Confindustria vede nero: «Se la guerra continua sarà recessione»
Le stime dell’Ufficio studi: «Crisi energetica mai vista, il Pil rischia di perdere 0,7 punti, con l’inflazione al 6 per cento»

Teniamoci forte. «Rischiamo una crisi energetica come mai l’abbiamo avuta nella storia», avverte Confindustria. Può essere più profonda del 1973 - l’anno delle domeniche a piedi, per chi se lo ricorda. La stima dell’Ufficio Studi di viale dell’Astronomia è che il prolungarsi sino a fine anno della guerra scatenata in Iran da Israele e Usa porterebbe il Pil italiano a calare di 0,7 punti percentuali nel 2026 e l’inflazione a volare a un passo dal 6 per cento. Se, invece, il conflitto dovesse durare “solo” sino a mezza estate, il risultato sarebbe una stagnazione complicata da un’accelerazione dei prezzi superiore al 4 per cento. Comunque vada, galoppiamo verso un contesto di consumi, investimenti e attività più deboli. Sono dinamiche complesse che, in un Paese dove i salari reali flettono, il lavoro non è abbastanza solido e i giovani fanno fatica a credere nell’avvenire, non consentono rinvii o distrazioni. «Occorre essere pronti – dice il presidente degli industriali, Emanuele Orsini -. Il pessimismo non serve: dobbiamo prepararci alla realtà».

La parola del momento è, nuovamente, “incertezza”. Lo era già prima dei conflitti in Medio Oriente che hanno strozzato la circolazione del greggio e portato il petrolio nella zona dei 100 dollari a barile, per ora. Poi ci si è messo di mezzo Donald Trump con la sua spesso incoerente politica protezionistica che ha generato ansie e tensioni, anche se al momento ha fatto meno danni del previsto.
I flussi commerciali si sono riorientati; l’export europeo e asiatico hanno tenuto nella ricomposizione del traffico globale fra i blocchi. Le vendite europee sono aumentate nonostante tutto; l’Italia ha messo persino a segno un incremento per beni e servizi di un punto e mezzo. Procedevamo sotto la media europea, eppure il 2025 si è dimostrato “meglio del previsto”: i tassi erano in discesa, mentre il deficit si ancorava al 3 per cento del Pil, riducendo in modo significativo l’onore di gestione del terzo debito del Pianeta in proporzione della ricchezza creata.

Adesso è tutto in forse. Il futuro di breve termine dipende dalle eccentricità del presidente americano e dalla durata delle sue offensive, economiche e militari. Soprattutto, dai riflessi di queste maledizioni sul costo dell’oro nero e del gas. «Le guerre si combattono per l’energia», ammette Orsini, ed è con l’energia che le paghiamo tutti.
La cura può essere una reazione che vada oltre gli interventi tampone e agisca sulla struttura del nostro sistema. «La quarta settimana di conflitto se n’è andata», nota il presidente degli industriali. Come dire che, superato lo scenario di neutralità elaborato dai suoi economisti, siamo già entrati nel dominio dei “motori fermi”. La crescita è “fragile”. Soffriamo di una «vulnerabilità che riflette l’elevata esposizione agli choc energetici e commerciali».

Le oltre 150 pagine del Rapporto di Previsione di Confindustria dipingono un quadro analitico delle potenzialità e carenze che sostengono e affliggono l’attività nella Penisola. Ci sono problemi di governo della congiuntura che hanno radici lontane. Tre, in particolare.
Il primo sta nei disperanti dati sui giovani, «una risorsa sempre più scarsa per l’economia italiana». Nel 2025 la loro incidenza sulla popolazione totale è stata del al 20,6% (15-34enni), in forte calo dal 25% nel 2005: nel 2070, stima l’Istat, scenderà al 18,6%. Rispetto ai coetanei europei, gli italiani sono meno: nel 2024 lavorava un ragazzo su cinque (19,7%), contro oltre uno su tre nella media dell’Eurozona e più della metà in Germania (51,2%). Chi non molla, fa fatica. Chi può, se ne va. In cinque anni, 190 mila giovani italiani hanno lasciato il Paese, per metà laureata.
Intanto il Paese invecchia e, dato il declino demografico, la quota di popolazione in età lavorativa è destinata a ridursi: perderemo 5 milioni di teste già nel 2040.
La seconda piaga è l’energia. Dipendiamo troppo dall’estero e dalle fonti tradizionali. Secondo Confindustria, il rincaro dei prezzi di petrolio e gas (insieme) è ipotizzato sino al 60 per cento (guerra di quattro mesi) e sino al 133 per cento (sino a dicembre). Gli imprenditori chiedono sostegni e nucleare, quindi un’azione europea che incida sugli acquisti, sulla rete e sul meccanismo comunitario delle quote Ets con cui si comprano e vendono i permessi di inquinamento. Al solito, serve più Italia in Europa e più Europa per l’Italia.
L’ultima strega sono i tassi. La Bce decide senza valutazioni politiche. Se l’inflazione dovesse infiammarsi in modo ritenuto non temporaneo, agirà sul costo del denaro (sino a due punti nella cornice peggiore), rincarando mutui e prestiti, nonché la spesa per gestire il debito pubblico, dunque togliendo margini di manovra al governo e frenando le imprese. Dramma vero. E allora? In cinese la parola "crisi" è composta da due caratteri: uno rappresenta il pericolo, l'altro l'opportunità. L’Italia, e l’Europa, dovrebbero aggiungerne un terzo. “Subito”. Per identificare la reazione di governi e imprese. Necessaria, ma al momento solamente immaginata.
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