
Vini bianchi a Nordest: l’ora dell’identità
Qui si produce il più bevuto al mondo e quello con più valore d’Italia: due modelli opposti. Serve il coraggio di puntare sulla qualità e non sulla quantità. E chi lo ha capito sta già raccogliendo i risultati
«Il Nord-Est non è una categoria di bianchi, è un mosaico». Paolo Porfidio, milanese, tra i sommelier più rilevanti d'Italia — miglior sommelier 2023 per Identità Golose, head sommelier di Terrazza Gallia all'Excelsior Hotel Gallia di Milano, docente alla IULM e alla Cattolica del Sacro Cuore, coordinatore ASPI per Milano — mette insieme in una carta ciò che l'immaginario italiano tiene separato: da un lato il vino più bevuto al mondo, dall'altro alcuni dei bianchi più stimati d'Italia. Sono lo stesso Nord-Est.
La fabbrica del bianco
I numeri raccontano la distanza. Il Pinot grigio delle Venezie ha imbottigliato nel 2024 un milione e settecentomila ettolitri per duecentotrenta milioni di bottiglie: circa il quaranta per cento della produzione mondiale di Pinot grigio, con prezzo medio al supermercato attorno ai tre euro.
Il Lugana ne fa dieci volte meno — ventuno milioni di bottiglie — ma sfiora i nove euro allo scaffale. Vertice tra i bianchi DOC italiani. In mezzo l'Alto Adige, prima regione italiana per vino bianco: sessantacinque per cento della sua produzione totale, prezzi medi tripli, cooperative come Cantina Terlano considerate modello mondiale.
La risposta di Bolla: euro, non enologia
Chi al Nord-Est produce bianchi lo vede da vicino. Pigi Bolla, della famiglia titolare di Valdo Spumanti — gruppo di Valdobbiadene che con novanta milioni di ricavi guida il Prosecco Superiore DOCG — se gli chiedi dei bianchi non risponde di enologia. «Chiedi dei bianchi del Nord-Est», dice, «e ti rispondo di euro. Uno e cinquanta contro tre e cinquanta al litro. Cooperative. Sostituibilità del fornitore». Non è un fuori tema, è la risposta.
Valdo e la Ribolla metodo classico: una filiera unica in Italia
La strategia di Valdo è coerente: nel marzo 2026, in coincidenza con il centenario del gruppo, l'azienda di Valdobbiadene ha completato l'acquisizione al cento per cento de I Magredi, cantina friulana di San Giorgio della Richinvelda in Pordenone, dove era già entrata con una quota del venti per cento nel 2018.
Per il gruppo di Bolla, questa operazione significa uscire dalla sola bolla e presidiare i bianchi fermi identitari. Il primo frutto del nuovo corso arriva a Natale 2026: si chiama Ribolla metodo classico I Magredi, ventiquattro mesi di affinamento sui lieviti, marchio esclusivo della cantina friulana, solo canale ristorazione, listino di quindici euro, presentazione in programma a settembre. Bolla è convinto di aver fatto la mossa più insolita del segmento: nessun'altra azienda in Italia produce oggi Ribolla contemporaneamente nelle tre versioni — fermo, Charmat, metodo classico — chiudendo l'intera filiera enologica intorno a un vitigno friulano.
Nel frattempo la Garda DOC, denominazione-ombrello del Lago, chiude il 2025 a ventitré milioni e trecentomila bottiglie, cresciuta del venti per cento in un anno: prima DOC italiana con vino fermo a bassa gradazione alcolica, disciplinare rinnovato dalla vendemmia 2025/2026 con Garganega al nove per cento di alcol e menzione «Crémant» per il metodo classico. Non è una toppa commerciale: è un riposizionamento che coinvolge duecentocinquanta produttori tra cantine verticali e cooperative.
Il modello Lugana: percorso, non svolta
Il modello che Bolla studia è il Lugana, il bianco che al valore è già arrivato. Fabio Zenato, presidente del Consorzio, non parla di svolta ma di percorso. «Alla crescita del Lugana abbiamo affiancato un lavoro costante sulla qualità e sulla valorizzazione della Turbiana e del territorio, accompagnato da una comunicazione sempre più mirata e coerente, in Italia e all'estero. Essendo una denominazione relativamente piccola, circa duemilaseicento ettari, il nostro obiettivo non è inseguire i volumi ma consolidare e tutelare nel tempo il posizionamento raggiunto».
I numeri gli danno ragione: l'export vale il sessanta per cento della produzione, il Lugana è presente in oltre sessantacinque Paesi e cresce nel Regno Unito e negli Stati Uniti. La Germania resta strategica per lo storico legame con il Lago di Garda e il turismo nord-europeo, ma il quaranta per cento italiano dà solidità.
Sul cambiamento climatico il Consorzio ha portato avanti negli ultimi quindici anni un lavoro di caratterizzazione clonale della Turbiana, con la registrazione di tre nuovi cloni nel 2021, e ha lanciato Lugana V.I.T.A.E., un progetto di ricerca sull'interazione tra vitigno, terreno e clima. «Il Lago di Garda e le sue brezze ci aiutano grazie alla loro azione mitigatrice», spiega Zenato, «ma dobbiamo continuare a lavorare sull'adattamento del vigneto». Resta un aspetto che il Consorzio ammette di non comunicare abbastanza: la capacità di invecchiamento del Lugana.
«È conosciuto soprattutto come un bianco fresco, immediato e piacevole, ma la Turbiana, grazie alla sua acidità e sapidità, ha una straordinaria capacità di evolvere nel tempo. Le tipologie Superiore e Riserva lo dimostrano particolarmente bene».
Il Soave che è tornato al mondo
Fuori dal Lugana, un altro bianco veneto si sta riprendendo. Il Soave — DOCG dal 2021, con le Colline Vitate riconosciute sito FAO GIAHS dal maggio 2023 come patrimonio agricolo mondiale, trentatré Unità Geografiche Aggiuntive dal 2019 — ha visto Pieropan La Rocca 2023 arrivare al sesto posto della classifica James Suckling 2025 dei cento vini al mondo: primo bianco in assoluto, primo italiano. Non è marketing: una generazione di produttori ha rimesso al centro il territorio, e la riforma in corso della denominazione riordina la piramide di qualità con Doc in pianura e Docg solo in collina.
Porfidio insiste sulla materia prima: «La Garganega resta sottovalutata. Sembra paradossale, perché tutti conoscono il Soave, ma pochi consumatori hanno compreso cosa possa diventare la Garganega quando proviene da una grande vigna, da basse rese e viene lasciata evolvere nel tempo. È un vitigno capace di unire profondità, sapidità, eleganza e longevità, senza perdere quella naturale bevibilità che per me resta uno dei suoi grandi punti di forza».
Il Friuli e le interpretazioni radicali
Sul versante friulano c'è il Collio, uno dei territori del bianco italiano più stimati al mondo per Friulano — che a Porfidio piace citare accanto a Pinot Bianco di montagna e Ribolla — e per le interpretazioni radicali di Gravner e Radikon sulla macerazione. «Non sono importanti perché fanno vino arancione», dice Porfidio, «così come Radikon non è interessante perché è alternativo. Sono importanti perché hanno avuto il coraggio di costruire un linguaggio personale, spesso andando contro ciò che il mercato chiedeva in quel momento».
In sala, aggiunge, sono vini che richiedono il cliente giusto e il racconto giusto: «Non li proporrei mai come esercizio di stile. Devono avere un senso nel percorso gastronomico». Nel Nord-Est convivono uno dei vini più popolari al mondo e alcune delle interpretazioni più radicali della viticoltura italiana. Pochissime regioni vinicole possono permettersi una distanza così grande all'interno dello stesso bicchiere geografico.
La diagnosi dall'esterno: parla Walter Massa
La lettura è condivisa fuori dall'area. Walter Massa, produttore di Monleale nei Colli Tortonesi, tra i più autorevoli enologi italiani del bianco, ha portato il Timorasso da vino contadino sconosciuto a icona mondiale nel giro di trent'anni. Guardando il Nord-Est bianco dall'esterno del sistema, la sua diagnosi è netta. Il Friuli è stato per anni la pietra miliare del bianco italiano, dice: Malvasia Istriana, Ribolla, ex-Tocai, Vitovska, vitigni alloctoni, Collio Bianco, vini macerati. Ma quella varietà di espressioni rischia di diventare incomunicabilità, e oggi il Friuli non è più il punto di riferimento che era.
Sul Trentino Massa vede la stessa dispersione — Kerner, Manzoni Bianco, Nosiola, vitigni internazionali — con un paradosso: il territorio che ha insegnato la comunicazione con il Trentodoc non è riuscito a farla con i suoi bianchi fermi. Il Soave, invece, è l'unica denominazione del Nord-Est che oggi funziona anche nella fascia media, con qualità nei collinari e tenuta nei prodotti più industriali. E ci sono i Colli Berici e i Colli Euganei — Vicenza e Padova — dove la qualità c'è, e c'è la vulcanicità dei suoli: manca il leader capace di raccontarli.
Sopra i 50 euro: la partita internazionale
Sopra i cinquanta-settanta euro carta, dice Porfidio, cambia tutto: il cliente smette di comprare un vino bianco e comincia a comprare un nome, un territorio, una storia. Alto Adige e Collio sono i territori che meglio reggono la fascia alta, ma quando si sale ancora il cliente internazionale entra in un territorio mentale dominato da Borgogna, Sancerre, grandi Riesling tedeschi.
«Il nostro lavoro è rompere questo automatismo. Non sto vendendo un'alternativa alla Francia. Sto vendendo una grande bottiglia italiana con una propria dignità internazionale».
I bianchi perduti e il Custoza in cerca di identità
Restano poi i bianchi perduti — Vespaiolo di Breganze, Bianchetta trevigiana, Verdiso di collina, Durella dei Berici — spesso non davvero scomparsi, ma rimasti in poche mani o diventati presenze silenziose all'interno di denominazioni più conosciute. E resta il Custoza, che con undici milioni di bottiglie in nove comuni tra Verona e il Garda, DOC dal 1971, fatica a costruire un'identità forte.
Anche qui, però, il Custoza Superiore è cresciuto del trecento per cento negli ultimi cinque anni: la Riserva, introdotta nel 2019, ha visto i primi lanci nel 2024 con appena quattordicimila bottiglie iniziali di cinque aziende.
La partita del Nord-Est bianco non è enologica: è di posizionamento. Vince chi ha il coraggio di raccontare l'origine invece di rincorrere volumi. Il bianco più bevuto al mondo può convivere con il più stimato d'Italia, purché ciascuno decida chi essere. Ci vuole coraggio, appunto: quello di alzare il prezzo contro il mercato, di raccontare l'origine invece della quantità, di scommettere sull'identità invece che sulla sostituibilità.
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