Vannacci alla resa dei conti con Salvini: scontro sull’iniziativa con Casapound
Clima rovente alla Camera e tensioni nel Carroccio: oggi il faccia a faccia tra Matteo Salvini e Roberto Vannacci potrebbe decidere il futuro della Lega e gli equilibri del centrodestra

La resa dei conti tra Matteo Salvini e Roberto Vannacci sarebbe fissata per oggi. Salvo sorprese, perché il clima infuocato alla Camera potrebbe consigliare un rinvio: i commessi sono pre-allertati per sedare scontri fisici tra parlamentari di sinistra e neo-fascisti di Casapound e Forza Nuova, invitati in sala stampa da Domenico Furgiuele vicino a Vannacci per una proposta di legge sulla “remigrazione”. Ma la sinistra vuole difendere la memoria dei padri costituenti e dei caduti per mano dei fascisti e non intende farli parlare.
Lo scontro tra le due linee
In mezzo a questo incendio, che il presidente della Camera ha provato a prevenire bollando la conferenza come “inopportuna”, Matteo Salvini e il generale al centro della scena dovrebbero vedersi per il loro incontro “franco e leale”. Una resa dei conti su questa difficile convivenza nel Carroccio.
Plasticamente rappresentata dal corto circuito provocato alla Camera dal deputato “vannacciano”; dal lancio del nuovo simbolo dell’autore del Mondo al Contrario; e dal convegno di Roccaraso della Lega, con ospite d’onore il suo primo antagonista, Luca Zaia e la paladina dei diritti Lgbtq+ Francesca Pascale. E ancor meglio esposta dall’uscita del governatore lombardo Attilio Fontana: «Vannacci nella Lega è un’anomalia».
Ma la risposta irridente del generale, «nei metalli le anomalie migliorano la meccanica», non pare la dichiarazione di uno che vuole andarsene di sua sponte. «Io non ho mai parlato né parlo di dimissioni dalla Lega», confida infatti Vannacci ad un suo interlocutore. Che queste due linee opposte possano coabitare di qui alle Politiche è però tutto da vedere.
La moral suasion di Fontana
Certo la tensione è altissima: nel dietro-palco a Roccaraso, il presidente della Camera Lorenzo Fontana, aveva già provato a dissuadere Furgiuele dal confermare questa scomoda ospitata a Montecitorio che inquinerà il clima nelle istituzioni, ma la sua moral suasion appunto non ha sortito effetti. A riprova che Vannacci è a suo agio in un campo minato e non si cura delle conseguenze per la maggioranza di governo.
E se anche il Capitano frena - «Vannacci non è un problema per la Lega, da sempre coesistono sensibilità diverse, ci vediamo e chiariamo tutto»- ai piani alti del Carroccio e di FdI, a microfoni spenti, molti concordano che quando le cose arrivano a questo punto, un divorzio sia inevitabile.
«Quando depositi un simbolo, quando qualche parlamentare ti viene dietro e quando hai pure più di un elemento sul territorio che ti segue, alla fine l’epilogo è quello», spiega uno dei più informati analisti filo-governativi di stanza alla Camera. Peccato che questo epilogo non sembra facile in uno scenario di “stallo alla messicana”, in cui le star non sono due, ma tre: la terza è la premier, che non avrebbe nulla da guadagnare da un’implosione del Carroccio.
Primo perché Vannacci potrebbe lucrare posizioni e logorare di più la maggioranza alzando l’asticella dove la premier non arriva: ne ha dato prova in un’intervista a questo giornale dove ha elencato tutto ciò che non ha fatto Meloni su migranti, economia, tasse. E poi perché Meloni e i suoi ministri non avrebbero alcuna intenzione, a sentire le voci dentro FdI - nel caso Vannacci desse vita ad una sua lista – di farlo entrare in un prossimo esecutivo di centrodestra. Il tam tam è «se lui esce dalla Lega non potrà entrare in un futuro governo, tantomeno da ministro: è troppo estremo nelle sue posizioni e poco controllabile».
Ovvero, è una testa calda ingestibile. E se questo è lo scenario, da dove lo si osserva si configura come un “lose-lose”, tutto in perdita per i due leader di destra: già alle prese con guai seri come la tragedia di Niscemi e i fondi da recuperare per non perdere voti in Sicilia. Pertanto in un modo o nell’altro, lo stallo andrà sbloccato. E tutti scommettono in un divorzio appunto.
Niente poltrona da Ministro
Ma al chiarimento tra i due si arriva con questa fotografia: Salvini ha tirato il generale a forza dentro la Lega e ora fatica a tirarlo fuori, perché la sua leadership ne uscirebbe ammaccata. Farebbe la figura di un segretario che piega la testa di fronte al pressing dei governatori del nord come Luca Zaia, Massimiliano Fedriga, Fontana.
E sposterebbe l’asse del Carroccio indietro alle origini autonomiste e nordiste, sconfessando di fatto la sua Lega nazionale e sovranista. Vannacci aspetta di farsi buttare fuori, per avere un alibi giustificabile per uscire da un partito che gli ha dato i galloni da eurodeputato. Last but not least, c’è Giorgia Meloni: di fronte ad una scelta squisitamente politica, da cui potrebbero dipendere le sorti della contesa elettorale tra un anno dovrà prendere una decisione cruciale sul nuovo sistema elettorale: concedere o no a Vannacci e Calenda l’opportunità di una soglia di ingresso in Parlamento del 3 per cento per “i non coalizzati”. Se la concede a Calenda, lo tira fuori dal centrosinistra, ma aiuterebbe Vannacci a far entrare un pericoloso suo manipolo di eletti.
Infatti, se Salvini lo espellesse dalla Lega per colpevole individualismo, la sua lista Futuro Nazionale potrebbe raccattare un paio di punti percentuali dai militanti più di destra ed ex fascisti delusi dalla moderazione di FdI; e un altro paio di punti li potrebbe sottrarre a Salvini stesso, determinando per giunta il rischio di una vittoria di un “campo largo” avversario ad oggi inesistente nei fatti, nella leadership e nel programma comune. I territori per ora tacciono: ieri il direttivo della Liga veneta non ha toccato il nodo Vannacci, legato a un pacchetto di nomine che comprendono quella di un sottosegretario e di un vicesegretario al posto di Stefani. La palla è tutta in mano a Salvini. —
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