Paolo Gentiloni: «Seguendo Trump l’Italia diventerà la retroguardia Ue»

L’ex commissario europeo: «Meloni non sta registrando la gravità del momento. La crescita del Paese è sotto la media dell’Unione, il rigore sui conti non basta»

Carlo BertiniCarlo Bertini
Paolo Gentiloni
Paolo Gentiloni

«Noi rischiamo di essere la retroguardia dell’Europa predicando l’importanza di non scontentare Trump. La nostra presidente del consiglio sembra non registrare la gravità della situazione e questo è un problema per l’Italia». Se c’è un pericolo che impensierisce un ex premier come Paolo Gentiloni, già commissario Ue all’Economia, è quello di veder indebolire la posizione del nostro paese in una fase cruciale per una nuova coesione europea.

L’Europa sulla Groenlandia si è opposta a Trump, ha risposto sui dazi minacciando il bazooka, ha varato bond europei sull’Ucraina. C’è una svolta dopo anni di abulia, tale da far arretrare il presidente Usa?

«C’è sicuramente una reazione alla situazione nuova nei rapporti transatlantici creata da Trump. Difesa, commercio, dazi sono importanti e sarebbe un errore sottovalutarli, come ha fatto il segretario al Tesoro americano, Bessent, che nei giorni in cui Trump diceva che voleva disporre della proprietà totale della Groenlandia, ha dichiarato che l’Europa avrebbe reagito con uno dei suoi famosi gruppi di lavoro. Invece è successo l’opposto. E la reazione europea e quella dei mercati americani hanno indotto Trump a fare marcia indietro».

Alla rinascita dell’Europa conviene di più un Trump spacca tutto o indebolito di qui alle elezioni di mid term in Usa?

«Non c’è dubbio che questi segnali di risveglio europei dipendono dalla radicalità delle scelte di Trump e dall’invasione russa dell’Ucraina. Ormai si è diffusa la consapevolezza che il risveglio è necessario: perché se stiamo a Trump-Putin, sia la linea di disimpegno di Trump, sia quella di aggressione di Putin, possono avere alti e bassi, ma ormai sono strategie permanenti».

Un’inchiesta del New York Times svela come i repubblicani siano divisi e preoccupati per le scorribande dell’Ice e i disordini nel paese. Trump può perdere la maggioranza al congresso nel voto di novembre o è solo un desiderio dei progressisti europei?

«Ci sono chiari segnali di difficoltà sul piano dei rapporti transatlantici, delle strategie commerciali e sul piano interno, misurati dai sondaggi secondo i quali Trump dopo un anno è il presidente meno popolare dai tempi di Jimmy Carter, mezzo secolo fa. Tutto ciò fa ritenere agli analisti possibile una sua sconfitta nella Camera dei rappresentanti a novembre. Tuttavia non va sottovalutata la radicalità dell’approccio di Trump, anche se sono evidenti i segnali di debolezza».

Lo choc che ha impresso al mondo intero scardinando gli equilibri può spaventare le classi di potere e i popoli occidentali, sgonfiando il vento a favore delle destre in Europa?

«Certamente l’attesa del ripetersi di quell’onda che dagli Usa si trasferisce in Europa seguita alla vittoria di Trump, come accadde a destra per Reagan e a sinistra per Clinton, non si è verificata. Anzi nelle ultime settimane, buona parte delle destre forti nei paesi europei hanno preso chiaramente le distanze dal tycoon: come l’inglese Farage malgrado Trump e Musk avessero fatto campagna per lui contro il governo inglese. Le destre estreme non vanno sottovalutate ma paradossalmente sono messe in difficoltà. E il motivo è semplice: l’accentuazione nazionalista del movimento Maga mette in difficoltà i nazionalismi tedesco, inglese, francese e italiano».

Ma come può essere costruita un’Europa più coesa con cessioni di sovranità di paesi governati o condizionati da partiti sovranisti?

«Per fortuna l’estrema destra nazionalista non è dominante tra i governi europei ma certo la marcia verso un’Europa più sovrana nei campi della difesa, commerciale, economico, finanziario è ostacolata dal prevalere di interessi nazionali. Una realtà nota, ma il fatto nuovo è che per la prima volta una sorta di assedio che viene da Putin e da Trump ha indotto a fare dei passi giusti e questa è la novità vera. I segnali degli ultimi mesi vanno nella direzione di un’Europa più sovrana. Sarà il sostegno all’Ucraina e l’impegno per raggiungere una pace giusta a farci capire se questi segnali sono una vera svolta».

E Meloni come si sta ponendo in questo scenario del tutto nuovo?

«Vedo un tentativo di non registrare le novità, la gravità della nuova realtà. Il primo ministro canadese va a Davos a dire che l’occidente ha subito una rottura, che ne va preso atto e che la nostalgia non è una strategia, mentre la prima ministra italiana non va a Davos e ripete ancora che l’obiettivo è tenere unito l’occidente e gli Usa. Questa linea, che un anno fa poteva apparire un vantaggio competitivo per l’Italia, è sempre più difficile da sostenere, perché è ovvio che qualcosa si è rotto. E quindi essere dentro la dinamica europea ma sempre in modo riluttante - come sull’Ucraina, come per la risposta a Trump sui militari in Afghanistan o alimentando le illusioni sul Nobel della pace a Trump - non produce alcun vantaggio per l’Italia. Noi rischiamo di fare la retroguardia dell’Europa predicando l’importanza di non scontentare Trump mentre un soggetto come Steve Bannon si permette di insultare Meloni. Una condizione di imbarazzo».

Che però le nostre opposizioni non sfruttano, divise come sono, o no?

«Le opposizioni in questo momento hanno un’opportunità che sarebbe saggio utilizzare, che deriva dal fatto che l’affinità ideologica tra la presidente del consiglio e Trump, che era stata presentata come un vantaggio, si sta rivelando un problema. E quindi se decidessero di essere chiari e coerenti avrebbero un grosso spazio di azione su questo tema».

Sull’economia, la narrazione del governo enfatizza lo spread al minimo, i conti a posto la promozione delle agenzie di rating, ma le promesse non mantenute su pensioni, tasse, possono essere indebolire un centrodestra sempre forte nei sondaggi?

«Non c’è dubbio che politiche di serietà sui conti pubblici sono state un merito di questo governo. Detto questo, oggi il problema che abbiamo in Italia è che dopo un periodo 2021-2024 in cui l’Italia è cresciuta più della media europea, ormai cresce la metà della media, lo 0,7 contro l’1,5% nel 2026. La serietà dei conti pubblici non è sufficiente, manca una strategia di rilancio della crescita e l’economia non può affidarsi solo alla speranza di una ripresa della Germania». 

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