Una degustazione di prosciutto Sauris
Una degustazione di prosciutto Sauris

Prosciutti a Nordest, il gusto da imparare

San Daniele produce di più (con oltre 22 milioni di vaschette di affettato) ed esporta di più, ma incassa di meno. Il paradosso della filiera premium in un mercato difficile. Il Consorzio risponde con il Seicento, riserva di 20 mesi

Luca FerruaLuca Ferrua

Tagliato al coltello da una mano esperta, che sa tenere in equilibrio spessore e sostanza, il crudo del Nord-Est non ha nulla da invidiare ai prosciutti più celebrati dall'alta ristorazione. La qualità è altissima. Ma è proprio la qualità la parte più difficile da far percepire a un consumatore che, vittima della crisi, quando fa la spesa non sempre riesce a cogliere la differenza. Il paradosso della filiera premium sta in questo scarto tra valore reale e riconosciuto.

Il paradosso 2025: più prodotti, meno valore

Il caso più significativo è il Prosciutto di San Daniele. Nel 2025 i prosciuttifici aderenti al Consorzio hanno prodotto 2,54 milioni di prosciutti, più 3,7% sul 2024. Il preaffettato ha superato i 22,5 milioni di vaschette, più 5,6%. I consumi nazionali hanno tenuto: più 1% in volume, più 4,5% in valore. Eppure il fatturato della filiera è sceso a 340 milioni di euro, il 5% in meno rispetto ai 360 milioni del 2024. Più prodotto, più vendite, meno valore incassato: la fotografia di una filiera premium sotto pressione sui margini. È il segnale che il mercato di fascia media si è ridotto e che una parte del valore si è compressa lungo la filiera prima di arrivare al fatturato.

Il Seicento: la risposta alla compressione dei margini

La risposta sta in una nuova segmentazione del prodotto. Con il nuovo disciplinare in approvazione arriverà il Prosciutto di San Daniele Seicento, riserva certificata di almeno 20 mesi di stagionatura. È la strategia del valore contro il volume: se la fascia media si comprime, si spinge la fascia alta. Lo stesso ragionamento che i vini del Nord-Est hanno fatto negli ultimi anni con le loro riserve — dal Prosecco Superiore DOCG ai bianchi del Collio in versione longeva.

Cinquant'anni di crudo: il Prosciuttificio Coradazzi

La famiglia Coradazzi che quest’anno festeggia i cinquant’anni del prosciuttificio a San Daniele
La famiglia Coradazzi che quest’anno festeggia i cinquant’anni del prosciuttificio a San Daniele

La stessa strategia la racconta dall'interno chi ha attraversato i cinquant'anni di filiera. Il Prosciuttificio Coradazzi di San Daniele festeggia proprio quest'anno i 50 anni: fu fondato nell'aprile del 1976 da Rino Coradazzi, arrivato ragazzino dalla Carnia. Oggi la guidano i figli Teresa e Angelo, con i nipoti Lorenzo e Francesco già al fianco. 13.000 cosce l'anno, stagionatura minima 20 mesi, dieci dipendenti, un fatturato che supera di poco i 2 milioni di euro.

«Fino al 1996 avevo sempre vissuto in un prosciuttificio», racconta Teresa Coradazzi. «Quando mi sono sposata sono andata a vivere in una casa normale». La casa dell'infanzia era l'appartamento del custode dentro l'azienda del nonno; il salone dove correva in bicicletta per chiudere le luci era quello del prosciuttificio; il furgone che imparava a guidare da bambina, col classico mattone sotto l'acceleratore perché non arrivava ai pedali, era il furgone del padre.

La voce di Teresa: coraggio, non passione

«Bisogna avere il coraggio di non deprezzare il prodotto», dice Teresa. «Lavorarne pochi, ridurre la produzione ma non abbassare il prezzo. Bisogna creare un giro che sia sostenibile per l'azienda per offrire il meglio».

E aggiunge una cifra caratteriale che è la firma della sua filosofia imprenditoriale: «Sul nostro sito la parola "passione" non compare mai. L'ho scritto io. Non troverà mai la parola passione, perché non si è artigiani per passione. Ci vuole determinazione. La passione ti apre un progetto, ma se non sei determinato a portarlo avanti ogni giorno svanisce». Determinazione contro passione: è il rovesciamento del linguaggio istituzionale del food italiano, quello che riempie le brochure con la parola "passione" e che finisce per non significare più niente.

La memoria di mamma Coradazzi

«Noi lavoriamo nella memoria della nostra mamma», dice Teresa. «Se il campanello suonava alle 12.45, quando avevamo quasi la pasta pronta, mia mamma toglieva il grembiule, spegneva la pasta e andava a servire il cliente. Non ha mai insistito che un cliente se ne andasse perché era fuori orario. È diventato naturale per noi anche adesso, aprire la porta con un sorriso». Nel gesto quotidiano di tenere aperta la vendita diretta oltre l'orario, in un mondo che ha sempre più fretta, c'è la traccia di una filiera che non ha smesso di essere prima di tutto una famiglia.

Il perimetro strettissimo e il sale che rigenera

Il perimetro del San Daniele è strettissimo: 31 prosciuttifici tutti nel Comune di San Daniele del Friuli, 3.500 allevamenti in 10 regioni italiane, materia prima 100% italiana, ricadute economiche per oltre 1,15 miliardi di euro, oltre tre volte il fatturato diretto. Dal 2025 è attivo a Trasaghis un impianto di recupero del sale: rigenera ogni anno 4.200 tonnellate di salamoia e 3.800 di sale, che diventano antighiaccio stradale per le strade friulane in inverno e materia per l'industria conciaria. Economia circolare della carne che dice qualcosa di più profondo: anche lo scarto premium torna a essere risorsa, quando la filiera è pensata come sistema.

L'export: gli USA a più 20%, Giappone e Cina bloccati

Il controllo della qualità con ago o osso di cavallo
Il controllo della qualità con ago o osso di cavallo

L'export vale il 18% del fatturato e cresce del 6% nel 2025. Il terzo mercato dopo Francia e Germania sono gli Stati Uniti, cresciuti del 20%. Frenata invece in Giappone e Cina per i blocchi commerciali legati alla peste suina africana, che riguarda i suini vivi ma incide sulle esportazioni di carne trasformata. I nuovi mercati target sono Polonia, Svezia e Danimarca — il nord Europa che comincia ad apprezzare il crudo dolce italiano dopo decenni di dominio del Serrano spagnolo e del Bayonne francese.

L'atlante del Nordest: dal sale al fumo

Ma il Nord-Est del prosciutto non finisce a San Daniele. Un piccolo atlante racconta il resto, ed è un viaggio dal sale al fumo. A sud, tra Colli Berici ed Euganei, il Prosciutto Veneto Berico-Euganeo DOP è il crudo dolce per eccellenza: nessuna affumicatura, 15 comuni di produzione, Montagnana come centro storico, marchio del Leone di San Marco impresso a fuoco. La fetta è morbida, di sapore delicato: dai 12 mesi di stagionatura minima ai 20 dei migliori. Prima delle celle climatiche moderne la produzione seguiva letteralmente le stagioni: freddo invernale per la salatura, asciugatura primaverile, maturazione estiva.

A Cormòns nel Collio la famiglia D'Osvaldo produce dal 1940 uno dei prosciutti più identitari del confine friulano: salatura e massaggio a mano, leggera affumicatura con ciliegio e alloro che restituisce alla fetta un profumo balsamico, stagionatura naturale tra 16 e 24 mesi. È il punto in cui il crudo italiano incontra la tradizione mitteleuropea, la Cormòns asburgica che non si è mai davvero staccata dal suo confine culturale.

Il viaggio si chiude a Sauris, in una conca delle Alpi Carniche sopra i 900 metri, dove il Prosciutto di Sauris IGP unisce sale, affumicatura leggera di faggio e aria di montagna. Il disciplinare lega tutte le fasi produttive al comune. Al palato è dolce, il fumo non copre la carne. Wolf è la realtà storica del paese, Zahre la voce artigianale più giovane, tra Ampezzo e Sauris, che produce sia la versione IGP sia il crudo dolce di montagna.

Tre modelli, un solo problema condiviso: costruire un consumatore che sappia riconoscere il taglio giusto, la fetta che si scioglie sul palato, i mesi di stagionatura, la differenza. «È la donna che va a fare la spesa che decide», dice Coradazzi. «Il buono dal cattivo lo distingue chiunque. Piano piano la gente sceglie».

Senza quella cultura del gusto, la filiera del Nord-Est, probabilmente la migliore d'Europa, potrebbe non mantenere il suo valore sul mercato, dove l'educazione del consumatore è fondamentale.

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