Pma, il presidente dei ginecologi: «Liste d’attesa lunghissime e forte ricorso al privato»
Il dottor Guglielmo Ragusa è presidente della Società Italiana di Riproduzione Umana: «Nel pubblico una coppia che cerca un figlio rischia di dover attendere troppo. In Veneto due terzi dei cicli vengono affidati al privato, più della media nazionale»

Dottor Guglielmo Ragusa, ginecologo, è presidente della Società Italiana di Riproduzione Umana (Siru) e già responsabile del centro Pma dell’ospedale Borgo Trento di Verona.
In Italia nel 2023 sono stati effettuati 99.424 cicli di procreazione medicalmente assistita di secondo e terzo livello. In Veneto i cicli sono stati 6.818, di cui 2.530 (il 37%) nei centri pubblici e 4.288 (il 63%) nei privati.
Come leggere questi dati?
«Il Veneto, considerando il numero di cicli rapportato alla popolazione, si colloca sostanzialmente in linea con la media nazionale. Il problema è come è distribuita questa offerta. La Lombardia, per esempio, realizza oltre 24.000 cicli, con il 95,5% dell’attività nei centri pubblici o convenzionati e solo il 4,5% nel privato. Idem per la Toscana, mentre il Piemonte è diviso a metà tra pubblico, convenzionato e privato. In Veneto, invece, quasi due terzi dei cicli vengono effettuati nel privato».
I dati dell’Istituto superiore di sanità (Iss) sulla rete dei centri indicano per il Veneto 30 strutture, 11 pubbliche o convenzionate e 19 private. Che cosa racconta questa fotografia?
«Che negli anni non è stato fatto un investimento adeguato a portare i centri pubblici di Pma a funzionare a regime. Il problema non è soltanto avere fisicamente un centro: servono ginecologi, biologi, ostetriche e personale dedicato, che non debba occuparsi anche di attività di ginecologia e guardie in sala parto, come spesso accade, a discapito dei tempi di accesso per le coppie».
I tempi di attesa nelle diverse strutture variano dai 5 ai 18 mesi, tra la prima visita e l’avvio effettivo del percorso di Pma. Quanto pesa questa variabilità sulle chance di diventare genitori?
«Significa molto perché l’età della donna e dell’uomo rappresentano uno dei principali fattori prognostici. Orologio biologico e fertilità sono strettamente collegati. Sei mesi di attesa possono essere fisiologici, ma quando si supera l’anno il problema diventa serio, perché il tempo perso può ridurre le possibilità della coppia. Ogni anno di attesa abbassa del 10% le chance di gravidanza di quella classe d’età. Non possiamo accettare che siano le condizioni logistiche o organizzative a incidere negativamente sulla buona riuscita del trattamento. Ridurre i tempi di accesso è quindi un obiettivo organizzativo e clinico, senza però trasformare la rapidità in una promessa di risultato. La possibilità di ottenere una gravidanza dipende da molte variabili, ma dobbiamo evitare che una coppia viva il dramma dell’attesa prima ancora di poter iniziare il percorso».
Le lunghe liste d’attesa del pubblico spingono le coppie verso il privato?
«Questo è il punto. Quando una prima visita arriva dopo mesi e poi il percorso sfiora l’anno, per una coppia non è sempre una scelta quella di rivolgersi al privato: può diventare una necessità. Così la possibilità economica finisce per determinare una differenza nell’accesso alle cure. È una situazione che dobbiamo evitare. Se il pubblico non riesce a garantire tempi ragionevoli, una parte della domanda inevitabilmente si sposta altrove. C’è poi un altro aspetto, il Veneto, a differenza di altre regioni, non sta attivando convenzioni con il privato per alleggerire le liste d’attesa e offrire la prestazione alle coppie in regime di Servizio sanitario nazionale».
Veniamo ai test genetici preimpianto, i cosiddetti Pgt, come nel caso della donna trevigiana che ha ottenuto il rimborso dall’Ulss 2 dopo essersi rivolta a un centro privato convenzionato di Udine. Cosa sono i Pgt e perché possono essere importanti?
«Il test genetico preimpianto-Pgt consente di analizzare l’embrione prima del trasferimento in utero, con l’obiettivo di individuare determinate alterazioni genetiche o cromosomiche. È una tecnologia che ha avuto un’evoluzione importante e che può essere particolarmente utile in situazioni cliniche selezionate, per esempio quando esiste un rischio concreto di trasmettere una specifica malattia genetica. È però fondamentale spiegare alle coppie che non si tratta di un esame che garantisce la gravidanza o la nascita di un bambino sano in senso assoluto. È uno strumento di selezione degli embrioni rispetto a determinati parametri genetici, all’interno di un percorso medico molto più ampio».
Oggi questa possibilità è accessibile anche nel sistema pubblico?
«A singhiozzo. Il Pgt è entrato progressivamente nella pratica clinica, ma occorrono le competenze e i servizi necessari. Naturalmente, bisogna distinguere la disponibilità della tecnologia e i servizi delle strutture pubbliche descritti sulla carta dalla loro effettiva accessibilità. Investire su questi aspetti nei centri di sanità pubblica significherebbe fare una scelta di campo, che a oggi non pare all’orizzonte».
Altro fenomeno in crescita è il social freezing, cioè la crioconservazione degli ovociti per ragioni non mediche. C’è il rischio che la fertilità diventi un mercato?
«Il social freezing è una possibilità tecnologica reale e può avere un significato importante per alcune donne. Ma dobbiamo essere molto chiari: congelare gli ovociti non significa garantire una maternità futura. È una possibilità di preservare una parte del potenziale riproduttivo, con risultati che dipendono dall’età alla quale gli ovociti vengono congelati e da molti altri fattori. Il tema diventa delicato quando una tecnologia sanitaria si intreccia con interessi economici molto rilevanti. Il settore della fertilità sta attirando grandi investitori e fondi di private equity, anche attraverso l’acquisizione e l’espansione di reti di cliniche. Dovremmo evitare che la logica commerciale finisca per sostituire quella clinica».
Secondo lei quali sono quindi i principali passi avanti da compiere in Veneto?
«Direi tre. Il primo è rendere più omogenea l’offerta sul territorio, evitando differenze troppo marcate nell’accesso. Il secondo è ridurre i tempi di attesa, aumentando la capacità dei centri attraverso personale e organizzazione e, nell’immediato, anche attraverso il convenzionamento. Il terzo è garantire un accesso sempre più appropriato alle tecnologie disponibili, comprese quelle genetiche, quando esistono indicazioni cliniche. Ma aggiungerei un quarto elemento: bisogna riportare la Pma dentro una vera programmazione di sanità pubblica. Il Veneto ha una domanda di circa 6. 000 cicli l’anno e deve mettere i suoi centri nelle condizioni di lavorare a regime. Non basta che la Pma sia formalmente garantita dai Lea: bisogna avere personale, organizzazione e risorse per rendere effettivo quel diritto».
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