Adolescenti e social, 16 anni è la giusta età minima: i risultati del nostro sondaggio

La rilevazione promossa da Nem con l’Università di Padova. Secondo i nostri lettori avere 14 anni non basta, ma i divieti non sono la soluzione. Servono consapevolezza ed educazione digitale

Fabiana Pesci
I risultati del sondaggio promosso da Nem e Università di Padova
I risultati del sondaggio promosso da Nem e Università di Padova

Avere 14 anni non basta. Almeno quando si parla di social, adolescenti e sicurezza online. Per molti dei lettori che hanno partecipato al sondaggio promosso da Nem in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Statistiche dell’Università di Padova la soglia andrebbe spostata più avanti, a 16 anni. Ma il punto non è solo vietare. Perché nei territori sconfinati della rete non basta l’età anagrafica: servono consapevolezza, educazione digitale e adulti capaci di accompagnare i ragazzi. Una patente digitale nessuno la chiede apertamente. Ma l’idea, in fondo, sembra sfiorarla.

Il tema è da mesi al centro del dibattito pubblico. Alberto Stefani, oggi presidente della Regione Veneto, ha rilanciato una proposta che punta a vietare l’utilizzo dei social ai minori di 14 anni e a introdurre sistemi più rigorosi per la verifica dell’età attraverso strumenti come carta d’identità elettronica o codice fiscale. Alla base dell’iniziativa c’è la convinzione che un ingresso sempre più precoce nelle piattaforme online possa aumentare l’esposizione a rischi come cyberbullismo, contenuti inappropriati, dipendenza e isolamento.

Hanno iniziato a compilarlo 1.123 persone e 878 lo hanno portato a termine quasi integralmente. Il profilo che emerge è quello di un campione composto soprattutto da adulti tra i 40 e i 59 anni, prevalentemente genitori e con un elevato livello di istruzione.

Ed è una preoccupazione che non si traduce automaticamente nella richiesta di divieti assoluti. Certo, la soglia dei 14 anni convince poco. Alla domanda sull’età minima ideale per accedere ai social network, la risposta più frequente è stata infatti 16 anni, indicata dal 41% dei partecipanti, seguita dai 18 anni con il 28%. Ancora più prudente l’atteggiamento verso i giochi online con chat, community e acquisti in-app: qui l’età più indicata diventa addirittura 18 anni.

Eppure il quadro che restituisce il sondaggio è meno scontato di quanto ci si potrebbe aspettare. Non emerge infatti una richiesta generalizzata di nuovi divieti. Al contrario. «La risposta più frequente è quella che chiede di investire in educazione digitale», si legge nell’analisi dei ricercatori dell’Università di Padova. Sommando chi chiede più formazione per i ragazzi e chi la vorrebbe anche per i genitori, si arriva al 43% delle preferenze, una quota praticamente sovrapponibile a quella di chi invoca nuove norme e limiti più elevati.

Il messaggio sembra piuttosto chiaro: il problema non si risolve semplicemente chiudendo una porta.

Anche perché, nella percezione dei partecipanti, la dipendenza da social non nasce principalmente da fragilità individuali. Viene vista piuttosto come il risultato di un ambiente costruito per catturare attenzione e trattenere gli utenti il più a lungo possibile.

«Il campione vede la dipendenza come il risultato di un ambiente digitale iper-stimolante in cui gli adolescenti entrano troppo presto, senza un adeguato supporto educativo o controllo da parte degli adulti», scrivono i ricercatori.

Tra i fattori considerati più influenti compaiono l’esposizione precoce ai dispositivi, lo scrolling infinito dei contenuti, i sistemi di ricompensa basati su like e notifiche e gli algoritmi che propongono contenuti sempre più personalizzati.

«Il campione attribuisce la dipendenza più a cause esterne e ambientali che a vulnerabilità interne dell’adolescente», prosegue ancora l’analisi.

Anche i timori percepiti seguono la stessa direzione. Per cyberbullismo, relazioni tossiche e dipendenza da social la maggioranza assoluta ritiene che gli adolescenti siano molto più esposti degli adulti. Ma il dato che sorprende forse più di tutti riguarda le conseguenze ritenute più diffuse. L’effetto maggiormente indicato non è ansia o depressione: al primo posto compare invece l’isolamento e la difficoltà a relazionarsi con gli altri.

Quando infine viene chiesto a chi dovrebbe spettare il compito di educare i più giovani all’uso delle piattaforme online, il verdetto è netto. Al primo posto c’è la famiglia, seguita dalla scuola e dagli esperti del benessere digitale.

«La famiglia è il perno, la scuola il supporto strutturale, gli esperti del benessere digitale una risorsa qualificata da integrare», si legge ancora nello studio.

La sensazione, alla fine, è che dalle risposte emerga una richiesta che va oltre il semplice limite anagrafico. O, come concludono gli stessi ricercatori, «servono interventi multilivello, che combinino educazione, regole, responsabilizzazione delle piattaforme e restituzione di spazi e relazioni autentiche fuori dalla rete».

Perché per guidare nella rete, forse, non basta soltanto aver compiuto gli anni giusti.

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