Troppo sport fa male al cuore? Ecco cosa hanno scoperto dei ricercatori dell’Università di Padova

Una revisione scientifica coordinata dal professor Alessandro Zorzi analizza gli effetti di decenni di allenamento intenso sul cuore. Per la maggior parte delle persone i benefici restano nettamente superiori ai rischi (ma ci sono delle eccezioni) 

La redazione
Fare sport fa male al cuore? Ecco cosa ha scoperto l'università di Padova
Fare sport fa male al cuore? Ecco cosa ha scoperto l'università di Padova

Che l'attività fisica faccia bene al cuore è una delle certezze più solide della medicina moderna. Ma cosa succede quando l'allenamento smette di essere "moderato" e diventa un impegno di anni, se non di decenni, ai livelli di un atleta professionista?

È la domanda a cui prova a rispondere una revisione scientifica pubblicata sull'European Journal of Preventive Cardiology, coordinata dal professor Alessandro Zorzi, associato al Dipartimento di Scienze Cardio-Toraco-Vascolari e Sanità Pubblica dell'Università di Padova.

Un lavoro costruito su oltre cento studi

La revisione, dal titolo Does too much exercise damage the heart? A narrative review of the long-term cardiovascular effects of intense training, nasce dal lavoro del Nucleus di Sports Cardiology della Società Europea di Cardiologia, gruppo multidisciplinare che mette insieme competenze di elettrofisiologia, diagnostica per immagini cardiaca, cardiopatie ereditarie e fisiologia dell'esercizio. Gli autori hanno passato al setaccio gli studi più recenti e rilevanti pubblicati dal 2020 in poi, privilegiando le ricerche condotte su coorti ampie e le revisioni sistematiche.

Al centro dell'analisi non c'è l'attività fisica raccomandata alla popolazione generale, ma lo sport praticato a volumi ben più alti: discipline di resistenza come la corsa e il ciclismo, portate avanti per molte ore alla settimana e per molti anni. L'attenzione si concentra in particolare sui cosiddetti "master athletes", gli sportivi che hanno superato i 35 anni di età. Gli autori sono comunque chiari su un punto: non esiste una soglia universale oltre la quale l'esercizio diventa rischioso per tutti.

Cuore che cambia: elettricità e struttura

Dai dati raccolti emerge che, in una piccola parte degli atleti, l'allenamento prolungato può associarsi a modificazioni sia elettriche sia strutturali del cuore. Sul fronte elettrico, oltre alla riduzione della frequenza cardiaca - un adattamento comune e generalmente fisiologico - in alcuni uomini con una lunga carriera negli sport di resistenza è stata riscontrata una maggiore frequenza di rallentamenti eccessivi del battito, in alcuni casi tali da richiedere l'impianto di un pacemaker. Il legame più consistente, però, riguarda la fibrillazione atriale, un'aritmia che compare più spesso negli uomini di mezza età o anziani con una storia di allenamento intenso alle spalle.

Sul piano strutturale, alcuni studi hanno individuato piccole aree di cicatrice nel muscolo cardiaco e una maggiore presenza di placche nelle arterie coronarie, soprattutto in gruppi selezionati di uomini praticanti sport di resistenza da molti anni. Gli autori invitano però alla cautela: non è dimostrato che sia l'esercizio, da solo, a provocare queste alterazioni, né che esse si traducano necessariamente in un aumento degli eventi clinici.

Anche l'innalzamento della troponina - il biomarcatore che in ambito clinico segnala un danno alle cellule cardiache - è un fenomeno frequente dopo prove di resistenza prolungate, ma nel contesto sportivo non equivale a un infarto: nella maggioranza dei casi si tratta di un'alterazione transitoria, con valori che tornano alla norma entro 24-72 ore. Diverso il discorso per la dilatazione dell'aorta, rara nei giovani atleti e, quando presente negli sportivi più anziani, tendenzialmente a progressione lenta.

«Lo sport resta una delle più potenti forme di prevenzione»

A ribadire il senso complessivo del lavoro è lo stesso Zorzi, primo autore della revisione: «Il messaggio che vogliamo trasmettere non è, ovviamente, che lo sport faccia male al cuore, l'attività fisica resta una delle più potenti forme di prevenzione e, a livello di popolazione, i benefici superano largamente i possibili rischi».

Il cardiologo precisa che «le alterazioni descritte riguardano una minoranza di atleti molto esposti e, probabilmente, predisposti. Non esiste una quantità di allenamento eccessiva per tutti: gli studi riguardano soprattutto persone che si allenano molte ore alla settimana e continuano a farlo per decenni».

Sulla stessa linea Flavio D'Ascenzi, professore associato di Cardiologia dello Sport all'Università di Siena e coautore della revisione: «L'obiettivo del lavoro non è scoraggiare lo sport. In alcuni rari casi, dopo anni di attività intensa e prolungata, possono comparire alterazioni che meritano attenzione. Chi si dedica a questo tipo di allenamento potrebbe quindi beneficiare di valutazioni e controlli più personalizzati».

Uomini, donne e i limiti degli studi attuali

La revisione mette in luce anche un dato di genere, evidenziato ancora da Zorzi: «Le alterazioni sono state osservate soprattutto negli uomini, mentre nelle donne il rimodellamento cardiaco sembra meno marcato. Gli studi sulle atlete sono però ancora limitati». Un limite che riguarda anche la composizione dei campioni analizzati: «Lo stesso vale per l'origine etnica: gran parte delle ricerche riguarda uomini bianchi dei Paesi occidentali, mentre altre popolazioni sono poco rappresentate. Non è quindi possibile estendere automaticamente a tutti le conclusioni ottenute nei gruppi finora più studiati».

Una conclusione rassicurante, ma non semplicistica

Il quadro che emerge dalla revisione evita sia gli allarmismi sia le rassicurazioni generiche. Lo sport, scrivono gli autori, resta sicuro per la grande maggioranza delle persone ed è associato a una migliore salute e a una maggiore sopravvivenza. In una piccola quota di soggetti suscettibili, tuttavia, decenni di allenamento ad alto volume possono accompagnarsi a modificazioni cardiache che meritano attenzione clinica e controlli nel tempo.

Il compito della cardiologia dello sport, secondo gli autori, è proprio questo: accompagnare gli atleti di lunga data in un percorso di allenamento sicuro, adattando valutazioni e follow-up all'età e al profilo individuale di ciascuno.

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