Vučić sfida di nuovo Bruxelles condannando le sanzioni a Mosca

BELGRADO Dopo le sofisticate armi anti-droni “made in Russia” sbarcate nella nazione balcanica da poco, un nuovo no alle sanzioni contro Mosca, malgrado le pressioni occidentali. Continuano ad arrivare messaggi controversi, da un Paese-chiave per la stabilità dei Balcani, la Serbia, da sempre Giano bifronte in politica estera, un occhio rivolto alla Ue, l’altro verso Mosca. E Belgrado, malgrado i rischi di far perdere le staffe a Bruxelles, non cambierà rotta, almeno per ora. Lo ha confermato il presidente serbo, Aleksandar Vučić, in un’intervista rilasciata all’agenzia russa Tass, piena di passi che faranno sicuramente discutere, nei corridoi del potere delle maggiori potenze europee.
«Due anni sono trascorsi» dall’inizio della guerra in Ucraina «e la piccola Serbia è l’unico paese europeo che non ha imposto alcuna sanzione» contro Mosca, ha esordito Vučić, suggerendo che la Russia avrebbe ancora «molto amici in tanti Paesi europei, ma tutti hanno deciso le sanzioni», a differenza di Belgrado. Belgrado che, malgrado la pressione crescente e addirittura «colossale» dell’Occidente, non ha intenzione di cambiare politica verso la Russia, perché «gli amici si vedono nel momento del bisogno». Impossibile prevedere il futuro, «ma la mia risposta sarà la stessa in futuro», ossia no alle sanzioni, «cercheremo di difendere la nostra posizione il più a lungo possibile», ha rincarato il leader serbo. «Ci siamo riusciti già per due anni, non so quanto a lungo ci riusciremo ma spero di farcela», ha poi messo le mani avanti Vučić.
Il no alle misure punitive contro Mosca è anche una questione di principio, non solo di interesse, leggi forniture energetiche. «Sappiamo come ci si sente quando vengono imposte sanzioni», - un richiamo al buio periodo di Milošević e alle sofferenze per la popolazione, non certo per il regime, - e «siamo una nazione amica, sarebbe ingiusto imporre sanzioni contro i russi», ha considerato Vučić.
Parole, quelle del leader di Belgrado, che dovrebbero far riflettere l’Europa che conta, soprattutto se associate a quelle pronunciate dallo stesso presidente poco prima dell’intervista alla Tass. Vučić aveva infatti ripreso il tema delle misure punitive, confermando che le pressioni su Belgrado stavano aumentando e «di non avere dubbi che la nostra posizione sarà sempre più difficile». Pressioni, oltre alla risoluzione dell’Europarlamento – che ha condannato le presunte irregolarità nel voto di dicembre – che starebbero avendo un effetto deleterio sull’opinione pubblica serba. Secondo Vučić, infatti, ci sarebbe stato un vero e proprio crollo del numero degli europeisti (-10%) nelle ultime settimane, con la percentuale dei favorevoli all’adesione alla Ue scesa al 24%, contro un 26% di contrari e un mare di indifferenti.
Come leggere le ultime aperture di Vučić verso Mosca? Il leader servo ha intuito che «l'Occidente sta mollando la presa sulla Serbia relativamente al dossier russo», perché a ben poco, se non dal punto vista simbolico, gioverebbe l’allineamento serbo contro Mosca, suggerisce il politologo Giorgio Fruscione (Ispi). E di Serbia e Balcani si riparlerà seriamente solo «dopo le elezioni europee e quelle Usa». Il leader serbo così capisce di avere campo libero «e ne approfitta». «Dal canto suo – chiosa Fruscione - l'Occidente sa che la sostanza dei rapporti tra Belgrado e Mosca non va oltre l'alleanza politica e che Belgrado ha una politica estera estremamente fluttuante. Se si guarda il commercio d'armi, la Russia non è il primo fornitore della Serbia, che a sua volta esporta un po' ovunque». Compresa l'Ucraina.
Riproduzione riservata © il Nord Est









