Capua: «Hantavirus, rischio vicino a zero. Ma sono inevitabili ulteriori pandemie»

La virologa di fama mondiale parla dell’emergenza Hantavirus e del rischio diffusione: «La trasmissibilità è rara, servono contatti vicini e prolungati. Finché ci sarà l’uomo sulla Terra, allora ci saranno anche i virus pandemici che lo infettano»

Laura Berlinghieri
La virologa Ilaria Capua
La virologa Ilaria Capua

Parla di un «rischio prossimo allo zero» Ilaria Capua. La virologa di fama mondiale, nelle librerie con il suo nuovo libro Non mollate. Manuale di resistenza per l’affermazione del talento femminile, parla così del “rischio pandemico” legato alla diffusione della variante andina dell’Hantavirus, che ha causato vittime in una nave da crociera.

Dottoressa Capua, perché non siamo di fronte a un nuovo Covid?

«Partiamo da un presupposto: noi conosciamo gli Hantavirus da almeno 50 anni e sappiamo che non hanno la capacità di trasmettersi efficacemente da uomo a uomo. In biologia lo “zero” non esiste, ma il rischio che questo virus scateni una pandemia è assolutamente vicino a quel numero».

Perché?
«Perché un virus, perché possa venire trasmesso da uomo a uomo, deve avere determinate caratteristiche nel suo “motore”, caratteristiche che gli Hantavirus non possiedono».

E dunque quali situazioni favoriscono la trasmissione di questo virus?

«I contatti prolungati ed estremamente ravvicinati. Come nel caso dei due coniugi olandesi, che hanno condiviso il letto per più giorni. La febbre alta può essere sintomo della replicazione del virus nel sangue; e in questo caso, in una situazione di contatto prolungato, la trasmissione può esserci».

Cosa ci dice la storia, rispetto agli Hantavirus?

«Ci racconta dello sviluppo di focolai, limitati, sulla terraferma argentina, e non c’è stata diffusione. E poi in Finlandia, dove la variante Puumala spunta fuori quasi una volta all’anno, complici certe abitudini rurali. Ma i livelli di trasmissione interumana restano minimi. E poi c’è il caso della moglie di Gene Hackman, morta a causa dell’Hantavirus, visto che la villa in cui viveva era infestata dai topi. Una villa nella quale, immagino, circolasse un gran numero di personale, eppure non c’è stato tutto il clamore di oggi. È giusto stare attenti, ma serve equilibrio».

Le trasmissioni del virus si sono consumate nell’ambiente ristretto e promiscuo di una nave da crociera, e questo rassicura. Ma poi diversi passeggeri – tra cui la turista olandese, poi deceduta – sono stati fatti scendere dalla nave, molti di loro hanno preso un aereo, coprendo lunghe distanze...

«È vero. Però, lo ripeto, questo virus non si trasmette agevolmente per via aerea: serve un contatto ravvicinato e prolungato».

C’è il pericolo che il virus muti, aumentando la sua viralità?

«Finora tutti gli studi fatti su questo virus non hanno indicato questo rischio. Certo, però, è necessario continuare a investire sulla ricerca. Ma questo riguarda tutte le infezioni rare: meno ricerca si fa e meno si può sapere».

Il Covid: una sfortuna averlo conosciuto o una fortuna per la società attuale non avere sperimentato altre pandemie?

«Nel ventesimo secolo ci sono state tre pandemie influenzali. La Spagnola, che ha provocato 50-100 milioni di morti, contro i 7-14 milioni causati dal Covid. Poi l’influenza asiatica, nel ’57, e di Hong-Kong, nel ’68. E allora non c’erano certo i movimenti internazionali di oggi, legati agli spostamenti delle persone. I virus hanno fatto il giro del mondo, sì, ma ci hanno messo molto più tempo di quanto ne impiegherebbero ora».

Come dire che la nostra società, così come è impostata, non può sfuggire ai virus?

«Finché ci sarà l’uomo sulla Terra, allora ci saranno anche i virus pandemici che lo infettano, galoppando grazie a una popolazione vergine che non ha barriere».

E dunque, prima o poi, dovremo affrontare una nuova pandemia?

«Se dicessi il contrario, sarei una bugiarda. Però aggiungo che le pandemie si possono superare. Certo, se si arriva preparati è meglio».

E noi lo siamo?

«Credo che tante persone abbiano appreso molto dal Covid, e quindi una nuova pandemia non arriverebbe come un fulmine a ciel sereno. Certo, però, tante cose sono state dimenticate, a partire da una abitudine banale come il lavarsi le mani».

Parla di comportamenti individuali. E invece nella ricerca si investe abbastanza?

«La ricerca andrebbe fatta prima dell’esplosione dei problemi. Mentre, essendoci tante altre priorità – come il cancro, il diabete, le patologie cardiovascolari – le malattie emergenti vengono sempre relegate ai margini. Però questi virus ciclicamente spuntano fuori, ed è importante che la ricerca avanzi con costanza».

 

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