Leila Karami Nogurani, docente dell’Università di Venezia: «L’Iran è diviso, temo la repressione dei civili»
La docente Leila Karami Nogurani:«È morto Khamenei ma non è caduto il regime. Per molti, la libertà. Ma anche una breccia per lacerare il tessuto civile

«Ragazze studiate. Formatevi una coscienza sociale. Difendetevi con la cultura: il rischio di una guerra civile è già nell’aria». Per la docente iraniana Leila Karami Nogurani, esperta di lingua persiana, autrice e traduttrice dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, la morte di Ali Khamenei segna solo l’inizio di ore decisive per il paese del Medio oriente. «Non basta il coraggio, mai esausto dei civili, né l’euforia della generazione Z, esplosa per le strade di Teheran. Per salvare un Iran tumefatto dai lividi, serve un progetto dal basso».
Professoressa, con chi è in contatto a Teheran?
«Con mia madre e mio fratello. Non torno a casa dal 2022. Ci parliamo ogni giorno, ma le telefonate possono essere controllate. Non so in quale che misura, ma per questo si dice poco».
Com’è vissuta, lì, l’azione militare di Stati Uniti e Israele?
«Il Paese è diviso. È morto Ali Khamenei ma non è caduto il suo regime. Quello che sta succedendo ora riguarda principalmente la disfatta della guida suprema dell’Iran: per molti una boccata d’aria, uno spazio di libertà possibile; ma anche una breccia utile per chi ha interesse a lacerare il tessuto sociale e reprimere la popolazione».
Quale rischio è il più imminente?
«Quello di una guerra intestina. A giudicare dai video che circolano, la preoccupazione per il futuro non è nell’orizzonte degli abitanti. I raid, al momento, sono alle basi militari. Ma ciò non significa che la rete dei gruppi paramilitari di Khamenei, i basiji, e i guardiani della rivoluzione iraniana, i Pasdaran, non siano pronti a tutto in caso di manifestazioni. Chi esulta è guardato come infedele da questi uomini vicini al governo iraniano. Forze, insisto, dure a morire, organizzate capillarmente nel territorio, armate».
Quanto e come può incidere l’Europa?
«In questa fase, molto poco. Com’era prevedibile, la situazione è degenerata dopo la risposta dell’Iran a Stati Uniti e Israele. L’opinione pubblica può fare pressione sui governi affinché tentino di fermare l’America di Trump, che tutto sembra fuorché in cerca di consensi. Il problema, a mio parere, è che gli Stati Uniti non otterranno i risultati sperati, mentre l’Iran estenderà geograficamente il conflitto e lo protrarrà nel tempo. Una guerra di logoramento da cui mi chiedo, alla resa dei conti, come uscirà il popolo».
Ha fiducia nei movimenti femminili e giovanili iraniani?
«Sono decisi ma disorganizzati. Prendiamo la generazione Z. Esausta del controllo, di non avere una vita economicamente migliore, del velo. Sa molto bene quello che non vuole, ma non è strutturata in modo uniforme».
Qual è il limite?
«Di non fare tutta la differenza. Pensiamo alla stagione incredibile fiorita tra il 1997 e il 2006, e qui ho in mente soprattutto le donne iraniane. Preparatissime sugli studi di genere e sociali che a cavallo degli anni Duemila si affacciavano come materie laiche negli atenei. Oggi sono classificati come religiosi e meno accessibili. C’è meno confronto. Non manca l’energia ma l’architettura. Resta il coraggio di una popolazione fortissima, che non ha smesso di scendere in piazza né di organizzare i funerali dei civili uccisi dalla repressione».
Che appello lancerebbe, oggi, alle donne in Medio Oriente e non?
«Leggete, informatevi. Siate consapevoli, capaci di ascoltare, analizzare e dialogare. Anche timidi passi cambiano il mondo».
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