Zaia e Fontana, c’è un filo diretto per un “piano B” alle Politiche
Pronti a giocare la carta del nuovo movimento federalista e a fare pesare la forza del loro consenso personale in caso di reintroduzione delle preferenze sulla scheda

Un colloquio prolungato sull’asse Venezia-Milano, all’alba della diaspora leghista. Nel silenzio assordante del partito, Luca Zaia e Attilio Fontana discutono gli itinerari e le prospettive del nuovo movimento liberale e federalista, concepito in risposta all’irriformabile deriva salviniana.
Un progetto coltivato nel riserbo da mesi, divulgato per errore dall’esponente lombardo in una vecchia chat accessibile ai rivali, con effetti dirompenti.
I presidenti sono concordi nel procedere con sobrietà, evitando toni di propaganda, e nel perseguire il radicamento sociale con il concorso di figure autorevoli dell’impresa e del lavoro, della cultura e della società civile. Un percorso condiviso dagli amministratori nordisti, Massimiliano Fedriga e Maurizio Fugatti in primis, al quale guarda con discreto favore anche l’influente ministro dell’economia, Giancarlo Giorgetti.
Scelta irreversibile? In assenza di commenti ufficiali, i veterani più vicini al Doge replicano segnalando l’irrealismo di una scalata in opposizione al segretario. «Nei tredici anni trascorsi al vertice, con proiezione al 2029, Matteo Salvini ha cementato un’ampia maggioranza in consiglio federale, nei gruppi parlamentari e nell’apparato che controlla iscritti e delegati», è il refrain.
Numeri alla mano, la circostanza inibisce ogni velleità di cambiamento e, a dispetto dei consensi in caduta libera, il potere di nomina vanifica la dialettica interna, relegando a miraggio anche l’ipotesi di congresso straordinario accarezzata da più parti. Di qui l’adozione di un percorso alternativo, un Piano B potenzialmente conflittuale, assai lontano dalla rincorsa all’estrema destra populista che caratterizza la leadership attuale.
Gli obiettivi dichiarati: rivitalizzare il rapporto di rappresentanza con la società settentrionale nel segno dell’autonomia differenziata e dell’identità; intercettare l’esodo dalla Lega, arginandolo nel circuito democratico; dialogare con centristi e sinistra moderata sul versante del riformismo, della libertà d’iniziativa, dei diritti civili.
Verso le elezioni
Sullo sfondo, anzi, in primo piano, il rinnovo del Parlamento nel 2027 e la legge elettorale che regolerà il voto, con l’introduzione delle preferenze sia alla Camera che al Senato (è di queste ore la notizia di un accordo nella maggioranza) destinata ad accrescere l’incidenza e la forza contrattuale dei candidati più popolari.
È il caso di Zaia: recordman nella storia del regionalismo italiano, capolista in tutti i collegi veneti nel novembre scorso, ha calamitato 203 mila voti personali, consentendo al Leon di capovolgere i pronostici e infliggere a Fratelli d’Italia un cocente doppiaggio.
Se gli emendamenti in via di definizione lo consentiranno, il Doge potrebbe iterare l’operazione su scala nordestina, vincolandola però a garanzie sulla linea politica, l’assetto di comando e gli incarichi istituzionali. In caso di rifiuto, pare, la rottura con via Bellerio diventerebbe irreversibile.
È tutto? Quasi. Tra gli osservatori interessati alle dinamiche leghiste, si apprende, figura Giorgia Meloni, et pour cause: l’eventuale crollo dell’alleato, abbinato al successo di Futuro Nazionale, condannerebbe il capo del governo e l’intero centrodestra all’amaro calice della sconfitta.
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