Firouzi, ricercatore dell’Università di Padova, cresciuto a Teheran: «Le armi non danno libertà e giustizia

Il ricercatore al Bo Omid Firouzi: «Ciò che calpesta il diritto internazionale non è un modello di mondo né qui, né da nessun’altra parte. Se gli iraniani possono cogliere l’occasione? Nella cornice di un conflitto occorre fare i conti con potenze più forti»

Sabrina Tomè
Omid Firouzi
Omid Firouzi

Omid Firouzi Tabar, nato e cresciuto a Teheran, è oggi ricercatore precario in Sociologia delle migrazioni all’Università di Padova e collabora con il master in Criminologia critica al dipartimento Fisspa del Bo. Doveva partire per l’Iran in questi giorni.

Firouzi, che momenti sono?

«Sul piano emotivo è molto duro e difficile. Le notizie sono poche: internet è quasi completamente bloccato. Non abbiamo modo di sapere cosa succede nelle nostre case, nei nostri quartieri se non guardando i tg. C’è una grave preoccupazione: a Teheran ci sono stati bombardamenti a tappeto, estesi a tutta la città da nord a sud. Non c’è quartiere che non sia stato colpito. Proviamo l’angoscia di trovarci di fronte a una vera e propria guerra, non ad azioni chirurgiche».

La sua famiglia è lì?

«Ho molti parenti e amici in Iran, io ci vado due volte l’anno. Oltre alla preoccupazione per le persone care e per la distruzione in corso, c’è la rabbia di non poter andarci, di essere bloccato altrove. Certo, sono un privilegiato perché non sono sotto le bombe, ma condivido l’angoscia di un Paese che ha già avuto la guerra di 12 giorni lo scorso giugno e prima la guerra con l’Iraq durata 8 anni. E che ho vissuto anch’io».

Pensava non sarebbe mai più successo?

«Gli iraniani stanno rivivendo quel terrore che già conoscevano e che pensavano di aver messo da parte per sempre. La paura per il rumore delle bombe e degli allarmi, la luce e l’acqua e il gas che mancano... insomma la vita sospesa in attesa dell’impatto. Il problema è che siamo assuefatti alla guerra, pensiamo che sia una cosa come un’altra. Non lo è».

Dal punto di vista politico che lettura dà a quanto sta succedendo?

«Pur essendo un attivista, non ho una grande lucidità di ragionamento perché tutto si svolge in maniera talmente rapida nel mondo di oggi che rende difficile costruire un pensiero. Comunque: sono sempre stato convinto che la lotta per i diritti, per la libertà e per l’autodeterminazione debba essere costruita nei modi migliori dalle persone stesse».

Qui invece c’è l’intervento esterno.

«Trovo vomitevole e in malafede pensare che la libertà di un popolo possa essere portata attraverso strumenti di morte e di distruzione, attraverso la guerra. E trovo aberrante pensare che la liberazione, l’indipendenza e la giustizia vengano portate per mano di due Stati che hanno appena commesso un genocidio massacrando decine di migliaia di uomini, donne e bambini. Non è una posizione ideologica la mia, ma un dato che non si può contestare. Non ripongo fiducia nell’esportazione della giustizia, libertà e democrazia da parte di chi ha quasi raso al suolo un Paese. E mi sento ancora meno tranquillo quando a esportare la democrazia con le bombe è un presidente i cui agenti speciali giustiziano le persone in strada. Un modello di mondo basato sul calpestare il diritto internazionale non è un buon modello, né qui né in nessuna altra parte».

Molti suoi connazionali hanno festeggiato.

«È con rammarico che vedo festeggiare la guerra, farlo significa festeggiare la distruzione e la morte. E c’è ancora chi vede come prospettiva emancipatoria il ritorno della monarchia in Iran, un Paese pieno di vivacità e contraddizioni».

Non pensa che il popolo iraniano possa cogliere questa occasione, seppur alimentata dalla tragedia della guerra, per riappropriarsi del proprio destino e svoltare?

«Il popolo iraniano, ma tutti i popoli, sanno in tutte le situazioni quello che c’è da fare; hanno sempre avuto la capacità di decidere la cosa migliore nel contesto in cui si trovano.

Ma nella cornice della guerra, anche se parliamo della forza di un popolo e della sua capacità di autodeterminarsi, occorre fare i conti con potenze più forti a cui interessano le risorse iraniane, la posizione strategica, non certo i diritti. E comunque sì, mi auguro che anche in questo caso il popolo iraniano possa reagire». 

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