Cisse, dai campetti di Treviso al Milan. Il primo allenatore: «Si può arrivare in alto partendo da una squadra di quartiere»
Da San Giuseppe all’Indomita, poi Giorgione e Verona: chi lo ha visto crescere racconta il talento, la timidezza e l’umiltà del 19enne trevigiano oggi protagonista in rossonero. Buratello: «Le famiglie capiscano: non serve inseguire vivai professionisti»

I primi calci al campetto di via Paludetti, a Treviso, sotto il cavalcavia di San Giuseppe, vicino al grattacielo delle Stiore dove la famiglia abita tuttora.
Quella volta che, con i Pulcini dell’Indomita, gli fu chiesto in un’esercitazione di simulare una rovesciata e a lui riuscì alla perfezione, tanto da far stropicciare gli occhi ad allenatori e dirigenti.
Il trasferimento all’Hellas e quella difficoltà nel regalare un sorriso per la foto di rito sotto la sede della società: la timidezza si faceva sentire, allontanarsi da casa un po’ lo turbava.
E una caratteristica che tutti ripetono all’unisono: l’umiltà, i piedi ben piantati per terra.
Quando un potenziale campione si rivela scatta il gioco per scoprire come tutto è cominciato. Interpellare i suoi primi dirigenti e allenatori è la strategia giusta per apprendere aneddoti e momenti chiave della carriera.
All’indomani del primo gol con il Milan in Serie A, il nome di Alphadjo Cisse è sulla bocca di tutti.
Il 19enne trequartista di Treviso, che ha conquistato il nuovo allenatore rossonero Ruben Amorim, è il personaggio-copertina della giornata inaugurale del massimo campionato.
E c’è una riflessione, a firma del suo primo allenatore Davide Buranello al San Giuseppe, che dice tutto: «La sua storia insegna che si può arrivare in alto, partendo anche da una squadra di quartiere. Non serve che le famiglie cerchino subito il vivaio importante, quando si è bambini conta soprattutto divertirsi».
E, con il pallone, il piccolo “Alpha” si è sempre divertito tantissimo. «Già a sei anni, quando iniziò dai Piccoli Amici del San Giuseppe, per poi passare all’Indomita. Un bambino tranquillo, già bravo a livello tecnico», precisa Buranello.
Dall’Indomita al Giorgione
Poi arrivò l’Indomita (oggi Marca Academy) a Monigo e l’allora vicepresidente Marco Pinzi (oggi nella dirigenza del Treviso) ricorda bene quel ragazzino che arrivava in bici a o piedi al campetto (accompagnato dal papà dopo il turno in fabbrica), sempre con tanta voglia di fare e dare il meglio di sé. Piccoli Amici e Pulcini, prima del salto al Giorgione.
«Educato, mai sopra le righe, gli piaceva proprio giocare», ricorda Pinzi, «il suo approdo nei grandi palcoscenici mette in evidenza anche la valenza sociale dell’Indomita: operando in quartieri multietnici, il calcio ha rappresentato anche uno strumento di integrazione».
All’Indomita lo allenava Jacopo Vidotto, che cita un aneddoto eloquente: «Categoria Pulcini, facevano esercizi di tecnica e lavori di coordinazione. Un pomeriggio sono previste simulazioni di rovesciate, lui alza la palla da solo e si produce in un gesto tecnico impressionante. Da qualche parte, devo avere ancora un video. Strabiliante».
Istruzioni ai naviganti: Ousmane Bance, classe 2007, è attaccante della Reggiana e in comune con “Alpha” ha i trascorsi con l’Indomita. Da quelle parti ci sanno fare.
Il talento e il salto al Verona
Fabio Dalla Costa portò invece il trequartista di Amorim al Giorgione (all’epoca era responsabile del settore giovanile dei rossostellati, oggi è alla direzione tecnica del vivaio del Treviso) e non schioda dalla mente il gol di “Alpha” al Torino.
La sensazione forte del déjà vu. «Da noi fece Esordienti e Giovanissimi, aveva picchi di fantasia che lo distinguevano dagli altri», mette in evidenza Dalla Costa, «quando ho visto il gol dell’altra sera, ho pensato subito alle sue giocate, ai colpi che inventava già da bambino. Il talento si intuiva, l’unico difetto è che ogni tanto in partita si eclissava: chi è venuto dopo, ha saputo toccare le corde giuste».
Dopo sarebbe arrivato il Verona e il bello è che «il giorno della firma facevo fatica a strappargli un sorriso. Era timido, per la prima volta si allontanava da casa. E c’è un altro aspetto che voglio sottolineare: non ha mai dimenticato chi l’ha fatto crescere».
Con dirigenti e allenatori che l’hanno seguito negli esordi, si messaggia tuttora. Un legame fortissimo cementato anche lontano da San Giuseppe e Monigo. «E chi scorda le pagelle dei suoi allenamenti? In mezzo a giocatori normali, aveva guizzi da 9 e 10», conclude Dalla Costa.
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