Baseball, fenomeno Italia: il quarto posto al World Classic è già storia

Con una squadra formata da emigranti di terza generazione, ai mondiali gli azzurri sono arrivati a un passo dalla finale cedendo solo al Venezuela, capace di battere gli Usa nell’ultimo atto

Nicola Cesaro
Sam Antonacci durante la semifinale contro il Venezuela (Foto EPA/CRISTOBAL HERRERA-ULASHKEVICH)
Sam Antonacci durante la semifinale contro il Venezuela (Foto EPA/CRISTOBAL HERRERA-ULASHKEVICH)

Non era facile, con tanti “concorrenti” attorno, bucare la soglia dell’attenzione generale. Le fresche Olimpiadi italiane – con le storione delle varie Federica Brignone e Arianna Fontana, o i trend che spaccano come il curling -, il ritorno di Sinner che va a prendersi l’Indian Wells, Kimi Antonelli che riporta l’azzurro sul podio della Formula 1, l’Italbasket femminile che si guadagna il Mondiale dopo 32 anni, i dieci giorni dal disperato spareggio del calcio azzurro per andare alla Coppa del Mondo. Serviva un’impresa, sul campo – anzi, sul diamante – ma anche nei modi, e la nazionale italiana di baseball ci è riuscita quasi alla perfezione.

Per due settimane gli azzurri dell’italo venezuelano Francisco Cervelli hanno amplificato oltre ogni previsione un movimento che in Italia è a dir poco timido (15 mila tesserati, forse 50 mila praticanti): lo hanno fatto rischiando di finire sul tetto del mondo e cavalcando un’italianità molto stereotipata (caffè, Armani, “sei bellissima”) ma spinta soprattutto da un fortissimo orgoglio e senso di appartenenza che ha reso la nostra nazionale forse la storia sportiva della settimana a livello planetario.

In breve, il dato sportivo: gli azzurri del baseball hanno raggiunto il quarto posto al World Baseball Classic (di fatto il mondiale), venendo eliminati in semifinale solo dal Venezuela, che nella finalissima di Miami è andato a battere gli Usa (a soli due mesi dall’incursione americana che ha portato alla cattura di Nicolàs Maduro). Usa che erano stati battuti clamorosamente anche dall’Italia, che a sua volta con questo piazzamento eguaglia il quarto posto del 1998.

Si diceva dei modi, oltre che delle prestazioni. Nel giro di qualche giorno mezzo Stivale ha imparato a conoscere nomi fino a ieri quasi mai sentiti (fatta eccezione per gli appassionati, ovvio, visto che quasi tutti militano in Mlb, la massima lega americana): Ron Marinaccio, Adam Ottavino, Vinnie Pasquantino, Dominic Canzone, Aaron Nola, Dan Altavilla, Gordon Graceffo, Dylan DeLucia, Sam Antonacci, Thomas Saggese, Giaconino Lasaracina, Jac Caglianone, Sal Fasano.

Oriundi, italoamericani, “paisà”. Li si chiami a piacere, ma l’anagrafica non mente: ad eccezione di Sam Aldegheri (Verona), Gabriele Quattrini (Potenza Picena), Claudio Scotti (Roma), si tratta di giocatori nati tra Usa, Canada e Venezuela, quasi tutti terze generazioni di emigrati le cui storie sono quelle lette più volte.

Non parlano italiano (basta vedere i social, comicissimi e apprezzatissimi, sanno dire sì e no “grazie”, “sei bellissima” e “pasta al ragù”) ma hanno un senso di appartenenza quasi commovente. Ma al di là della lettura sociale, indicano una via: quello di un progetto di rappresentativa nazionale che va oltre i confini geografici e si spinge al di là del perimetro federale. In epoca moderna lo si è intravisto nel basket (si ricordi l’ostile caso di Donte DiVincenzo, così come quello di Paolo Banchero, ma in passato non si può dimenticare Mike D’Antoni), pure nel calcio (Jorginho, pur cresciuto in Italia), e qualcuno – per il bene del medagliere – auspica che il ricorso massiccio agli “italo” della Nhl avvenga anche anche nell’hockey su ghiaccio. Dal baseball un fuoricampo che fa storia?

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