Roberto Paris
Roberto Paris

Hong Kong o Miami, ogni bolla di Prosecco è un Doc

Come Scotch o Post-it, il Prosecco è un marchio diventato parola comune. Un fenomeno da 3,5 miliardi che racconta molto del Nordest e dell’Italia, perché è la rappresentazione della leggerezza che il mondo ci chiede

La redazione

In un locale alla moda di Coconut Grove, a Miami, un cliente in camicia hawaiana e Rolex al polso si avvicina al bancone e in americano dall’accento ispanico ordina un prosecco. Il cameriere si volta, prende dal frigo un Franciacorta e glielo versa. Il cliente ringrazia e se ne va. Incrocio lo sguardo del cameriere. È interrogativo. «Ma quello non era prosecco», gli dico. E lui, in inglese, mi risponde: «All Italian bubbles are prosecco». Tutte le bollicine italiane, per il mondo, sono prosecco.

Differenze

Dal Consorzio del Prosecco DOC spiegano che il successo del vino veneto «ha la stessa fisionomia di quello dello Scotch o del Post-it: un nome commerciale diventato sostantivo. Nessuno chiede un nastro adesivo, si chiede uno Scotch; nessuno chiede un blocco di appunti, si chiede un post-it, anche quando la marca non è quella. Con il prosecco funziona così».

Con una differenza: Scotch e Post-it sono marchi commerciali diventati comuni, il Prosecco è una denominazione territoriale protetta, radicata in una storia. È l’esatto rovescio.

È da qui che bisogna partire per capire il fenomeno. Non dai numeri — 667 milioni di bottiglie l’anno, tre miliardi e mezzo di fatturato, consumi estivi in crescita del dodici per cento sul 2025. Ma dall’idea. Il Prosecco è la leggerezza italiana fatta liquida. È il vino che il mondo chiede perché è il modo in cui il mondo vuole vederci: aperti, semplici, divertenti, non affaticati dalla nostra storia. Un vino facile da trovare e da bere, da abitudine più che da occasione. Non è un caso che tutto sia nato al Nord-Est: Venezia porto del mondo, le montagne, i confini attraversati, un’apertura antica quanto la Serenissima.

Rara occasione

Il ristorante Il buco nel quartiere Soho di New York ha cominciato a servire Prosecco DOC al bicchiere nel 1999 da un’intuizione di grande successo del Wine director Roberto Paris
Il ristorante Il buco nel quartiere Soho di New York ha cominciato a servire Prosecco DOC al bicchiere nel 1999 da un’intuizione di grande successo del Wine director Roberto Paris

Da Hong Kong lo conferma Edoardo Martini, che da cinque anni gestisce locali internazionali e promuove prodotti italiani sul mercato cinese: «È una delle rare, rarissime occasioni in Italia in cui aziende diverse si sono messe insieme per un obiettivo unico: portare il nome fuori e fare sinergia».

La leggerezza è diventata strategia, e ora lo dice la scienza. Un team delle Università di Torino e Verona ha pubblicato su Applied Economics lo studio «The Spritz Effect». Un’analisi sui dati Google Trends 2004-2020 mostra un legame causale tra il riconoscimento internazionale dello Spritz — entrato nel 2011 nella lista ufficiale dell’International Bartenders Association — e la crescita significativa dell’export di Prosecco. Lo stesso modello applicato al Cava spagnolo non produce effetti. Non è il prezzo, è il fenomeno culturale: il rituale del bicchiere arancione ha spinto tutto.

Il quadro va letto con precisione. Dal Consorzio precisano: «In Italia il novanta per cento degli spritz si prepara con vino frizzante alla spina; nel resto del mondo prevalgono cuvée fantasiose. Sul mercato francese, che sembrava il più esposto al fenomeno spritz, una nostra ricerca mostra che la maggioranza lo beve in purezza». Due dati insieme: "prosecco" designa ormai anche ciò che prosecco non è, ma non è vero che tutto quello che sta in uno spritz sia prosecco.

Il bicchiere

Da New York, Roberto Paris, tra i responsabili di Il Buco a Manhattan: «Mi sembra incredibile quello che è successo con il Prosecco. Nel 1999 noi del Buco siamo stati uno dei primi a servirlo al bicchiere, quando se ne producevano venti milioni. Oggi un bicchiere di Prosecco anche non dei migliori si vende dai diciassette ai diciannove dollari, mentre Franciacorta, Alta Langa o Trentodoc più pregiati non si vendono a ventidue-ventisei dollari». Un vino meno importante batte i più pregiati grazie all’immagine. «È entrato nella testa delle persone come mai mi era capitato con un vino».

Il rischio, per chi lo governa, è tutto interno. Paris avverte: «Attenzione a non entrare in una guerra interna, come è successo al Cava in Spagna. La forza del Prosecco è restare un fronte compatto». Con i dazi americani e Milano-Cortina 2026, la partita del prossimo biennio è tenere insieme dodicimila aziende viticole e trecentosessanta case spumantistiche, mentre il mondo chiama «prosecco» qualsiasi bollicina.

Nel bicchiere del cliente in camicia hawaiana c’era un Franciacorta. Ma la parola che aveva ordinato era Prosecco. Il resto è la storia di come un vino italiano ha imparato a essere l’idea che il mondo ha di noi.

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