Diamanti: «L’eccezione del Nord, perché è stato un voto politico»

Il presidente di Youtrend: «Sì avanti dove è forte il centrodestra. Meloni in parabola discendente ma alle Politiche può vincere»

Laura Berlinghieri
Un'antica mappa raffigurante il regno Lombardo-Veneto
Un'antica mappa raffigurante il regno Lombardo-Veneto

Giovanni Diamanti, presidente di Youtrend, in Italia ha vinto il “no”, con l’eccezione di quelle aree del Nord – il lombardo-veneto – che sono roccaforte della Lega. Sono i territori che, come ha detto Zaia, più degli altri chiedono le riforme o è un voto di appartenenza politica?

«È un voto di appartenenza politica, perché è stato un referendum politico. E le aree nelle quali ha vinto il “sì” sono quelle in cui prevale il centrodestra. Non a caso nelle città capoluogo, anime progressiste del Veneto, ha vinto il “no”».

Ed esiste invece una correlazione tra la vittoria del “sì” in alcune regioni e l’andamento economico o le criticità infrastrutturali in quegli stessi territori?

«Il malcontento della popolazione nasce proprio dalle questioni economiche. Un malcontento meno evidente qui».

Ma perché il centrodestra non riesce ad attecchire anche nelle città più popolose?

«Perché lì vivono persone più giovani, più istruite e dal reddito più elevato, con esigenze e comportamenti diversi da chi vive nelle periferie».

Quali?

«C’è maggiore attenzione ai temi progressisti».

L’affluenza alta, che ha premiato il centrosinistra, fa pensare che l’elettorato progressista in Italia esista ancora. Impone al corrispettivo politico un esame di coscienza, per non averlo saputo coinvolgere finora?

«Assolutamente. È tornata alle urne gente che non votava da tempo, e che non lo faceva perché privo di uno sbocco coerente coi propri progetti e idee. E ora ha trovato una proposta valoriale forte come quella legata alla carta costituzionale».

Significa che, se andassimo a elezioni domani, vincerebbe il centrosinistra?

«No, l’esito sarebbe un’incognita. Intanto, perché ancora non esiste una vera coalizione alternativa a quella di centrodestra. E poi è più facile raggruppare l’elettorato in un voto contro il governo, piuttosto che in una coalizione per le elezioni. L’elettorato del referendum andava oltre la somma dei singoli elettorati, anche perché il governo gode del consenso del 30-35% degli italiani, ma il restante 65% non ha un unico sbocco politico. E poi tra chi ha votato “no” c’è una quota di elettori di centrodestra».

Ma vale anche il contrario...

«È vero. E alcuni dirigenti di centrosinistra si sono espressi per il sì, mentre non è avvenuto il contrario. Ma, nonostante questo, la quota di elettori di centrosinistra che ha votato “sì” è inferiore a quella di centrodestra che ha votato “no”».

È comunque l’inizio della parabola discendente dell’era Meloni?

«È un’accelerazione importante di una parabola iniziata un paio di anni fa».

Forse, però, se il referendum si fosse celebrato mesi fa, l’esito sarebbe stato diverso: è stata una risposta anche ai timori per le guerre, al rapporto ambiguo con Trump...

«In realtà, il malcontento verso questo governo è più diffuso e radicato di quanto si racconti. E, da un anno a questa parte, il gradimento per l’esecutivo è stabilmente sotto il 35%».

Il primo impatto del voto?

«L’alterazione dell’aura di infallibilità di Meloni, costruita dalla premier stessa. Il centrodestra ha perso in modo netto, in un referendum politico, che ha registrato un’affluenza alta: sono elementi importanti».

Difficilmente un terreno fertile per ulteriori riforme...

«Difficile che, dopo una battuta d’arresto simile, il governo si assuma la responsabilità di andare ancora allo scontro frontale con l’opposizione».

Per il centrodestra è stato un errore politicizzare il voto?

«Sì, ma difficilmente avrebbe potuto fare altrimenti. Per non politicizzare una partita, non è sufficiente la volontà di uno, ma bisogna vedere come si comportano gli avversari».

Il risultato ottenuto al Nord rafforza la leadership locale rispetto ai vertici nazionali dei partiti?

«Il Nord ha confermato di avere un rapporto privilegiato con il centrodestra. E il centrodestra ha mantenuto al Nord un radicamento evidente».

La Lega ha tenuto un ruolo defilato, ma in Veneto quanto ha pesato il capitale politico degli amministratori?

«Non troppo, proprio per il basso profilo tenuto da tutti».

A Venezia il “no” ha vinto di dieci punti percentuali: anticipazione delle comunali?

«Sono due cose diverse. Ma, già alle regionali, il centrosinistra aveva prevalso a Venezia. E questo dice molto del clima di opinione in quella città». —

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