Serracchiani indica la strada: «Il referendum una base per costruire l’alternativa, più sanità pubblica e meno totem inutili»

La deputata del Partito democratico: «Non abbiamo paura delle primarie, da Meloni azioni scomposte: il voto ha accelerato criticità preesistenti»

Marco Ballico
Debora Serracchiani, deputata per il Partito democratico
Debora Serracchiani, deputata per il Partito democratico

La ritrovata fiducia in un campo largo coeso e competitivo, ma anche l’avvertimento a non perdere il patrimonio conquistato con il voto referendario. «Evitiamo discussioni sterili: dobbiamo essere davvero alternativi al centrodestra, non una copia sbiadita», dice la deputata del Pd Debora Serracchiani anticipando il percorso verso un 2027 che, tra Trieste, Gorizia e, chissà, pure Regione, consegna al centrosinistra l’occasione della rivincita dopo anni di batoste alle urne.

Meloni è volata nel Golfo. Una strategia per recuperare centralità?

«A me pare che dopo il referendum la premier abbia messo in campo azioni alquanto scomposte. Credo che quel voto sia stato un acceleratore di criticità preesistenti. Penso al suo eccessivo appiattimento su Trump, alla mancanza di una posizione chiara in Europa, a quella formula ambigua del "non condanno né condivido" che ha finito per indebolire la credibilità italiana. Oggi tenta di recuperare, cercando di distrarre l’opinione pubblica dai problemi interni, economia in testa».

Si riferisce al costo della vita?

«Tra carburanti, spesa e inflazione, siamo davanti a una situazione difficile. E invece di affrontarla, il governo continua a parlare di legge elettorale, dimostrando la sua distanza dalla realtà».

Sulle regole del gioco che posizione avrete?

«Non è una priorità e nasce da una forzatura, come la riforma costituzionale. I problemi veri sono altri: dobbiamo chiudere la procedura d'infrazione per il debito elevato, gestire una pressione fiscale che è la più alta dal 2014, affrontare il nodo energia. Abbiamo perso quasi quattro anni senza decisioni rilevanti sulle bollette. La legge elettorale serve a risolvere i problemi dei capi partito, non quelli degli italiani».

Si aspetta che la Lega inserisca il tema del terzo mandato nelle Regioni?

«Non lo so, ma non è nemmeno questa una priorità. Neanche per il Friuli Venezia Giulia, dove invece restano irrisolti nodi cruciali: sanità, infrastrutture, strategia internazionale. Stiamo perdendo centralità anche rispetto ai Balcani e non si stanno affrontando le difficoltà delle imprese o di asset fondamentali come il porto di Trieste, su cui c’è un immobilismo della destra, interrotto solo da divisioni e lottizzazioni politiche».

Lei avviò l’era D’Agostino e portò Consalvo all’aeroporto. Che idea ha del nuovo corso?

«Quando manca una strategia, si rincorrono le competenze. È positivo che si punti su figure capaci, ma restano ritardi gravi: 500 giorni senza presidente sono un’enormità e la gestione della nomina del segretario generale è stata indecorosa. Ora arriva una persona competente».

Uno sguardo più generale all’operato della giunta?

«Noi abbiamo iniziato il mandato trovando i soldi per la terza corsia e iniziando i lavori, abbiamo lasciato il porto di Trieste in straordinaria crescita, l’aeroporto di Ronchi in pieno rilancio, un piano per la ferrovia. Fedriga chiuderà dieci anni di risorse ingenti, ma la terza corsia è da finire, la velocizzazione della Venezia Trieste e il nodo di Udine una chimera e la sanità territoriale è peggiorata».

Le tensioni con il M5S sulle primarie hanno rovinato il clima post-referendum a centrosinistra?

«Il referendum ha dimostrato che esiste una platea più ampia del cosiddetto campo largo. È un punto di partenza importante: abbiamo riannodato fili e ora dobbiamo costruire un’alternativa credibile. Prima viene il programma, poi la leadership. Non abbiamo paura delle primarie, che abbiamo inventato».

Un programma fondato su che pilastri?

«Più sanità pubblica, più infrastrutture e meno totem inutili come l’ovovia a Trieste, più attenzione alle famiglie e alle nostre imprese».

Ma servono i candidati. Li avete?

«Abbiamo una leadership forte con Elly Schlein, che, oltre alle primarie, ha vinto importanti amministrative, ottenuto un risultato straordinario alle europee ed è stata protagonista nella campagna per il referendum».

Il senatore Patuanelli dei 5 Stelle dice che sul territorio spetta a voi indicare i nomi. Siete pronti?

«In questi anni abbiamo lavorato bene con la coalizione su molti temi già parte del programma. Siamo in grado di esprimere leadership o di accompagnare il percorso per sceglierle».

Ma lei dei nomi in testa li ha?

«Non spetta a me averli. Io posso solo aiutare. C’è una segretaria regionale che sta rappresentando bene il partito e che, insieme a tutta la comunità democratica, saprà scegliere le figure migliori».

In Regione ci sono risorse mai viste prima. Come si batte un avversario che ha avuto così tanto budget da distribuire?

«Noi gestivamo assestamenti da 80 milioni, oggi si supera il miliardo e duecento milioni. Ma quei soldi avrebbero dovuto essere utilizzati per una sanità territoriale di qualità e per trattenere i giovani che invece continuano ad andarsene. Se hai le risorse ma non crei occupazione di qualità, hai fallito».

Ancora Patuanelli propone di tornare alle 5-6 Aziende sanitarie. È d'accordo?

«Il problema non sono i contenitori, sono i contenuti. Si cerca il personale all’estero, mancano i medici di famiglia, si sono costruiti i muri delle Case di Comunità ma dentro sono ancora vuote. Serve capacità manageriale, non solo cambiare le etichette sulle porte».

Come ha vissuto il ritorno delle Province che lei abolì?

«Altra questione di contenitori. Hanno fatto una riforma che non ha nemmeno il coraggio di chiamarle Province, né spiega come verranno pagate o che funzioni avranno. Ho l'impressione che garantiscano solo qualche poltrona. Intendiamoci: un ente intermedio serve per la pianificazione territoriale o i trasporti, ma farlo senza soldi e senza funzioni, solo per avere l’elezione diretta, è un’operazione a vuoto».

Se il partito lo ritenesse opportuno, sarebbe disponibile a ricandidarsi come presidente della Regione?

«Il partito sta lavorando bene. Al referendum, nei quattro capoluoghi, ha vinto il No. È una spinta fondamentale. Non è una questione di nomi, ma di una comunità politica che sta tornando a essere alternativa. Esprimeremo i migliori».

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