Il nuovo fenomeno dei “curiosi da frana” sulle Dolomiti tra sentieri vietati e multe impossibili
In troppi snobbano i divieti di transito lungo i sentieri per rischio crolli. Alcuni sindaci del Bellunese hanno firmato le ordinanze, altri ancora no. Ma vigili e forestali sono sotto organico per i controlli. Soccorso alpino e Cai infuriati: «Vanno nei posti pericolosi per fare video»

Chiudere i sentieri a rischio frana e multare chi li attraversa nonostante i divieti, come ha chiesto il geologo Salti. Ma chi lo fa? Quasi nessuno: i carabinieri forestali e le guardie provinciali sono pochi.
I sentieri di montagna più pericolosi vengono sistematicamente chiusi, di solito con ordinanze del sindaco del posto, che prevedono anche le relative sanzioni. Si tratta di ammende da 25 fino a 500 euro per chi viene fermato in divieto di transito. Eppure la gente snobba i divieti, e rischia così di essere travolta da una frana.
I menefreghisti
Giovedì mattina Luca Olivotto, sindaco di Borca di Cadore, dai piedi della nuova colata del Pelmo che la notte precedente aveva invaso il parcheggio del rifugio città di Fiume, ha infatti visto passare in alto, lungo il sentiero vietato per il rischio frane, una trentina di escursionisti.
Non aveva la possibilità di salire per multarli: avrebbe dovuto coprire a piedi un dislivello di 300 metri, sotto la pioggia e in mezzo alle nubi. Spiega: «Non abbiamo agenti da piazzare lungo i sentieri. I carabinieri forestali, che pure vanno in ispezione, sono pochi. E, in ogni caso, chi può immaginare che con un tempo d’inferno ci siano così numerosi incoscienti?».
Tutta l’area di attenzione sotto la parete Nord del Pelmo è vietata, con tanto di cartellonistica che lo annuncia. Lo è anche il parcheggio per il rifugio Città di Fiume. Nell’ordinanza municipale, tuttavia, non è esplicita la sanzione. «È sottintesa, nel richiamo a specifiche leggi» si precisa in municipio a Borca di Cadore: il Tuel infatti prevede, salvo diversa disposizione di legge, una sanzione amministrativa da 25 a 500 euro.
Sentieri chiusi
Dal 18 giugno 2025 sono chiusi i sentieri Cai 241 da Dogana Vecchia a Cengia del Banco e il 242 della Ferrata Berti sul gruppo del Marcora e del Sorapis a San Vito di Cadore. «Il provvedimento è stato adottato a seguito degli eventi franosi del 15 giugno 2025 nella zona della Croda Marcora e dispone il divieto fino alla verifica delle condizioni di sicurezza» spiega il sindaco Franco De Bon, «Condizioni che ancora non ci sono. L’ordinanza stabilisce espressamente che la violazione comporta una sanzione amministrativa».
L’anno scorso, il 31 luglio, un escursionistica britannico di 60 anni, è entrato in Ferrata Berti, è rimasto bloccato a 2400 metri nella zona interessata dalle scariche del Marcora e ha chiamato il soccorso alpino. Prima di lui, il 19 luglio, l’area del divieto era stata violata da due escursionisti belgi. Tutti e tre sono stati sanzionati e l’inglese ha dovuto pagare 14 mila euro di elicottero.
Il Comune di Belluno aveva emanato nell’agosto del 2022 un’ordinanza di chiusura con interdizione della percorribilità del sentiero attrezzato Sperti, Ferrata del Gruppo dello Schiara, per l’impraticabilità conseguente agli eventi meteorologici. Il provvedimento è stato revocato due anni dopo. Numerosi i sentieri e soprattutto le ferrate ripetutamente chiuse. Dopo Vaia, ad esempio, e sulla Marmolada dopo il crollo con gli 11 morti del 3 luglio 2022.
Il conto
La sanzione può arrivare fino a 500 euro, ma se il sentiero ricade in un’area protetta e viene violata una specifica disposizione del parco – Dolomiti o Ampezzo, ad esempio – possono entrare in gioco ammende ulteriori o diverse previste dalla normativa sulle aree protette.
«È evidente che quando un sindaco decide, per motivi di sicurezza, di chiudere una strada, ma anche una pista forestale o un sentiero, oppure un percorso attrezzato, specificatamente una via ferrata» dice Camillo De Pellegrin, primo cittadino in Val di Zoldo, «non può limitarsi a una perorazione scritta. La sanzione è doverosa per legge. Ma, nel mio caso, posso mandare uno dei tre vigili in giro d’estate per i boschi o sulle alture della valle in cerca di chi non rispetta altri vincoli, di protezione ambientale, ad esempio, e multarlo? Ci si deve purtroppo affidare al buon senso delle persone».
Ma non succede, come testimonia Olivotto di Borca: «I vigili del fuoco, chiamati per la colata del Pelmo giovedì, si sono subito preoccupati di far venire l’unità cinofila per controllare se sotto la massa ci fosse qualcuno. La frana era arrivata al parcheggio: l’area è vietata alla sosta e al transito, con la sbarra, però c’è sempre chi ci va».
Gli addetti ai lavori
«La montagna è libertà. Quindi meno divieti si pongono e meglio si vive l’alpinità nelle sue dimensioni. Certo, quando ci sono situazioni di rischio, l’istituzione deve intervenire. Ponendo dei limiti, dei vincoli. E da parte di chi arrampica, di chi semplicemente cammina, dovrebbe bastare il buon senso per rinunciare al sentiero vietato. Multe e sanzioni non ci dovrebbero essere. Ma oggi, ancor più di ieri, il buon senso non viene coltivato e praticato».
Lo sfogo è di Giuseppe Zandegiacomo, il presidente regionale del Soccorso alpino. Che ha una doppia preoccupazione: di dover correre in aiuto con i volontari a chi accidentalmente ha un guaio; ma di essere doverlo fare anche con chi, irresponsabilmente, si mette nei guai lungo sentieri chiusi per rischio frane.

La sua sorpresa è stata «amara e forte» al tempo stesso quando ha sentito dal sindaco di Borca di Cadore, Luca Olivotto, della presenza di una trentina di escursionisti lungo uno dei sentieri del Pelmo vietati al transito, proprio la mattina della colata, nella notte tra mercoledì e giovedì scorso. «Metti caso che anche soltanto uno di quei signori si fosse procurato una distorsione, i volontari per soccorrerlo si sarebbero posti anche loro in pericolo. Questo è inammissibile».
Che fare allora? Inviare agenti o volontari del soccorso o del Cai a fare da sentinella? «È improponibile, nelle circostanze date. Dobbiamo, invece, recuperare in formazione, in educazione» rilancia Zandegiacomo, «Già facciamo molti corsi, ma dobbiamo entrare di più nelle scuole, promuovere incontri pubblici, perché in presenza di questo straordinario flusso di turisti in quota, i rischi si moltiplicano. Bisogna ritornare alla consapevolezza che il rischio zero in montagna, non esiste, non può esistere. E che ci vuole programmazione, pianificazione puntuale. Se ci si pone una meta e si scopre che è irraggiungibile, è saggio scegliere un’alternativa».
Ma a questo riguardo ecco una sorpresa. Arriva dal Cai, da Francesco Abbruscato, il presidente regionale: «Abbiamo deciso di non dar conto sui social di eventi che possano attirare il popolo del web. Constatiamo, infatti, che non appena si dà conto di frane, di colate, di crolli, di altri fatti fuori dall’ordinario, subito si mette in moto la schiera di curiosi che si fionda pericolosamente sul posto e se ne fa un baffo di divieti, di limiti, di sanzioni».
Insomma ci sono i curiosi della frana che si affanno ad arrivare per primi sul posto a rilevarla col cellulare e a rilanciarla. Cosicché tanti distacchi dal Pelmo o da Croda Marcora, ormai ordinari, sono diventati eventi di attrattività popolare.
«Questa gente non vede l’ora di trovarsi in una situazione particolare per poter poi fare il maledetto social che, a sua volta, richiama nuovi curiosi».
In conclusione? «Daremo conto delle situazioni problematiche nei siti istituzionali, riportando stringatamente i fatti» conclude Abbruscato «Non vogliamo dar esca alle enfatizzazioni, che non aiutano di certo a risolvere i problemi».
È il caso, nelle ultime settimane, dell’assalto ai bivacchi, dove si verificherebbero i comportamenti più maleducati. «Ma abbiamo riscontrato che nella misura in cui dai conto di rifiuti abbandonati, di danneggiamenti, e di altro ancora al limite del lecito, c’è gente che si fionda sul posto per ripetere quelle gesta»
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