Addio «Drago»: chi è stato Sandro Munari, icona del rally

Nato a Cavarzere (Venezia), aveva 85 anni. Il rally di Montecarlo vinto nel 1972 lo ha fatto entrare nella leggenda. Miki Biasion, due volte campione del mondo: «Gli chiesi l’autografo, ricordo bene»

Niccolò Budoia
Volpago, raduno auto storiche Lancia. In foto l'ex pilota Sandro Munari
Volpago, raduno auto storiche Lancia. In foto l'ex pilota Sandro Munari

Il Drago ha girato la sua ultima curva. Sandro Munari se n’è andato a Bologna nella notte fra venerdì e sabato: aveva 85 anni ed era malato da tempo.

Prima i kart, poi navigatore di Arnaldo Cavallari, poi la leggenda tutta per sé. Il suo nome resta legato all’impresa più straordinaria, la vittoria nel 1972 a Montecarlo con la Lancia Fulvia numero 14 che sulla carta nulla avrebbe potuto contro le corazzate Porsche e Alpine.

Ce la fece sfruttando tutte le sue doti, concretizzando una vittoria totale per l’Italia dello sport. Nel rientro verso casa con il navigatore Mario Mannucci, il casellante di Rovigo lo riconobbe e gli disse che non doveva uscire lì ma a Boara dove in centinaia lo stavano aspettando. Verso la sua Cavarzere le strade erano piene di gente, e davanti a casa c’era tutto il paese che lo costrinse a parlare dal balcone di via Verdi: «Mi sentivo un po’ imbarazzato: non mi ero ancora calato nel nuovo ruolo di personaggio pubblico», avrebbe ammesso Munari anni dopo.

Ma se quella vittoria lo consacrò alla leggenda, il Drago aveva già vinto tanto: l’Italiano nel 1967 e nel 1969, l’Europeo più tardi nel 1973, poi la Coppa Fia per Piloti del 1977, vale a dire il Mondiale prima che fosse istituito, e la Targa Florio 1972 sulla Ferrari 312 PB in coppia con Arturo Merzario.

Sempre insieme a Lancia, con Fulvia e Stratos, sempre accompagnato da un Paese che aspettava la Gazzetta e la Domenica Sportiva per capire quanto ancora quel pilota alto, austero e schivo li avrebbe stupiti. Per lui, l’emozione più grande fu sempre quel Monte vinto contro tutto e tutti. Ma non per la vittoria in sé: la produzione della Lancia Fulvia stradale doveva cessare di lì a poco, ma quel successo regalò altri cinque anni di lavoro agli operai. E di questo il Drago fu sempre orgogliosissimo.

Munari segnò un’epoca e fece innamorare migliaia di italiani al rally. Fra questi anche Miki Biasion, due volte campione del mondo: «Nella mia Bassano c’era uno dei controlli timbro di avvicinamento al Rally di Montecarlo, e lì per la prima volta mi feci una foto con lui e gli chiesi l’autografo. L’ho pensato quando nel 1988 ho vinto il mio primo Safari Rally, la gara che gli è sempre sfuggita. Abbiamo iniziato a frequentarci dopo che ho smesso di correre: l’Italia ha perso un maestro e un grande campione, esempio di determinazione e professionalità anche per i nostri giovani. È stato lui che ha fatto scoccare in me la scintilla», le parole di Miki. Sandro Munari se n’è andato. Ma il rombo del suo motore, la sua leggenda, non morirà mai.

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