A scuola il patto digitale tra prof, studenti e genitori
Dall’inizio dello scorso anno scolastico è stata avviata in due istituti comprensivi padovani la sperimentazione di limitare lo smartphone agli under 14. La preside Concetta Ferrara: «Gli effetti iniziano a vedersi». Ma sostiene la necessità di lavorare ancora per consolidare l’alleanza

Un impegno nato dal basso per limitare l’uso del cellulare tra i giovanissimi. È la scelta presa dai genitori degli istituti comprensivi Gregorio Curbastro e Antonio Vivaldi di Padova. Sono nati così i “patti digitali”, siglati tra scuola e famiglie e fortemente supportati dalla dirigente scolastica Concetta Ferrara, alla guida di entrambi gli istituti.
E dunque niente smartphone fino ai 14 anni, ma anche nessuna perquisizione degli zaini: in caso in cui venga scoperta di un cellulare scatterà il sequestro, ma allo scopo di informare i genitori. E poi educazione digitale per formare i docenti all’uso migliore dell’Intelligenza artificiale in modo da trasmettere le pratiche ai ragazzi.
Come sono nati i patti digitali nelle due scuole?
«Su proposta dei genitori. Mi hanno chiesto i locali di entrambi gli istituti per riunirsi e trovare una posizione comune sul tema. L’ho trovato subito fantastico. I patti digitali non fanno altro che ribadire una legge che già esiste: la proposta vieta l’utilizzo degli smartphone fino alla fine della scuola media, con il divieto dei social fino ai 14 anni. Sono favorevole soprattutto perché in vent’anni da docente di Lettere non ho mai visto tanta aggressività e sofferenza come in questo momento. Sono allo stesso tempo ragazzi iperstimolati e questo influisce molto sull’apprendimento. L’attenzione di questi studenti non è più quella di 15 o 20 anni fa».
Questa iniziativa è partita a settembre, che risultati avete ottenuto?
«Gli effetti si vedono, ma bisogna lavorare ancora molto sul rapporto tra scuola e famiglia. Se non si consolida questa alleanza il lavoro che si fa a scuola viene vanificato e viceversa. Servono unità di intenti e massima condivisione. Il problema nasce molto prima, quando per mancanza di tempo i genitori mettono i bambini, anche molto piccoli, di fronte a un computer. Molto ha fatto anche il ministro dell’Istruzione: ha dato uno strumento in più ai dirigenti scolastici per vietare l’uso di questi dispositivi all’interno delle scuole».
Come l’hanno presa studentesse e studenti?
«Non ho visto problemi da parte loro. Qualcuno riesce comunque a eludere la sorveglianza portando il cellulare, ma sono casi sporadici. Per applicare i patti digitali seguiamo un regolamento che già esiste, non abbiamo introdotto nulla di nuovo. Non è che ci mettiamo a perquisire gli zaini, però se troviamo un dispositivo interveniamo sequestrandolo e convocando i genitori. Lo facciamo anche per avvisare le famiglie».
Come si disciplina l’uso del cellulare senza demonizzarlo?
«La tecnologia all’interno delle scuole, quando ha un regolamento, come nelle classroom, aiuta molto i ragazzi. Altrimenti sarebbe un controsenso: come si può da un lato finanziare l’innovazione tecnologica con i fondi Pnrr e dall’altro evitarla e negarla? Deve aumentare la sorveglianza dei genitori, che poi hanno la responsabilità civile e penale nei confronti dei propri figli. Noi come scuola possiamo intervenire unicamente con la prevenzione».
Oltre allo smartphone, ormai anche il ricorso all’intelligenza artificiale è diventato pratica quotidiana. Un ingresso regolamentato di questo strumento nelle scuole è previsto?
«È stato aperto un bando per la formazione dei docenti sul tema dell’intelligenza artificiale, per l’acquisto di piattaforme più costose, ma che rispettano la privacy. I ragazzini con video e immagini diffondono in rete materiale non autorizzato, ledendo la privacy anche inconsapevolmente. Qui non neghiamo il progresso, ma lavoriamo per un utilizzo controllato. Quindi bene l'intelligenza artificiale quando la si sa usare. Può diventare uno strumento magnifico a supporto anche del nostro lavoro».
I patti digitali sono un esperimento nato dalla vostra comunità scolastica. Sarete seguiti da altri istituti?
«Non lo so ancora ma presumo di sì. Il Comune di Padova si è inserito nella questione supportando le scuole. Se altri istituti non sono ancora partiti penso siano prossimi a farlo».
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