014, si dimise.

Che è ben diverso da quando tutta l’Italia ti obbliga ad andartene.

E la Lega Serie A, padrona del vapore, milioni di debiti, proprietari stranieri, calcio a due all’ora eppure arroganza da vendere, tanto piazzare le partite a Pasquetta e responsabilità evidenti in questo flop per non aver concesso né due miseri stage al povero Gattuso né lo spostamento di una giornata di campionato, come hanno fatto in Turchia per agevolare il ct Montella che infatti al Mondiale ci andrà?

Ha l’asso nella manica: Giovanni Malagò, 67 anni. È il più gettonato. Ha vinto con i “dilettanti” (cit. Gravina) del Coni, ha gestito alla grande Milano-Cortina, ma proprio per la mancata proroga alla presidenza del Coni in vista delle Olimpiadi si sono guastati i rapporti col Governo e il ministro dello sport Andrea Abodi e pure con il suo successore al palazzo del Foro Italico Luciano Buonfiglio, di cui è stato grande elettore.

Alla fiera dell’est anche Buonfiglio, appena sente la parolina magica commissario (una sorta di Croce Rossa del Paese), alza le barricate. Eppure qui un commissario, ma uno bravo, non sarebbe la soluzione più intelligente?

Uno capace di andare oltre leghe (anche il giornalista Matteo Marani, capo della Lega Pro e grande bacino di voci, è in pista), Assocalciatori, allenatori e chi più ne ha e più ne metta, e fare le riforme necessarie.

Ma avete notato un particolare comune di tutti questi papabili? Nessuno di loro ha giocato a calcio oltre le partite di quartiere. Solo il mitico Gianni Rivera, classe 1943, si propone ancora.

Ma non gli danno retta. Eppure sapete chi ha riformato il calcio tedesco, dopo la semifinale persa con l’Italia nel 2006, perché all’estero si riforma anche dopo una semifinale persa di un Mondiale giocato? Oliver Bierhoff, gloria a Udine, uno scudetto al Milan.

Se a Roma si tifa Malagò, a Milano, te pareva che non si scatenasse una lotta per bande o una corsa tra amici degli amici, qualcuno (timidamente) lancia Paolo Maldini, che piace anche ad Abodi. Già da alcuni impallinato: è troppo legato al Milan (che per la verità l’avrebbe cacciato). Alessandro Del Piero? Magari.

Ma alla fiera dell’est papà- pallone, ricordate, tempo fa ha silurato un certo Roberto Baggio, che aveva imbastito un dossier di quasi 100 pagine per ripartire.

Vivai, tecnica, rispetto, regole, troppo impegnativo. Meglio lasciarlo in un cassetto.

Già, ripartire. A occhio, i risultati di una riforma si vedono dopo un decennio. Intanto, lasciateli litigare. Hanno iniziato subito dopo Caporetto-Zenica e, non ci stupiremmo, se di questo passo si faranno togliere anche gli Europei 2032, che dovremmo organizzare con la Turchia, che ha stadi moderni e pronti. Sì, la Turchia. Noi non ne abbiamo abbastanza. Un esempio: la Curva Fiesole a Firenze la sta costruendo una lumaca nemmeno un topolino. Ma questo è un altro discorso. E venne il bastone che picchiò il cane, che morse il gatto che si mangiò il topo, che al mercato mio padre comprò.

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