La Resistenza e il sacrificio degli ebrei, in Veneto
Rita Rosani, partigiana di 24 anni, fu freddata in una baita della Valpolicella. L’industriale Diena, corriere segreto, finì nel lager: storie di vittime combattenti

All’alba del 17 settembre 1944, in una baita della Valpolicella, dopo un anno di feroci combattimenti la banda partigiana “Aquila” si scopre accerchiata dai nazifascisti. Quattordici giovani, una ragazza: «Rita stai pronta, noi usciamo sparando, tu scappi nel bosco», grida il capo. «Vuialtri g’avì voia de scherzare», ribatte lei. E si getta nella mischia.
Nata Rosenzweig a Trieste, divenuta Rosani all’anagrafe del regime, la maestra elementare israelita non compirà i 24 anni: ferita e catturata, è uccisa a sangue freddo da un sottufficiale della Guardia nazionale repubblicana. Un compagno già in salvo, Dino Degani, torna sui propri passi nel tentativo di strapparla ai nemici: ad attenderlo, una raffica mortale.

«Molte donne si sono comportate valorosamente, ma tu le superi tutte», recita la lapide all’ingresso della sinagoga di Verona; «Ultima a ritirarsi, cadeva da valorosa», fa eco la medaglia d’oro al valor militare concessa dalla Repubblica.
Parliamo di lei nel Giorno che ricorda la Shoah perché, pur animata da oltre 45 mila volontari in armi nel Veneto e nelle altre regioni, la partecipazione ebraica alla guerra di liberazione rappresenta tuttora un capitolo misconosciuto. Che affonda le radici nei primi nuclei di resistenza, sorti dopo l’armistizio nelle zone collinari e prealpine del Vicentino e della Marca, nel Feltrino, nel Bellunese, in Friuli. Militari leali alla patria, latitanti e studenti, antifascisti di fede comunista e socialista, formazioni azioniste e cattoliche.

Spalleggiati dalla rete clandestina allestita all’università di Padova da Concetto Marchesi ed Ezio Franceschini, in contatto con il Cln, la Svizzera, gli Alleati, il governo badogliano al Sud. Al fianco del rettore, opera un industriale ebreo e laico della città del Santo, Giorgio Diena, corriere segreto oltre il confine: arrestato a Vittorio Veneto, pur minato nel fisico dalle torture, sopravvive alle deportazioni tra Buchenwald e Dachau.

Nel frattempo, risorto sotto l’ala delle armate tedesche, il fascismo di Benito Mussolini accentua il terrore antisemita già in nuce nelle leggi razziali del 1938. Tra i primi atti di Salò, l’istituzione di 31 campi di concentramento riservati ai “giudei” (nel principale, a Vo’ Vecchio, i prigionieri in transito risultano 71, i superstiti tre appena) scandita dai decreti di arresto immediato e confisca di ogni loro bene.
Tra gli internati – 1408 quelli censiti, 158 i deceduti – figurano Alberto Altarac comandante di battaglione nella “Pasubiana” ; Markus Davidovic della brigata Martiri Val Leogra; David Lobmann che si batte nel Padovano prima di aderire ai Gap, i temibili “commando” urbani; Silvio Barabas, catturato dai nemici a Tarzo e scampato allo sterminio di Auschwitz; gli studenti in armi del Bo: Chaim Pajes, Carol Schönheim, Fajwel Szajkowicz; il partigiano medico Andrea Strasser e il patriota Pietro Vais; l’irriducibile Leon Steinlauf, caduto in uno scontro a fuoco con le camicie nere.
Gli uomini contro, le vittime inermi
Dicembre 1943: a Venezia, il questore Filippo Cordova ordina agli ebrei «di non allontanarsi dalla residenza et di presentarsi ogni giorno all’ufficio di polizia o al comando carabinieri», salvo disporre il piantonamento a domicilio degli esponenti “più influenti et più pericolosi” nella comunità.
È il prologo alla razzia, preceduta da un allarme aereo fittizio e compiuta da 1500 tra squadristi e agenti in divisa. Che rastrellano il ghetto, le isole, il Lido, Chioggia. Fanno esplodere la porta d’ingresso della casa di riposo israelitica, prelevano a forza gli anziani e i ricoverati. Arrestano anche i minori, saccheggiano le case e le sigillano per destinarle ai fedelissimi.
La sera seguente, il prefetto comunica al ministero dell’Interno il successo dell’operazione, culminata nel «fermo numero 163 ebrei puri di cui 114 donne et 49 uomini», destinati, ad eccezione degli “aventi genitore o coniuge ariano” e dei malati più gravi, al trasferimento nel famigerato campo di Fossoli, Carpi.
Vi arriveranno attraverso la ferrovia, nella notte di San Silvestro, e in breve tempo saranno raggiunti da un gruppo di bimbi in tenera età. I genitori potranno così ricongiungersi ai figli, condividendone il destino tragico. Perché il 22 febbraio successivo, da Fossoli partirà un treno presidiato dalle SS, a bordo tutti gli ebrei veneziani diretti ad Auschwitz-Birkenau. Non più di 15 faranno ritorno.
«Ma è sbagliato parlare solo di numeri, dietro a ogni vita c’erano sogni e speranze», scrive al riguardo lo storico Andrea Vitello, autore di un’accurata monografia sulla vicenda. Che altro? In quel convoglio, stipati in dodici vagoni merci, c’erano 649 prigionieri.
Tra loro anche Primo Levi.
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