Arrigo Cipriani: «Sono innamorato, vorrei sposarmi. Ma non alla Bezos»
L’imprenditore veneziano ha 93 anni: «La mia ricetta? Dormire poco, solo 4-5 ore a notte e karate ogni mattina» E per Venezia: «Magari ci fosse Zaia: meglio un trevigiano che un moglianese»

«Zaia? Io ci sto, quel trevigiano rappresenta meglio la nostra gente di quel moglianese (Brugnaro, ndr). Con cinque mesi davanti potrei lanciare una lista civica… e perché no, candidare la manager che ha salvato la mia azienda. Centrista sì, ma all’epoca votai Felice Casson solo perché si era sposato qui all’Harry’s Bar, non sono comunista. Ora però serve una sferzata».
Scherza chiamandosi il «più giovane» di Venezia, il vecchio “doge” Arrigo Cipriani, che di anni ne ha 93 («dicono che ne ho ancora dieci davanti»), e racconta una «città spoglia e invecchiata, appena 42 mila abitanti», svelando la sua ricetta su flussi turistici, ticket, moto ondoso, sicurezza sui canali, politica e amministrative.
Arrigo, come vede la campagna elettorale per Venezia e chi merita il timone della città?
«Zaia è sicuramente un’ottima scelta: Treviso è più vicina a Venezia di Mestre, ha canali, attitudine e humor lagunare. Oggi la gente è demoralizzata, stanca, dissuasa. Io partirei subito: serve un’alternativa, perché non provare con una lista civica? Imprenditori, investitori, docenti, gente capace».
L’amore arriva anche a novant’anni…
«Arriva, basta saper guardare. Lei ha solo 40 anni meno di me, mi tiene vivo, parla la mia stessa lingua: e sì che facendo questo mestiere ho incontrato diverse straniere, storie fulminee che duravano due giorni, ma come ci si capisce? Lei invece ha rimesso in piedi l’azienda. Ci siamo incontrati sette anni fa al compleanno del questore all’M9 mentre cercava di infilarsi nei tacchi a spillo. Si è alzata… colpo di fulmine. E poi ci siamo ritrovati seduti vicini, avendo i cognomi con la stessa iniziale».
Allora sono cose serie.
«Viviamo alla Giudecca, sto lì tre giorni alla settimana, ci troviamo al lavoro. Vorrei certamente sposarla: ma non lo farò alla Bezos, poi dicono “sei troppo vecchio”, lo farei in una parrocchia piccola, come la chiesa di San Marcuola dell’amico don Ettore Fornezza».

Da dove partire, secondo lei, per amministrare Venezia?
«Rive e attività sono divorate dal moto ondoso: basta guardare il mio Harry’s Dolci alla Giudecca, dove il canale sembra diventato l’Oceano Pacifico e le barche a remi non escono più. Una battaglia infinita per mettere barriere, mi sono beccato una denuncia penale, l’interrogatorio, Capitaneria, Carabinieri e Guardia di Finanza».
Il barcavelox è stata una buona idea?
«Ma basterebbero due motovedette, una della Capitaneria e una della Polizia locale o Guardia di Finanza, per fermare chi sfreccia. Anche con una marea “normale” di 70 centimetri, le onde scavalcano tutto e bagnano ogni cosa».
Come governare, secondo lei, overtourism e flussi dei pendolari?
«Troppi turisti? Ma chi l’ha detto. I turisti non invadono, tengono viva la città. E il ticket… per favore, da abolire. Se qualcuno mi chiede i documenti rispondo: ma sei scemo? Qui siamo in quarantaduemila e io mi sento il più giovane di tutti, Venezia è una città anziana. Nella storia, a ogni peste si dimezzava, eppure si è sempre rialzata e ripopolata. Io resto fiducioso, è la città più aperta del mondo, la vera cura è riportare residenti, riempire di nuovo le isole. Poi arrivano botteghe, lavoro, energia, basta guardare la Giudecca».
Autonomia di Venezia, senza Mestre?
«Direi Venezia e Marghera. È Marghera la prima cosa da guardare sulla terraferma, molto più vicina a noi».
Ultimo modello di iPhone in mano, viaggia in Uruguay come fosse dietro l’angolo e fa ancora a braccio di ferro. La ricetta qual è?
«Senta qui i muscoli. Ogni mattina faccio karate: con un pugno potrei stendere mezzo mondo, ma uso più la testa. E quella, se resta lucida, fa tutto il resto. Ho seimila dipendenti, dodici libri alle spalle, otto anni d’insegnamento a Ca’ Foscari. Venerdì parto per Punta del Este e no, l’aereo non mi sfiora nemmeno. La mia ricetta? Dormire poco, quattro o cinque ore, niente pennica. Al mattino colazione con caffè e frutti rossi. Vino? Solo Barolo. Ma con tredici anni sulle spalle». —
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