Il conto nascosto della sedentarietà: quando lo stile di vita pesa sulla sanità

In Italia quasi un italiano su due, il 45% degli adulti, non raggiunge livelli sufficienti di attività fisica. E mentre il sistema sanitario investe in prevenzione, le malattie croniche continuano a pesare sulla salute delle persone e sulla sostenibilità delle cure

La redazione

«Stayin' alive». Restare vivi. I Bee Gees, senza saperlo, avevano scelto un titolo perfetto per una delle grandi sfide della medicina contemporanea. Solo che oggi non basta restare vivi. Bisogna provare a restare autonomi. Attivi. In salute.

Il problema è che, per riuscirci, non basta aspettare il medico. Molto spesso la partita comincia parecchio prima. A tavola. Nel sonno. E soprattutto nelle ore che passiamo immobili. La sedentarietà non fa rumore. Non chiama l'ambulanza, non occupa un letto d'ospedale. È quasi invisibile. Ma anno dopo anno può aumentare il rischio di diverse malattie croniche. E così quello che sembra semplicemente tempo passato seduti può diventare, alla lunga, un problema molto più grande.

Il dato italiano è difficile da ignorare. Secondo l'Ocse, il 45% degli adulti in Italia non raggiunge livelli sufficienti di attività fisica, contro il 30% della media dei Paesi dell'Organizzazione.

E attenzione a non confondere due concetti: essere fisicamente inattivi e passare molte ore seduti non sono esattamente la stessa cosa. Si può praticare sport e trascorrere comunque gran parte della giornata immobili. Ma il quadro generale raccontato dall'Istat resta significativo: nel 2024 il 37,5% degli italiani dai 3 anni in su praticava sport nel tempo libero, mentre il 32,8% risultava completamente sedentario, cioè non praticava né sport né attività fisica nel tempo libero.

Il conto arriva molto prima dell'ospedale

Il problema, quindi, non riguarda soltanto chi non mette mai piede in palestra. Le malattie croniche non trasmissibili, dalle patologie cardiovascolari ai tumori, dal diabete alle malattie respiratorie, rappresentano le principali cause di morte nel mondo.

Il Ministero della Salute indica tra i principali fattori di rischio modificabili il tabacco, le abitudini alimentari scorrette, l'insufficiente attività fisica e il consumo rischioso di alcol: insieme alle condizioni ambientali e sociali, questi fattori sono associati a circa il 60% del carico di malattia in Europa e in Italia.

È qui che la questione sanitaria diventa anche economica. Perché il costo di una malattia non coincide con il prezzo della singola prestazione: ci sono diagnosi, farmaci, ricoveri, riabilitazione, assistenza e, soprattutto, anni trascorsi con una condizione cronica.

L'Organizzazione mondiale della sanità ha stimato che, se l'inattività fisica non verrà ridotta, tra il 2020 e il 2030 potrebbero verificarsi nel mondo quasi 500 milioni di nuovi casi prevenibili di malattie non trasmissibili, con costi sanitari complessivi nell'ordine dei 300 miliardi di dollari, circa 27 miliardi all'anno.

Non è dunque soltanto una questione di benessere individuale. È una questione di quanto a lungo un sistema sanitario possa continuare a sostenere il peso crescente delle patologie croniche.

La prevenzione c'è. Ma non basta chiamarla così

Qui arriva un'altra fotografia interessante dell'Italia. Secondo l'Ocse, il nostro Paese destina alla prevenzione il 4,6% della spesa sanitaria corrente, contro una media del 3,4% nei Paesi dell'Organizzazione. Non partiamo quindi da zero, né avrebbe senso sostenere il contrario.

Ma il dato sulla prevenzione e quello sull'attività fisica raccontano due cose diverse e, messi uno accanto all'altro, pongono una domanda: quanto è difficile trasformare le politiche di prevenzione in comportamenti quotidiani?

Perché tra una campagna sanitaria e una persona che decide di lasciare l'auto qualche volta in più, fare una passeggiata, interrompere un'ora passata davanti a un computer o riprendere gradualmente un'attività fisica c'è una distanza enorme. Ed è proprio quella distanza che la prevenzione deve riuscire a colmare.

Non servono milioni di nuovi sportivi

Il rischio, altrimenti, è sbagliare destinatario. La sfida non è convincere chi già corre, nuota o va in palestra a fare ancora più attività. È raggiungere chi allo sport non pensa affatto. Chi considera l'esercizio una prestazione, qualcosa che richiede tempo, attrezzatura e motivazione.

Il Ministero della Salute ricorda invece che l'attività fisica non coincide con lo sport: comprende anche camminare, andare in bicicletta, svolgere attività quotidiane e interrompere i periodi prolungati trascorsi seduti. E sottolinea un principio apparentemente banale, ma decisivo per chi parte da zero: «poco è meglio di niente».

È un cambio di prospettiva importante. Non chiedere a una persona sedentaria di diventare un atleta, ma aiutarla a diventare un po' meno sedentaria.

Anche perché l'attività fisica non è soltanto uno strumento di prevenzione: secondo il Ministero contribuisce a mantenere funzionalità e autonomia con l'invecchiamento e può avere un ruolo in diverse condizioni patologiche.

La vera partita si gioca prima della cartella clinica

Prevenire non significa sostituire la medicina con una passeggiata. Significa provare ad arrivare alla medicina il più tardi possibile, quando questo è realisticamente possibile. È una differenza tutt'altro che marginale. Una sanità sostenibile deve curare bene chi si ammala, ma anche creare le condizioni perché le persone possano conservare più a lungo salute, autonomia e qualità della vita.

È anche da questa prospettiva che si prepara la sesta edizione dello Spettacolo della Salute, in programma a Padova il 26 settembre: mettere in dialogo medicina, scienza e sport per parlare di salute non soltanto quando diventa una diagnosi, ma quando è ancora una scelta. Perché il vero investimento, alla fine, non è soltanto quello che permette di curare una persona quando arriva in ospedale.

È anche quello che può permetterle di arrivarci più tardi, con più salute e con una maggiore autonomia.

E ora la salute sale sul palco

Anche per questo motivo nasce la sesta edizione dello Spettacolo della Salute, in programma sabato 26 settembre al Gran Teatro Geox di Padova, dalle 9.30 alle 13.30.

Un appuntamento che mette insieme medicina, scienza, sport e divulgazione per parlare di lotta alla sedentarietà fuori dagli ambulatori e dentro la vita quotidiana.

Sul palco ci saranno, tra gli altri, l'olimpionica Josefa Idem, la specialista in medicina interna e metabolismo Sara Farnetti, la ginecologa Monica Calcagni, la giornalista di Corriere Salute Elena Meli, lo psicologo Saul Piffer e il campione mondiale di apnea e medico Mike Maric. Con loro anche Federico Menetto, Federica Alberti, Luca Migliolaro e Luca Giardiello, in un confronto che attraverserà alimentazione, movimento, longevità, motivazione e cultura del benessere.

Per partecipare è semplice: basta prenotare il proprio posto con il Pass Solidale al costo di 10 euro. La somma del biglietto è destinata a Show Care ODV, il progetto che offre attività fisica personalizzata e gratuita alle persone in follow-up oncologico con un Isee sotto i 30.000 euro. Sono previste anche formule per gruppi e un ingresso gratuito per le classi delle scuole medie e superiori, previa prenotazione.

 

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