Forza Italia, nel derby Occhiuto-Cirio si fa largo il nome di Massimo Doris

Le grandi manovre: il 23, 24 e 25 gennaio tre convegni a Roma, Napoli e Milano

Carlo BertiniCarlo Bertini
Massimo Antonio Doris
Massimo Antonio Doris

«Se Pier Silvio scendesse in campo, si libererebbe un posto da amministratore delegato a Mediaset, due posti da presidente in Rti e Medusa Film, ci sarebbero almeno quattro o cinque posti in parlamento da occupare… Non deve stupire che siano in molti a spingerlo a sciogliere gli ormeggi».

Basta farsi un giro in Transatlantico alla Camera per cogliere veleni di questo tenore, che la dicono lunga sul clima nel secondo partito del centrodestra, ad un anno da elezioni che saranno precedute da un congresso vero. Per la prima volta, Forza Italia metterà in palio lo scranno del leader, contendibile seguendo regole, guarda un po’, democratiche e non padronali. Una rivoluzione.

Tre convegni a Roma

Per arruolare più adepti, il 23, 24 e 25 gennaio Tajani darà fuoco alle polveri in tre convegni a Roma, Napoli e Milano, nei giorni che ogni anno celebrano la discesa in campo di Silvio Berlusconi, con un ospite d’onore accanto a lui sul palco meneghino: Carlo Calenda, per una photo-opportunity con una preda molto ambita da chi sa che il suo 3 per cento di voti potrebbe fare la differenza alle politiche.

Dopo i fuochi d’artificio lanciati in orbita dai figli di Berlusconi, il rodeo è dunque cominciato e ognuno affila le sue armi e pare sia tornato a dare le carte un personaggio cult come Gianni Letta.

E c’è anche un cognome della Padova-bene, quello dei Doris, figli del patron Ennio capostipite di Banca Mediolanum, che spunta nella partita appena cominciata per la leadership degli azzurri.

Nel derby tra due aspiranti al trono, il calabrese Roberto Occhiuto e il piemontese Alberto Cirio, si fa strada infatti anche un’ipotesi più suggestiva, caldeggiata dal Nord produttivo, da mondi in sintonia con la cultura imprenditoriale che ispirava il Fondatore, investitori, manager e non solo, di area lombardo-veneta. Che non vedrebbero male sulla tolda di comando del partito liberal-moderato 5.0, un vero outsider come Massimo Antonio Doris (o sua sorella Annalisa).

L’outsider

Il nome di un banchiere padovano con il pallino degli affari come il padre Ennio (che di Berlusconi fu uno dei più cari amici) con un pedigree gradito a chi fa impresa e papabile ad un elettorato moderato, plana dalle nebbie del nord fino a piazza in Lucina nella capitale, sede del partito, dove il segretario e ministro degli Esteri, ha la sua war room.

Pronto, da volpone navigato quale è, ad affrontare i prossimi mesi in trincea, circondato da una guarnigione di carrarmati pronti a colpire. Dopo aver disseminato il percorso dei suoi concorrenti di trappole, corde tese per farli inciampare ed ogni diavoleria possibile.

Tanto per dirne due, punta sul volto giovane della triestina Lavinia Pieri, da luglio portavoce dei giovani di Forza Italia ed ha nominato Giorgio Mulè, vicino alla famiglia Berlusconi, coordinatore della campagna per il Sì al referendum sulla giustizia. Più prosaicamente, tanto per dirne un’altra, ha fissato il prezzo delle tessere a 10 euro, sconto da black Friday utile a moltiplicarle come i pani e i pesci, tanto da compiere un miracolo salvifico per la sua poltrona: 250 mila iscritti a fine 2025, dopo l’emorragia seguita alla dipartita di Silvio, blindano la sua carica meglio di qualunque altra arma. Specie se dietro ogni tessera ci sono capistazione fidelizzati, piazzati in ogni snodo regionale, il cui futuro (anche economico) dipende da chi li ha messi in pista, ovvero da lui.

I due leoni

In questa stradone irto di buche camminano i due giovani leoni (che poi così giovani non sono, Occhiuto ha 56 anni, Cirio 54) scambiandosi ruggiti, neanche troppo in sordina. All’ultima uscita polemica su Panorama, “vorrei un partito più aperto, aria fresca, nuove energie”, del governatore della Calabria (che avrebbe confidato agli amici di non mirare al posto di Tajani ma di voler smuovere le acque), Cirio risponde caricando le ogive, cioé le tessere.

Sapendo che Tajani ha fatto venire l’acquolina in bocca ai caporioni locali, Cirio è riuscito a intestarsi il raddoppio di iscritti in Piemonte, 10 mila, cifra lontana dal boom di 50 mila della Sicilia e dai numeri del Lazio, ma comunque più che dignitosa per farsi avanti.

Per carità, anche Cirio è considerato vicino a Tajani, (che lo ha consultato in questi giorni, così come ha tastato il polso alla Moratti in Lombardia). Ma non si sottrae alla competizione, sapendo che al nord pochi gradirebbero un conducator con l’accento meridionale.

Ed è qui che si incunea l’ipotesi Doris: visto che Cirio ha un freno pesante che stride e rallenta la sua corsa - un mandato da governatore da onorare, rinnovato nel giugno 2024, così come Occhiuto è stato rieletto a fine 2025 – uno come Doris avrebbe le mani più libere.

Si infiamma dunque con lo spuntare di altre candidature (virtuali) la partita per il “rinnovamento” invocato dai Berlusconi, che con la loro fidejussione di 90 milioni di euro, sono i padroni di Forza Italia e la controllano a distanza.

Le contromisure di Tajani

Ma tra le varie contromisure messe in campo da Tajani, che potrebbero risultare inutili come i cavalli di frisia disseminati sulla linea Maginot dai francesi contro i tedeschi, c’è l’elezione dei segretari regionali, non più nominati, in veri congressi regionali. Altra miccia per far esplodere il tesseramento, perché i congressi che si terranno di qui ai prossimi mesi saranno vinti in ogni regione da quelli che avranno più tessere al loro arco per ottenere un consenso popolare “spintaneo” più che spontaneo. In ogni modo, il segretario è consapevole che dal modo in cui sarà gestita questa fase dipenderà un vero rilancio del partito o un suo affossamento nelle sabbie mobili delle polemiche, un rischio-contagio del virus che da sempre affligge il Pd, di cui pochi sembrano tenere conto.

 

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