Cottarelli: «Con questi prezzi rischio Pil negativo e inflazione al 3 per cento»
L’analisi dell’ex direttore del dipartimento Affari Fiscali del Fondo Monetario. «Situazione diversa dal Covid. I mercati puntano sulla soluzione della guerra»

Professor Cottarelli, la crescita vertiginosa del prezzo dei carburanti preoccupa famiglie, imprese, e politica. Si temono ripercussioni pesanti sul Pil. Cosa dobbiamo aspettarci nei prossimi giorni?
«Dobbiamo andare con ordine. Ai prezzi attuali, l'impatto sulla crescita Pil nel 2026 è per ora contenuto. Ma non sappiamo quanto duri la condizione attuale in Medio Oriente. Le cose potrebbero anche peggiorare».
Per quanti mesi è sostenibile questa situazione, senza che ci sia un impatto rilevante?
«Non si arriva a un livello a cui diventa insostenibile. Il protrarsi di questa condizione aumenta le ripercussioni. Se i prezzi restano a questo livello stabilmente fino a fine anno si può pensare ad un taglio dell’uno per cento rispetto a quanto ci aspettavamo. Passeremmo da +0,7 per cento a -0,3. L’inflazione potrebbe salire al 3%».
È uno scenario plausibile?
«Dovremmo sapere cosa sta nella testa di Donald Trump per dirlo».
Lo sconto sulle accise approvato dal governo la scorsa settimana intanto è già stato vanificato, addirittura ci sono pompe di carburante che hanno lamentato difficoltà di approvvigionamento. La preoccupazione di queste ore è eccessiva?
«Confrontiamo il prezzo della benzina: con il taglio delle accise siamo su livelli di prezzo più bassi degli ultimi 55 anni, chiaramente parametrandolo al costo della vita».
Questo però non vale per il gasolio.
«No, per il gasolio la tassazione è stata aumentata, per uniformarla alla benzina. Per il gasolio i prezzi sono più alti. Dopo il taglio delle accise siamo tornati in linea con il prezzo storico, solo poco sopra».
Ma quanto distanti siamo dagli scenari visti negli ultimi decenni?
«Questo non è il Covid. In quell’anno l’Italia ha perso il 9 per cento di Pil e non siamo davanti alla crisi del 2008 quando è sceso di 5 punti. Per ora ci salviamo grazie al mercato».
In che senso?
«Il mercato mantiene il prezzo basso perché scommette che lo stretto di Hormuz riaprirà a breve. Ma se non succede allora diventa una situazione pericolosa».
Che parametri dobbiamo tenere d’occhio?
«Se il prezzo va a 200 dollari al barile a quel punto cambia il mondo. Ma io credo che a Trump non convenga tenerla lunga. Ci sono le elezioni di Midterm. Prima della guerra eravamo a tre dollari al gallone di benzina (un barile sono 42 galloni ndr), oggi siamo a quattro. Con il barile a 200 dollari la benzina andrebbe oltre i 6 dollari al gallone».
Con un possibile effetto ulteriore sull’economia?
«Dobbiamo mantenere le proporzioni. Il prezzo del gas naturale alla vigilia dell’invasione dell’Ucraina era 80 megawattora, è arrivato a 320. Adesso siamo a 65, insomma dopo l’attacco in Iran siamo più bassi rispetto allo scenario precedente l’attacco in Ucraina».
L’altro tema rimane la scarsità della materia prima. Rischiamo razionamenti come sta accadendo in Slovenia? O distributori senza prodotto come accaduto in diverse parti d’Italia?
«Su venti milioni di barili che uscivano da Hormuz al giorno, ne arrivava in Europa meno di un milione. I nostri principali fornitori sono Norvegia, Kazakistan e altri. Si tratta di contratti che prevedono la fornitura a prezzi di mercato ma le quantità fornite non è detto che scendano. In quel caso lo compreremmo a caro prezzo ma non rimarremmo senza».
Ma se dovesse scendere il prezzo del petrolio, quanto ci si mette per vedere l’effetto sul prezzo pagato alla pompa?
«Quello del prezzo che non cala velocemente quanto sale è un qualcosa che accade in tutto il mondo: ed in parte è una questione di percezione».
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