L’irruzione di Vannacci e la vittoria dei governatori: così il Generale può consegnare Palazzo Chigi alla sinistra

La nascita di "Futuro Nazionale" scuote gli alleati: Salvini reagisce col pugno duro, Meloni teme il sorpasso a destra e l'opposizione intravede la grande occasione. Ma tra veti e sospetti, il vero rischio per la coalizione è l'aritmetica del 2027

Carlo BertiniCarlo Bertini

 

Anche se i più smaliziati dicono che Futuro Nazionale «non prenderà un voto», visto che Roberto Vannacci avrà porte sbarrate in Rai e Mediaset, la bomba Vannacci deflagra nella politica italiana, dove da oggi nulla sarà più come prima.

Pure se alla prova dei fatti la sigla del generale dovesse raccogliere un pugno di seggi tra un anno, la forbice tra il 2 e il 5 per cento di consensi potenziali indicata dai sondaggisti basterà a cambiare la dinamica delle relazioni tra i due poli. E il primo esempio che viene citato è quello del laburista inglese Keir Starmer, finito a Downing Street grazie all’estremista di destra Nigel Farage.

Cosa succederà dunque nel fortino dei partiti? Primo: nella Lega si riafferma la linea del “patto del Nord” e perde quella del segretario che esce sconfitto. Ergo, i governatori Luca Zaia e Massimiliano Fedriga rialzano la testa. Salvini dovrebbe mutare linea, ascoltando di più le ragioni del Nord produttivo e autonomista, ma sarà invece indotto ad alzare il tiro, come dimostra la sua prima reazione: un rilancio del pugno ancora più duro sul decreto sicurezza. Ma il tono sprezzante con cui liquida il “traditore”, evocando Fini, accusando l’ex amico Vannacci di slealtà, zero disciplina e onore, svela la paura di essere messo in croce per mano del “Giuda” da lui portato al vertice leghista.

Secondo: tutti i leader del centrodestra tremano, ma la premier più di altri perché rischia di perdere lo scettro nel 2027. Ergo, Giorgia Meloni dovrà pensarci bene prima di estromettere Vannacci dalla coalizione: averlo dentro un futuro governo sarebbe una iattura, la leader di Fdi ha già fatto sapere come non esista l’idea di offrirgli un ministero: giammai. Di sicuro Vannacci voterebbe contro ogni decreto sull’Ucraina e farebbe “più uno” su ogni provvedimento, come ha spiegato a questo giornale pochi giorni fa.

Ma non sorprenderebbe se alla fine cercasse un aggiustamento per tenerlo magari in maggioranza ma fuori dal governo: averlo in Parlamento fuori dai poli a urlarle contro in aula (come faceva lei dall’opposizione) potrebbe essere un guaio peggiore.

Di sicuro, la nave del governo subirà scossoni violenti proprio nell’ultimo miglio prima delle urne. C’è da attendersi uno scivolamento sulle posizioni estreme: di conseguenza Forza Italia entrerà in affanno, costretta a convivere in un governo più radicalizzato su diversi fronti, col rischio di perdere consensi a favore di un’altra scheggia vagante, quella di Carlo Calenda, autonomo dai poli nel ruolo di grillo parlante del moderatismo imprenditoriale.

Infine, la vera novità politica: la sinistra per la prima volta da anni incassa un colpo di fortuna. Matteo Renzi lo aveva intuito prima degli altri. Un colpo che emana una luce azzurra in un cielo plumbeo, nessuno avrebbe potuto sperare di meglio, ora si tratta di vedere se il “campo largo” di Schlein e Conte sarà in grado di sfruttare l’occasione. La prima reazione dovrebbe essere una subitanea presa d’atto della grande occasione e una repentina scelta di premiership, perimetro e programma. Ma nessuno ci scommette.

Tutti elementi in grado insomma di mutare un’orbita che sembrava cristallizzata, quella in cui si sentiva proiettata Giorgia Meloni verso la riconquista di Palazzo Chigi, sicura di non avere avversari alla sua altezza. E ora invece alle prese con la grana di dover battere se non altro l’aritmetica, che in politica purtroppo conta.

Pertanto, delle tre qualità che ogni uomo politico deve avere - secondo la lezione di Max Weber - ovvero “passione”, “responsabilità” e “distacco”, forse Roberto Vannacci ne possiede due, la prima e la terza. Ma sulla seconda la sua logica non è chiara: il generale sa che l’irruzione di una concorrenza a destra, fuori dalla coalizione, per un effetto domino può provocare una sconfitta alle elezioni del centrodestra e una vittoria della parte opposta. Allora perché si sgancia sapendo di finire come un reietto fuori dalla “chiesa madre”?

Accusato di intelligenza col nemico, come infatti già avviene? Bersagliato dallo shit-storm di Salvini? Tutti se lo domandano in Parlamento, con una fiera di sospetti che andrà avanti per mesi. Certo è che le carte si rimescolano in un tavolo che vede i protagonisti così fotografati alle 16 di ieri: Meloni con gli occhi al cielo, Salvini con la faccia truce, Tajani con le mani nei capelli, Schlein con un sorriso eccitato e Conte già concentrato su come scalzarla da Palazzo Chigi. 

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