Trump e quegli annunci sempre di sabato: marce indietro e miliardi che ballano condizionano il mercato
Dazi, minacce e retromarce nel weekend: la strategia “Taco” del presidente Usa scuote le Borse e alimenta sospetti di speculazione

“Dio non paga il sabato”, ma Trump sì. Per quanto ebbro di una celeste coscienza di sé, il presidente americano non riposa mai la domenica e tantomeno nel sesto giorno della settimana. Nel primo anno del secondo mandato alla Casa Bianca, il sabato è stato dedicato alle decisioni, il che non sarebbe un problema se ciò non agitasse i mercati e se le sue mosse non si fossero dimostrate tanto rumorose quanto mutevoli, come si è visto con le sanzioni per la Groenlandia.
In questo caso, The Donald si è dimostrato fedele all’etichetta “Taco” guadagnata la scorsa primavera, Trump always chickens out, Trump fa sempre marcia indietro. Così, oltre a sconquassare l’ordine multilaterale come lo conoscevamo, ha creato bolle nelle Borse, bruciando miliardi e poi ricostituendoli. C’è chi ha guadagnato miliardi (e chi li ha persi). Nella preoccupazione per la strategia scompaginata e dirompente, l’auspicio è che lo abbia fatto legalmente. Che nessuno sapesse a priori. Anche se il dubbio contrario ronza nelle teste di molti osservatori.
La circostanza che gli annunci “bomba” avvengano nel fine settimana potrebbe essere giustificata dalla volontà di operare a mercati chiusi. Tuttavia, la tesi sta in piedi sino a un certo punto. Perché i riflessi scuotono i listini in ogni caso, spingendoli al rialzo e al ribasso, cosa che nel caso di The Donald, ha la brutta abitudine di succedere due volte, perché quando torna indietro il rimbalzo è di forza contraria anche se non uguale.
Dal ritorno alla presidenza, 370 giorni fa, le decisioni aggressive e clamorose nel weekend sono state almeno undici. L’altro ieri, di nuovo. Irritato per la prospettiva d’una intesa commerciale fra Canada e Cina, e ancora infuriato per le parole di sfida pronunciate a Davos dal premier Mark Carney (che chiama provocatoriamente “governatore”), ha annunciato dazi immediati al 100 per cento su Ottawa.
È una mossa spregiudicata visto il legame fra i due Paesi – co-organizzatori dei Mondiali di calcio, tra l’altro – dalla quale dovrà in qualche modo rientrare (e mangiare un amaro Canadian Taco) per evitare che tutto l’import dal vicino di casa raddoppi di prezzo. Prevedibile la reazione negativa dei mercati. E se qualcuno ha avuto l’estro di vendere allo scoperto venerdì, stamane passa a incassare.
Succederà, con ogni probabilità. Basta riguardare la disfida groenlandese con il Var. Venerdì 16 gennaio, Trump posta un messaggio criptico sui social facendo balenare l’imminenza di dazi su chi sostiene l’intoccabilità del “grande pezzo di ghiaccio” a Washington: i mercati frenano. La stessa sera, minaccia la Danimarca perché tiene duro sulla Groenlandia.
Nella notte, annuncia che il pedaggio doganale sarà un 25 per cento aggiuntivo. Nel corso del sabato l’intimidazione prende forma per i Paesi che hanno inviato i soldati a Nuuk, una quarantina e pure disarmati. Le capitali interessate rispondono, l’Europa si interroga sul da farsi, la tensione sale alle stelle. Il presidente dice che prenderà l’isola a ogni costo, lasciando balenare l’uso della forza, letale per la Nato e l’ordine globale.
Scoppia una rissa a più voci. Lunedì la Casa Bianca conferma che la stretta avrò effetto da febbraio e avverte la Francia che potrebbe tassare del 200 percento i suoi vini. Martedì apre il mercato Usa e precipita. Il resto del mondo lo ha anticipato.
Mercoledì Trump comunica di aver fatto un accordo con la Nato sulla Groenlandia e dunque non ci saranno dazi. Le Borse si impennano. Wall Street sale di oltre un punto in pochi minuti. È bastato un colpo di Taco. La minaccia del sabato è diventata un’intesa tutta da verificare il mercoledì. Nel frattempo, ha fatto fare soldi a palate a chi è riuscito a cavalcarla.
Un caso? Trump adora il fine settimana. Era un sabato il 26 gennaio 2025 quando se la prese con la Colombia per i migranti, ed era sabato quel primo febbraio in cui avvisò Canada, Messico e Cina che li avrebbe colpiti i se non avessero collaborato su fentanyl e migranti (il 3 chiuse la partita). Sabato 25 maggio annunciò il rinvio dei dazi europei deciso col Liberation Day del 2 aprile che fece crollare le Borse per rimandarle alle stelle con la sospensione il 9 aprile.
L’attacco in Iran causa nucleare è stato sabato 21 giugno (listini stabili al rialzo, petrolio prima molto su poi molto giù). L’incontro con Ursula von der Leyen per l’accordo tariffario con l’Europa fu sabato 27 luglio (mercati in moderato rialzo il lunedì). Il rapimento di Maduro è avvenuto di sabato, il 3 gennaio; indici in rialzo il lunedì scossi dal mago dell’annuncio volatile e retrattile.
Proprio il 9 aprile (un mercoledì) Trump ha twittato “è un grande momento per comprare”. Quel giorno il Nasdaq ha guadagnato il 12 per cento, il Dow Jones quasi l’8. Pump and dump, dicono a Wall Street. Un gruppo di senatori democratici si è chiesto se il presidente non stesse facendo insider trading. Non sono stati gli unici.
A oggi, comunque, nessuna accusa o procedimento è stato aperto a suo carico. Il portavoce della Casa Bianca ha ribadito la loro responsabilità di “rassicurare i mercati e gli americani”. Non c’è dubbio. E sarebbe poco etico spingersi oltre. Tuttavia, sospirava giorni fa un addetto ai lavori, “se fossi uno speculatore cinico sarei lieto di essere il migliore amico di Trump e avere la possibilità di sentirlo il venerdì mattina”. Come dargli torto?
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