Lega, alta tensione su Vannacci: Salvini blinda Stefani come vice

Niente nomina a vicesegretario del Carroccio per Luca Zaia. Intanto il partito è in subbuglio per le manovre di Vannacci che non ha escluso di voler dar vita a una sua creatura politica

Carlo BertiniCarlo Bertini
Luca Zaia, Alberto Stefani e Matteo Salvini
Luca Zaia, Alberto Stefani e Matteo Salvini

Niente nomina a vicesegretario del Carroccio per Luca Zaia. Chi pensava che Alberto Stefani, il quarto vicesegretario della Lega potesse trasferire i suoi galloni sulla giacca di Luca Zaia, riconosciuto come uno dei personaggi più di peso nel partito, se non come quello più popolare dopo il segretario, rimarrà deluso.

Matteo Salvini ha deciso che per il momento quella carica resterà a Stefani, ben sapendo che il neo governatore ha tante di quelle gatte da pelare che il partito non è certo in cima ai suoi pensieri. Anche se sta gestendo la transizione alla Liga Veneta, di cui era segretario.

Quindi il peso politico di Vannacci è così preponderante nella Lega che al leader non conviene opporgli una figura così ingombrante come il Doge. Il quale avrebbe tempo ed energie in questa nuova fase di vita per dedicarsi alla politica. E per provare a spostare al centro l’asse del Carroccio.

Ma la sua linea non sembra troppo in auge nella Lega, se non nelle regioni del Nord Est: l’altro vicesegretario, il laziale Claudio Durigon, che stava intervistando Zaia l’altra sera alla festa di Roccaraso, ad un certo punto lo ha bloccato: a quanto riportano le cronache, è passato ad altre domande proprio mentre Zaia stava invocando una Lega meno fondamentalista e più attenta ai diritti.

Nessuno dimentica come l’autore del Mondo al Contrario mesi fa ha apostrofato Zaia dopo le punture ricevute dall’ex governatore, facendogli presente di non essere uno qualunque “ma il suo vicesegretario”. Rivendicando con questa uscita brusca una sorta di potere gerarchico sul suo sottoposto. Un’uscita che la dice lunga sul peso che questa carica può rivestire negli equilibri interni.

Il partito è in subbuglio del resto, perché le manovre di Vannacci per la creazione di una sua forza autonoma mettono tutti in agitazione: il test in aula alla Camera sulle armi all’Ucraina è stato considerato un mezzo flop, perché solo due deputati hanno rotto l’unità dicendo no, mentre gli altri hanno obbedito al segretario dando “luce verde” al decreto di maggioranza, che consente l’invio di equipaggiamenti militari.

Malgrado ciò, manovre grandi o piccole sono in corso anche nei territori e lo stesso Vannacci – intervistato dai giornali Nem – non ha escluso di voler dar vita ad una sua creatura politica. Che potrebbe intercettare i consensi della destra più radicale, poco rappresentata dagli equilibrismi di Giorgia Meloni e dai penultimatum di Salvini su vari dossier. Quindi i leader della destra governativa, compreso Salvini che ogni giorno solleva un polverone per distinguersi, hanno paura. Al punto che i loro tecnici starebbero studiando una soluzione per sminare il terreno dalla minaccia del generale: fissare nella nuova legge elettorale la soglia di ingresso in Parlamento, per le forze non coalizzate, non più al 3 ma al 4 per cento. In tal modo, secondo le stime, solo Carlo Calenda potrebbe superarla con Azione e magari allearsi con il centrodestra dopo a urne chiuse; mentre a Vannacci risulterebbe più arduo, stando a sondaggi riservati.

In ogni caso, pur senza un ruolo da vicesegretario, Zaia aleggerà lo stesso come una spada di Damocle sulla testa del segretario. Senza essere vicesegretario non potrà opporre la stessa forza alla sua linea autonomista, pro-diritti e molto social, ponendola in totale antitesi a quella rappresentata dal generale.

Ma la sua forza resta il consenso popolare e con quello Zaia sa di poter aspirare a futuri ruoli di governo e non solo: quando si tratterà di misurarsi con le urne, Salvini dovrà fare i conti con lui e offrirgli una sponda convinta per ottenere ruoli di peso nel futuro governo o ai vertici delle istituzioni, Camera o Senato. Per non inimicarsi del tutto il Doge e poter così capitalizzare il bacino di voti che Zaia ha dimostrato di poter avere anche senza la carica di governatore del Veneto.

Un problema che il segretario dovrà gestire forse anche con l’altro governatore, Massimiliano Fedriga del Friuli, il quale, non potendo accedere ad un terzo mandato, potrebbe magari optare per lasciare la guida della regione in tempo per le politiche del 2027… —

 

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