Siamo tutti soldati passivi, trascinati in una “guerra profonda”
Arturo di Corinto indaga nel suo ultimo lavoro il cyber spazio come campo ibrido, in cui si intrecciano strategie militari, potere e algoritmi

Arturo di Corinto, giornalista, professore di Privacy e Cybersecurity de La Sapienza di Roma e consigliere dell’ACN indaga nel suo ultimo lavoro il cyber spazio come campo ibrido, in cui si intrecciano strategie militari, potere e algoritmi.
Guerra Profonda, il titolo del suo saggio (ed. Luiss) presuppone una declinazione del conflitto in un’ottica nuova. Possiamo spiegare di che si tratta?
Lo studio affronta la complessa dinamica delle minacce alla sovranità digitale che riguarda ormai molti Paesi. Italia ed Europa sono le realtà che ho preso in maggiore considerazione, ma l’orizzonte di analisi comprende un’area geografica molto vasta. Sono gli attacchi informatici la prima minaccia, che si configura nelle sembianze della disinformazione, amplificata sempre più dall’uso illecito e criminale dell’IA. Siamo, per dirla in sintesi, dentro una guerra di dati fatta per ottenere le informazioni che ai soggetti in conflitto consentono di sopravanzare l’avversario.
Per quali ragioni parla di guerra profonda?
Perché il conflitto si incista nei meccanismi di funzionamento dell’apparato cognitivo umano, perché attiva molteplici risorse, perché arruola i civili come soldati passivi, trascinandoli in una guerra dell’informazione e della propaganda. Cosa ancora più grave questa metodologia che non ha nulla a che vedere con la strategia militare tradizionale, simula il comportamento cognitivo umano, con la finalità di manipolarlo, di farlo saltare.

Tecnologie, connettività, strumenti fanno parte di un ecosistema digitale entro cui viviamo totalmente immersi. La prospettiva che si intravede nel suo studio per molti aspetti spaventa. Si può governare un cambiamento così profondo?
Bisogna attrezzarsi per comprendere a fondo la tessitura di una guerra cognitiva. Le azioni militari cinetiche, quelle per intenderci fatte con i missili o con le bombe, i droni, i cannoni, si intersecano con la guerre cibernetiche che fanno uso di strumenti e dispositivi digitali, che operano nelle reti informatiche. Il cyber space è il nuovo campo di battaglia costituito da tutti gli apparati digitali che utilizziamo ogni giorno. Si sta verificando un intreccio nefasto, di guerra cinetica e cibernetica accompagnata dalla disinformazione. Il tutto è preceduto da attività di propaganda computazionale realizzata con l’uso di bot, troll, meme (contenuti digitali che si diffondono rapidamente sul web, n.d.r) attraverso cui vengono attuati attacchi informatici che si attuano sui canali dell’interazione sociale digitale, penso ai social network. I media tradizionali rilanciano questa propaganda ingannevole, legittimandola, fino a determinare l’agenda di ciò di cui si deve parlare. E il quadro è completo.
Potere, sicurezza e libertà
Sottolinea molto bene nell’introduzione Roberto Baldoni, fondatore e primo direttore generale dell’Agenzia Nazionale per la Cybersicurezza, come il rapporto tra potere, sicurezza e libertà si stia modificando in relazione agli assetti determinati dal conflitto cibernetico.
Quali scenari si aprono?
Dobbiamo renderci conto che attaccare la sovranità digitale di un paese, presenta la stessa gravità di un attacco al territorio fisico geografico. Mettere a rischio la possibilità dei cittadini di utilizzare gli strumenti digitali equivale a penalizzarne la tranquillità quotidiana. Quando viene manomesso un cellulare, piuttosto che il software che governa un PC, viene violata la sfera più intima e profonda del soggetto. Gli attacchi informatici possono disabilitare quelle strutture che utilizziamo per lavorare studiare, svolgere tutte le attività professionali. Le infrastrutture critiche che governano, la sanità, il traporto delle persone e dell’energia, sono esposte come si è visto all’azione di hacker abili e senza scrupoli. Le cronache ci raccontano di tanti attacchi informatici gravi, che hanno messo in ginocchio ferrovie, ospedali, aziende. Sono atti di guerra non semplici incidenti quelli di cui parliamo.
Spesso non ce ne rendiamo conto, perché non vediamo subito gli effetti di questa modalità di fare la guerra. Con le bombe staremmo tutti riparati nei bunker, mentre delle bombe informatiche hanno che hanno un effetto fortissimo sul benessere psicologico e fisico, ci accorgiamo con grave ritardo.
Attaccare con un ransomware un ospedale bloccando un pronto soccorso equivale a un atto di guerra impedisce alle persone di farsi curare. Stesso ragionamento vale per i viaggiatori quando blocchiamo un aeroporto, perché viene limitata la libertà di movimento che è un diritto costituzionale, come è un diritto sacrosanto delle persone poter tranquillamente svolgere le attività lavorative e professionali.
L’IA nella guerra totale
Quello che colpisce è il coinvolgimento dei civili. Da profonda la guerra è divenuta totale, con quali conseguenze?
Qui il tema è quello della manipolazione, della propaganda che diventa disinformazione. La propaganda cerca di promuovere un’idea o una ideologia, cerca di convincerti di fare un acquisto anziché un altro, cerca di spingere un politico piuttosto che l’avversario. Siamo ormai andati oltre, perché si vuole attaccare lo spazio cognitivo. Aveva descritto molto bene questa fenomenologia il generale russo Gerasimov, che aveva studiato il rovesciamento dell’immaginario collettivo, che veniva attuato con i media della comunicazione di massa. Pensiamo all’epoca delle fiction, al cinema, oggi sopravanzati dai social network e da altri linguaggi subdoli e ingannevoli. Siamo coinvolti nella guerra perché i social sono il prolungamento del nostro io, li usiamo, ci specchiamo in essi, sono strumenti professionali. La disinformazione che agisce su queste leve è straordinariamente efficace e pericolosa perché investe il nostro essere nel mondo, influenzando radicalmente ogni comportamento.
L’IA, in questa escalation, come si colloca?
L’utilizzo dell’IA complica lo scenario perché non ci consente di distinguere il vero dal falso. Quali news sono credibili? Le stesse foto che avevano uno statuto alto di affidabilità, possono essere generate artificialmente. E’ stato calcolato che su TikTok il 25% dei contenuti sono generati dall’IA, di questo 25% una grande parte è costituita da immagini da scenari di guerra. Come si possono sottoporre a verifica questi materiali che spesso sono fuorvianti? Stiamo cercando di affinare nuovi strumenti per smascherare gli inganni telematici, la strada è però appena cominciata. L’occhio umano, la mente umana, la cognizione, si trova in estrema difficoltà soprattutto in quegli spazi veloci di decisione in cui noi scorrendo le immagini dobbiamo approdare a una decisione.
Siamo nel mondo dei deep fake?
Proprio così. Un mondo complesso, sotto la lente di osservazione anche dei giornalisti, la cui professione è minacciata dall’esercizio sistematico della falsificazione. Abbiamo scoperto che i deepfake vengono usati da agenti esterni malevoli per ottenere informazioni che possono avere un rilievo per le scelte economiche e politiche di un’organizzazione imprenditoriale che condizionano gli equilibri del sistema-paese. False identità hanno impersonato responsabili aziendali durante un meeting, ricordiamo il caso di Biden cui sono state fatte pronunciare parole mai dette, i deep fake hanno messo in bocca a Zelens’kyj parole di resa nei confronti della Russia nemmeno pensate, è stato lanciato un allarme su facebook di un golpe di stato a Parigi. In quest’ultimo caso una falsa annunciatrice ha tratto in inganno in pochi minuti 13 milioni di persone, che hanno visualizzato sulla rete il messaggio. Quando il governo francese ha chiesto di rimuovere quei contenuti, Meta (azienda che com’è noto controlla il social network n.d.r) ha risposo negativamente perché quell’intervento non violava le regole della community. Siamo al paradosso, un paradosso che riflette la realtà di un mondo in cui le scelte decisive si fanno in modo troppo veloce, sulla base di informazioni limitate, spesso ingannevoli e in concorrenza tra di loro.
Il ruolo degli organismi internazionali
Quelle che lei racconta sono “disavventure della verità” per usare il titolo di un recente scritto di Umberto Galimberti. Ma esistono ancora tecnologie affidabili?
Gli attori che possono contrastare le minacce alla sovranità digitale non hanno sempre le risorse necessarie per farlo. La maggior parte dei Paesi occidentali si è dotata di un Autorità nazionale, molte nazioni stanno investendo, anche se in maniera naturalmente difforme, sull’IA. Un grande lavoro si sta facendo su tecnologie di punta come la robotica, il data mining, il quantum computing ma tutto questo non basta se non si dispone dei dati sufficienti, di potenza di calcolo e di algoritmi adeguati per elaborare le informazioni che servono per garantire autonomia strategica.
In uno scenario di guerra ibrida, come quello che abbiamo cercato di raccontare, dove si usano leve finanziarie, commerciali, economiche a diversi livelli per mettere in difficoltà l’avversario, la governance autonoma della della tecnologia ha un importanza strategica. Comincia dalla gestione sicura ed efficiente dei propri dati e degli strumenti che servono a trattarli. Servono investimenti in capitale umano competente e qualificato, che deve occuparsi della gestione dei dati, area fragile e delicatissima. Gli attaccanti si annidano dove possono pescare informazioni sensibili, individuando le vulnerabilità di sistema. Se non si è in grado di contrastare questa tipologia di attacchi, il danno che ne consegue investe la popolazione, non solo il cliente o il fornitore di un servizio. Vi sono sul mercato strumenti nuovi in grado di individuare la vulnerabilità del software in pochi minuti. In passato impiegavamo anni per attaccare un browser, credo che non servano altri commenti per capire la portata del fenomeno con cui abbiamo a che fare.
Nell’ultima parte del suo lavoro vengono tracciate alcune “idee per il futuro”. Vuole suggerirne qualcuna realizzabile?
Il problema è gigantesco, va affrontato con tutti gli attori in campo perché vanno individuate strade possibili di collaborazione sull’uso di queste potenti tecnologie. Si potrebbe cominciare dalle aziende che operano nell’IA di frontiera, imponendo loro di condividere con i Governi di riferimento i codici che permettono di individuare le vulnerabilità informatiche, che aprono la strada all’interruzione di servizi essenziali. I governi dovrebbero dare via libera ad operare sul mercato, ad avere accesso alle materie prime necessarie a sviluppare il business a patto di poter disporre di tecnologie e strumenti a difesa del bene comune e dei diritti individuali, che vanno rafforzati nella società digitale. Bisogna impegnarsi a ricostruire un mondo in cui le collaborazioni tra gli stati possano ricominciare su un piano paritario nel rispetto del diritto internazionale che può essere gestito solo da organismi transnazionali che hanno bisogno di un rinvigorimento, penso all’ONU prima di tutto. Sedi diplomatiche e negoziali devono riprendere vigore, non si può decidere il destino dell’umanità sulla “punta del fucile” come purtroppo molti responsabili di governo sono tentati di fare.
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