Un centro di ricerca europeo per sviluppare un progetto sull’AI come bene comune

Una terza via sull’esempio del Cern per evitare licenziamenti e dipendenza

Marco Panara
La sfida dell’intelligenza artificiale sarà al centro della prima enciclica di Papa Leone
La sfida dell’intelligenza artificiale sarà al centro della prima enciclica di Papa Leone

Si calcola che negli Stati Uniti tra il 2025 e il 2026 in tutti i settori il numero dei lavoratori sostituiti direttamente dall’AI oscilli tra 100 e 150 mila. Non sappiamo cosa stia accadendo in Cina, dati pubblicati parlano di fondi pubblici e privati investiti per 125 miliardi, che tenendo conto dei costi più bassi e di altri fattori valgono in realtà un moltiplicatore di quella cifra nel confronto con gli investimenti americani.

Il dibattito

In queste settimane ha fatto un salto di qualità il dibattito sulla regolamentazione dell’AI, anche gli Usa di Donald Trump cominciano ad accettare l’idea che la questione non è più regole sì o regole no ma quali regole. Si ragiona su come trovare un equilibrio tra norme che diano sicurezza alle persone, alle imprese e al mercato, che garantiscano uno sviluppo e un utilizzo eticamente responsabile senza compromettere o rallentare l’innovazione. È un dibattito importantissimo perché le regole sono fondamentali per far sì che questa tecnologia contribuisca al benessere generale e non abbia effetti distorsivi sull’equilibrio sociale, sul funzionamento delle istituzioni e dei mercati, che rispetti le persone e la autonoma capacità di giudizio di ciascuno.

La trappola

Le regole quindi sono indispensabili ed è importantissimo che siano equilibrate e condivise. Ma legiferare non basta, perché c’è una trappola evidente nel modello di business. A questo proposito la storia di internet insegna qualcosa. È nato all’interno del Cern di Ginevra, il più importante centro di ricerca del mondo per la fisica delle particelle che è un esempio straordinario di scienza aperta e condivisa. Vi aderiscono 24 paesi ma i risultati della sua ricerca sono a disposizione di tutti. Così è stato per internet, creatura del genio di Tim Berners Lee che lui stesso e il Cern decisero fosse gratuito, aperto a tutti e non protetto da brevetti.

Grazie a questa apertura internet ha avuto una crescita esponenziale e si è dimostrata essere forse la tecnologia più trasformativa della nostra epoca. Con l’arrivo dei social però qualcosa di fondamentale è cambiato, Internet 2.0 aveva aperto una ulteriore grandiosa opportunità consentendo una maggiore interazione tra gli utenti e ha aperto la strada ai social.

Questi ultimi in pochi anni sono diventati gli utilizzatori dominanti di quella gigantesca autostrada rappresentata da internet ma, insieme ai tantissimi pregi hanno anche creato un effetto distorsivi legato al loro modello di business. Che si basa sull’utilizzo commerciale dei dati degli utenti e tutto ciò che questo porta con sé in termini commerciali. Per massimizzare i ritorni economici i social sono costruiti in modo da tenere gli utenti collegati e interattivi il maggior tempo possibile e per fare ciò privilegiano i contenuti più efficaci nel richiamare l’attenzione, il che spesso vuol dire contenuti radicali, provocatori, non necessariamente veritieri. Con effetti sulla radicalizzazione del consenso, sulla percezione della realtà, sulla stessa salute soprattutto dei più giovani.

Il modello di business

Non è colpa né di internet né dei social, si dice, ma dell’uso che se ne fa, ed è vero, ma l’uso che se ne fa dipende dagli utilizzatori assai meno di quello che essi pensano e assai più dagli algoritmi che a loro volta sono costruiti per soddisfare il modello di business delle aziende che li gestiscono. Qual è e quale sarà il modello di business delle aziende dell’intelligenza artificiale? Come rientreranno le big tech dei mille miliardi di dollari investiti solo negli ultimi due anni? La strada segnata dai social sembra indicare qualcosa, quantomeno per l’utilizzo individuale: aumentare il più possibile il collegamento, l’interazione, la dipendenza.

La scelta alternativa

La Cina sembra prendere un’altra strada spingendo molto per l’utilizzo dell’AI per aumentare la produttività e l’efficienza, quindi la competitività internazionale delle imprese manifatturiere. Cresceranno anche lì gli utilizzi individuali, ma il controllo politico come sui social è più serrato e il modello di business pare orientato più verso le aziende che i singoli. E allora? E allora fermo restando che una regolazione equilibrata è indispensabile dovremmo ragionare qui in Europa su un modello di business alternativo, su una intelligenza artificiale libera e aperta così come è stato per l’internet delle origini. Il business sarà nelle applicazioni che i privati già stanno sviluppando ma che potrebbero crescere con assai maggior vigore avendo alla base una ricerca solida che da soli non possono permettersi di finanziare.

La proposta

Il premio Nobel Giorgio Parisi e Pierluigi Contucci dell’Università di Bologna l’autunno scorso hanno lanciato la proposta di un centro di ricerca sull’intelligenza artificiale sul modello del Cern, aperto e senza fini di lucro che sfugga così per la sua stessa natura alla necessità di inseguire il profitto, un centro europeo aperto a collaborazioni con il resto del mondo, finanziato dagli stati aderenti come avviene per il Cern. È forse l’unico modo per l’Europa di trovare un suo spazio e un suo ruolo nello sviluppo dell’AI e costruirsi una autonomia tecnologica, ma è anche il modo per non essere schiavi, non solo noi europei, di modelli di business estrattivi che concentrano denaro e potere nelle mani di pochi incontrollabili soggetti. Germania e Francia hanno promosso Frontier AI Initiative alla quale l’Italia ha aderito, con l’obiettivo di creare un coordinamento per dare consistenza ai tanti progetti frammentati che si stanno portando avanti nei paesi dell’Unione. La proposta di Parisi e Contucci dà un contorno più preciso a questo percorso, e anche un valore più alto: l’AI come bene comune, non un’utopia ma una visione, un progetto, un programma, una realtà, nell’interesse di tutti.

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