Quel docufilm di Zoff e la nostalgia di Mundial: tutta la storia del simbolo di un’epoca

L’opera in prima serata Rai aumenta la delusione per l’esclusione dell’Italia: dalle origini al trionfo al Bernabeu

Giuseppe Pisano
Dino Zoff campione del mondo in Spagna nel 1982
Dino Zoff campione del mondo in Spagna nel 1982

Nostalgia canaglia. I campionati del Mondo di calcio sono partiti per la terza volta consecutiva senza la Nazionale azzurra e ad acuire il senso di malinconia degli italiani ci si è messo anche Dino Zoff, uno dei miti del nostro calcio.

Mercoledì sera è andato in scena su Raiuno il docufilm “Dino Zoff - Volevo solo fare bene il mio lavoro”, che ripercorre la carriera del campione friulano e attraversa una quarantina d’anni di storia delle vicende calcistiche dello Stivale. A seguirlo in tv, secondo i dati Auditel, un milione e 557000 spettatori, per il 10,6% di share: perso il duello in prima serata contro il Super Karaoke di Michelle Hunziker, che ha sommato 2 milioni e 100000 spettatori (19,6% di share).

L’opera, diretta da Giovanni Filippetto per la durata di 91’ e disponibile in streaming su Raiplay, intreccia il documentario sulla vita di Zoff e una breve fiction con protagonista un ragazzino tredicenne che gioca portiere ma non si sente all’altezza: dopo un errore che causa una sconfitta alla sua squadra decide di smettere, così il suo allenatore (interpretato da Marco Bocci) gli propone proprio Dino Zoff come modello da seguire per ripartire.

Il viaggio alla scoperta delle gesta del portiere di Mariano del Friuli parte dall’Auditorium di Roma, dove a dialogare con l’ex numero uno della Nazionale c’è Francesco De Gregori, il “Principe” della musica italiana. Numerose le testimonianze di ex giocatori, giornalisti e amici: fra gli altri Michel Platini, Josè Altafini, Bruno Conti, Fabio Capello, Marco Tardelli, Alessandro Del Piero, Mariella Scirea, Giancarlo Dotto, Neri Marcorè e Sandro Veronesi. Ciò che colpisce maggiormente, sentendo parlare “Super Dino”, è la sua grande umiltà. Quando descrive i propri esordi ripete almeno un paio di volte la frase «mi buttavo per terra come lo scemo del villaggio». E invece stava nascendo un mito, capace di arrampicarsi ai vertici del calcio italiano vestendo la maglia numero uno di Udinese, Mantova, Napoli e per undici anni Juventus. In azzurro ha difeso i pali della Nazionale per quasi vent’anni, dal 1963 al 1982.

Ecco passare in rassegna aneddoti e immagini dell’Europeo vinto a Roma nel 1968 dopo la finale ripetuta contro la Jugoslavia e del flop al Mondiale del 1974 in Germania. È proprio dopo quella fallimentare spedizione che venne gettato il seme azzurro che fece germogliare una delle Nazionali più amate di sempre, quella guidata da Enzo Bearzot. Un altro friulano tutto d’un pezzo, simbolo di un’altra epoca. Ad Argentina 1978 l’Italia fa un figurone ma vede sfumare i sogni di gloria perdendo contro Olanda e Brasile.

Paolo Rossi diventa “Pablito” con quattro anni d’anticipo, mentre Zoff finisce nel mirino per i gol presi con tiri da lontano. «Per un po’ smisi di parlare con i media» racconta Dino, che nel 1982 Spagna diventa protagonista insieme ai compagni del silenzio stampa più celebre della storia del calcio. «Avevamo paura di non riuscire a superare il primo turno» confessa l’ex portierone, poi decisivo al minuto 88 di Italia-Brasile 3-2 bloccando sulla linea un colpo di testa di Oscar. Iconica l’immagine del bacio di Zoff a Bearzot a fine gara, ancor di più quelle di Pertini festante al Bernabeu, di Dino cha solleva la coppa del Mondo e della celebre partita a carte sull’aereo di ritorno.

Era una Nazionale trainata dal gruppo targato Fvg: oltre a Bearzot e Zoff anche Collovati, il friulano d’adozione Causio, il vice allenatore Cesare Maldini e persino il medico Leonardo Vecchiet,

Decisamente più amaro il ricordo dell’Europeo 2000, con Zoff commissario tecnico. Una coppa solo sfiorata e sfuggita per il gol di Wiltord al 94’ e il golden gol di Trezeguet nel supplementare di Francia-Italia. Peggio di quell’epilogo solo il day after, con le feroci critiche dell’allora Premier Silvio Berlusconi per la mancata marcatura a uomo su Zidane. Nel ricordare le proprie dimissioni Zoff parla di “dignità”.

Quella che non gli è mai mancata, facendolo diventare una figura di riferimento per tanti e che nella fiction diventa il mito del portiere tredicenne capace di superare ogni paura. Un uomo così avrebbe consigli utili ancor’oggi per la rinascita di un calcio italiano in profondissima crisi.

 

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