Il virologo Palù: «Nessun rischio di epidemie o pandemie, tracce di hantavirus anche nel Cinquecento»

Il virologo Giorgio Palù esclude pericoli: «Non fa il salto di specie e si trasmette da uomo a uomo in rarissimi casi»

Sabrina Tomè
Il virologo Giorgio Palù
Il virologo Giorgio Palù

«Nessun rischio di epidemia o pandemia. Non sarà un altro Covid». La rassicurazione sull’Hantavirus, dopo il focolaio sulla nave da crociera MV Hondius, arriva dal professor Giorgio Palù, già direttore di Dipartimento all’Università di Padova e responsabile dell’Agenzia Italiana del Farmaco.

Professor Palù c’è da avere paura?

«No, per niente. Questo virus non sarà mai una pandemia o un’epidemia. È un virus che rarissimamente si diffonde da uomo a uomo, e solo nel caso del genotipo Andes».

Cosa sono esattamente gli hantavirus?

«Cominciamo dal perché si chiamano così. Hanta è un fiume in Corea del Sud dove un virologo sudcoreano lo isolò nel 1970. Nel 1951-52, quando gli americani combattevano sul Trentottesimo parallelo, si ammalarono di una sindrome particolare, un’infezione sconosciuta che sembrava virale, caratterizzata da malessere, sudorazione, febbre e insufficienza renale. A volte si risolveva con poliuria, altre volte con forme emorragiche».

Quali caratteristiche ha l’Hantavirus?

«È un virus a Rna negativo, diversamente dai Coronavirus che hanno Rna positivo. E non è infettivo come quello del Covid. È dell’ordine bunyavirales, ordine con tante famiglie, almeno una trentina, tra cui l’hantaviridae. I bunyavirales non sono diffusi da artropodi, ma hanno un reservoir naturale nei roditori che in Corea erano i ratti di fiume. Sono poi stati trovati nei topi di campagna, nelle talpe e nei pipistrelli».

Come si diffonde?

«Direttamente dalle feci e dalle urine dei roditori quando si essiccano, oppure se va in contatto con la cute ferita. Le feci si essiccano e possono essere inalate; non invece deglutite, perché in quel caso il virus verrebbe digerito dal Ph acido».

Dove è diffuso?

«Ci sono Hantavirus euroasiatici, ne abbiamo scoperti nel Nord Europa: danno sudorazione, mal di ossa, rare volte la sindrome renale. Hanno mortalità molto bassa, dell’1%. Diversi quelli delle Americhe. Nel’91-’92 venne identificata una sindrome respiratoria emorragica con un’alta mortalità, del 60%, in una riserva Navaho nella regione di Four Corners. Era una sindrome molto pericolosa, caratterizzata da forme polmonari e da choc e la si è poi trovata anche in Messico e Sudamerica. E sempre in Sudamerica è stata isolata un’altra specie, Andes, trovata nelle foreste andine. Il paziente zero l’ha probabilmente contratta ad Ushuaia, nella discarica, dove il virus è presente perché ci sono i roditori».

L’Andes è il più pericoloso?

«È l’unico virus che può diffondersi da uomo a uomo, ma solo con contatto ravvicinato. Ha un’elevata mortalità, dal 30 al 60%. Ma ribadiamo alcune cose: l’hantavirus non fa il salto di specie, non si diffonde dall’animale all’uomo se non nelle condizioni dette e non da uomo a uomo con l’unica eccezione appunto di quello delle Andes, peraltro solo in rarissimi casi, di contatto molto stretto».

Quindi non c’è pericolo di pandemia?

«Non darà mai né epidemie, né pandemie. Non dobbiamo temere un altro Covid».

E per quanto riguarda le persone infettate?

«È giusto, soprattutto se c’è il genotipo Andes, che la persona che ha l’infezione venga isolata. E vanno sicuramente fatti i controlli dei contatti. Ma nessuna preoccupazione».

Ci sono farmaci per curarlo?

«Non abbiamo farmaci. Sono stati provati il Favipiravir e il Ribavirin, ma non c’è né un vaccino. E d’altra parte è difficile che lo voglia preparare per un virus che non darà mai una pandemia o forme di epidemia. Però bisogna studiare dei farmaci, soprattutto per gli Hantavirus americani».

Come avviene la morte?

«Per choc, per ipotensione e per difetto respiratorio. La forma renale emorragica è causa dello choc. Va detto che questo virus non è nato nell’epoca moderna».

Ci sono tracce storiche?

«Johannes Caius che si è laureato in Teologia a Cambridge, successivamente in Medicina a Padova nel 1541, allievo di Vesalio e che poi è stato medico di corte dei Tudor, ha descritto la sindrome “sudore inglese”. Che oggi sappiamo essere dovuta con tutta probabilità agli hantavirus. Capì che a causare quella sindrome a Londra erano i ratti delle fogne e quindi ha provveduto a sanitare gli ambienti».

In un mondo globalizzato quanto è importante la prevenzione?

«Importanti sono la prevenzione, l’epidemiologia, la sanificazione, il controllo con virologi a tutto campo, one health. Occorre studiare non solo l’uomo, ma anche l’animale e l’ambiente in cui vive per essere pronti prima che il problema si manifesti». 

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