Letterboxd, il giudizio su un film passa dal critico agli utenti social

Trenta milioni di iscritti sulla piattaforma che fa gola a Netflix e Paramount. La vera essenza risiede nel bisogno di esternare, spesso a caldo, la propria opinione su un film o una serie

Marco Contino

 

Milioni di utenti, recensioni fulminanti, ironia e tutto quello che, oggi, alla critica cinematografica “togata” fa venire il mal di pancia. Ma Letterboxd, il social network dei cinefili e degli appassionati è diventato ormai un fenomeno globale impossibile da ignorare. E, in fondo, chi meglio dello spettatore può giudicare un film, decretarne la fortuna o l’insuccesso, trasformare un’opera invisibile in un cult?

Nato nel 2011 in Nuova Zelanda dalla intuizione di Matthew Buchanan e Karl von Randow, Letterboxd ha avuto una diffusione impressionante, soprattutto durante la pandemia. Oggi conta quasi 30 milioni di iscritti in più di 190 paesi. E oltre la metà degli utenti ha meno di 35 anni.

Ed è proprio il linguaggio dei giovani - con i loro giudizi lapidari e sarcastici, le stilettate crudeli e le frasi già in formato “meme” - la cifra di una piattaforma da cui è partita una piccola rivoluzione democratica della critica cinematografica.

Come funziona?

Tutti possono partecipare, il funzionamento è intuitivo. Si apre un profilo (gratuitamente; ma ci sono anche forme di abbonamento con funzionalità più avanzate); si scelgono quattro film del cuore (una sorta di biglietto da visita culturale) e si comincia a riempire il proprio diario di visioni, attribuendo ai film visti un voto (da mezza a cinque stelline) e una recensione che, il più delle volte, consiste in una breve riflessione o anche solo una frase.

“L’argomentazione non abita più qui”, direbbe Martin Scorsese parafrasando il titolo di un suo film. E proprio il regista newyorchese è uno degli utenti più illustri della piattaforma, attivo dal 2023. Perché su Letterboxd la recensione di uno spettatore qualunque può circolare accanto a quella di un autore e di un critico “patentato”. Anzi, spesso la battuta folgorante riceve molti più consensi dell’analisi sofisticata.

Watchlist e classifiche

Ci sono poi le watchlist e le classifiche personali: dai migliori horror di una certa decade, ai film da vedere dopo una delusione d’amore. Scorsese, per esempio, ha condiviso i suoi dieci titoli della vita; il premio Oscar Sean Baker è attivissimo sul proprio diario; Francis Ford Coppola ha pubblicato una lista di film “highly recommended”. Ma il profilo celebre è solo qualcosa di curioso, non molto lontano dal meccanismo di qualsiasi altro social che ha tra i propri utenti una star che commenta, posta o pubblica una foto.

Dimmi la tua

La vera essenza di Letterboxd risiede nel bisogno di esternare, spesso a caldo, la propria opinione su un film per soddisfare un desiderio antico: uscire dalla sala e parlare di ciò che si è visto con qualcuno. Solo che l’interlocutore può essere dall’altra parte del mondo. Il limite, semmai, è che la discussione su un film, anziché continuare davanti a una pizza, prosegue online: da uno schermo a un altro schermo, alimentando la deriva soliloquista di oggi.

Per gli addetti ai lavori Letterboxd è ormai un osservatorio privilegiato sui gusti del pubblico, capace di intercettare tendenze, fuori dai festival e dalle riviste specializzate.

Certo, dietro l’angolo c’è il rischio del qualunquismo critico che alimenta l’idea che ogni giudizio abbia lo stesso valore, indipendentemente dalla conoscenza e dalla profondità dell’analisi. Ma, intanto, si parla di cinema: un flusso collettivo che scrive milioni di pagine di diari sentimentali. Che spesso, nel loro essere telegrafiche e disossate, centrano in pieno il senso di un film o ne danno una lettura ironica.

Il Sorpasso in saor

Una scena di Le città di pianura
Una scena di Le città di pianura

Per restare alle nostre latitudini, c’è chi definisce Le città di pianura di Sossai «il Sorpasso in saor» o chi commenta «Il Veneto è una tomba, una zona liminale abitata dai fantasmi e dalle loro storie», o ancora chi parla del film in questi termini: «Come se il gatto e la volpe avessero portato Pinocchio al bacaro tour anziché al campo dei miracoli» e altri che ironizzano: «L'unico difetto di questo film è che ti illude ci sia qualcosa da fare la sera a Venezia».

Ma anche il recentissimo cortometraggio Mutrion di Marco Cavazzin, miglior regista a Locarno, ha i suoi lampi, lucidissimi, di critica: «Esperienza catartica, che tu l’abbia vissuta abbandonando la laguna o un’isola del mediterraneo arriva dritta uguale!», commenta un utente, mentre un altro azzarda un paragone spericolato: «…quasi una versione sperimentale dell’Odissea, in cui il tema del ritorno a casa viene traslato in una dimensione completamente nuova». Non è un caso che questa (ora non più) piccola isola di cinefilia democratica oggi valga circa 300 milioni di dollari e faccia gola a Netflix, Sony e Paramount, attirati dal suo essere diventata un affidabile termometro di gusti cinematografici. Ma uno di questi colossi riuscirebbe a preservare la sua autenticità?

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