La premier Meloni pronta a forzare per cambiare la legge elettorale

Dopo il referendum il capo del governo potrebbe sparigliare le carte: l’’ipotesi del proporzionale con liste bloccate e senza sfide nei collegi

Carlo BertiniCarlo Bertini
La premier Giorgia Meloni
La premier Giorgia Meloni

Nuova legge elettorale anche a colpi di maggioranza, nessuna intenzione di dimettersi se perderà il referendum: da Matteo Renzi Giorgia Meloni pesca fior da fiore. Se il popolo bocciasse il quesito sui giudici a marzo, lei non farà come l’ex premier, che nel 2016 si dimise dopo aver provato invano a cambiare la Costituzione. Ma farà come lui quando si tratterà di cambiare le regole del gioco senza il placet delle opposizioni. Procederà dritta come un ariete, incurante che il sistema di voto andrebbe condiviso con chi gioca dall’altra parte del campo.

E se con il “rottamatore” non mancano assonanze, ce sono anche con un altro predecessore con la lingua affilata: Giorgia è innamorata del colpo a effetto come lo era Massimo D’Alema, con il quale condivide quel tratto tipicamente romano, l’humor tagliente: «Lei certo ha diritto a fare domande e io ho il diritto di non darle risposte», usava dire il “leader Maximo” ai giornalisti.

E venerdì 9 gennaio la premier - suscitando risate miste a sconcerto – nell’aula dei gruppi parlamentari che ospitava la conferenza stampa annuale, ha liquidato così chi auspicava un maggior numero di conferenze nel 2026: «Ricordo che lo ha auspicato pure l’anno scorso e non mi pare le sia andata bene».

Attimi di gelo, risate dello staff e via a completare la sfilza di quesiti in programma: da cui restano agli atti due asserzioni di Meloni, entrambe di un certo peso politico: una sollecitazione affinché l’Europa parli con Putin, che lo faccia con una voce sola, che nomini un alto rappresentate per la pace in Ucraina, che insomma si segga al tavolo dei protagonisti, pena la irrilevanza sul dossier che la coinvolge più da vicino.

Una sollecitazione che la premier porterà in sede Ue e che visti i suoi ultimi successi a Bruxelles sugli asset russi congelati, potrebbe magari essere raccolta. Anche perché l’Italia continuerà a mandare armi a Zelensky, con buona pace di Salvini. Ma è la seconda affermazione a lasciare il segno sul piano interno, la manifestazione di disinteresse per una scrittura bipartisan delle regole. Dovere al quale la premier non sembra sottrarsi nel suo incipit, quando ammette che sul nuovo sistema di voto «ci sono interlocuzioni con le opposizioni». Ma che invece nega quando promette di procedere a colpi di maggioranza in caso di no delle opposizioni, con un effetto domino che si scatenerà nei prossimi mesi: campagna referendaria aspra, clima infuocato, porte chiuse su tutti i fronti, dialogo sotterrato.

Ora, non è la prima volta che un governo tira dritto sulla legge elettorale. Il primo a farlo, come si diceva e con un metodo che suscitò scandalo, fu nel 2015 Matteo Renzi, quando fece approvare con il ricorso al voto di fiducia l’Italicum (poi bocciato dalla Consulta). Metodo cui l’attuale premier ricorse per superare l’ostruzionismo, ma anche in quanto temeva il sabotaggio della sua stessa maggioranza nel voto segreto in Parlamento. Fece lo stesso Paolo Gentiloni nel 2017 quando il governo pose la fiducia sul “Rosatellum”. E lo stesso timore indurrà Meloni a porre la fiducia, come già prevede Riccardo Magi di +Europa. Le leggi elettorali di nuovo conio infatti non garbano ai “peones”, che vedono materializzarsi il fantasma della non rielezione, trasformandosi in “franchi tiratori” negli scrutini segreti, impallinando le nuove norme. In questo caso, il leader della Lega sa che molti suoi eletti non tornerebbero in Parlamento, poiché il suo gruppo parlamentare è sovradimensionato. E comunque sia, nessuno dei capipartito può contare sulla lealtà dei propri parlamentari quando si modifica la normativa elettorale.

A sentire le ipotesi non smentite dalla destra, il nuovo sistema sarebbe proporzionale, con le liste bloccate (ovvero con le candidature in mano ai segretari di partito), senza sfide nei collegi (quindi senza collegamento tra eletti e i loro territori), con un premio di maggioranza che consentirebbe a chi prendesse il 40 per cento di voti di avere il 55% dei seggi. Siccome è prevista una partecipazione pari al 55 % dei cittadini e che il 40% di 55 fa 22, finirà che una coalizione che ha ottenuto il 22% dei suffragi popolari nominerà tutte le cariche istituzionali, compreso il nuovo presidente della Repubblica.

Dunque è facilmente prevedibile il livello di scontro che si consumerà a breve, dato che la maggioranza intende accelerare con la riforma della legge elettorale, anche prima del referendum che – come ha confermato la premier – si terrà il 22 e 23 marzo prossimi. Ma Giorgia non se ne dà pensiero: spera di convincere Elly Schlein, con l’argomento che all’opposizione converrebbe un sistema che blinda la coalizione che vince assegnandogli un premio abnorme.

Il motivo è semplice, ma Giorgia non lo dice: il “campo largo” sarà meno compatto del centrodestra e se pure un partito si sfilasse in qualche voto, grazie alla grande differenza di numeri tra vincitori e vinti che garantirebbe il sistema cui si sta pensando, un governo di centrosinistra sarebbe molto più stabile: potrebbe permettersi di perdere pezzi per strada della sua maggioranza senza per forza implodere. Ma che Schlein, Conte e Renzi si lascino convincere, resta tutto da vedere…

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