Sito Starlink incendiato in Bulgaria: l’ombra del sabotaggio russo

Il rogo denunciato dall’opposizione e poi confermato dal governo: episodio analogo in Polonia

Stefano Giantin
Il teleporto di Plana in Bulgaria nei cui pressi sono state date alle fiamme 11 antenne Starlink
Il teleporto di Plana in Bulgaria nei cui pressi sono state date alle fiamme 11 antenne Starlink

Prima la denuncia di membri di punta dell’opposizione, con tanto di video allegato a convalidare il quadro. Poi, in coda alle polemiche, anche il governo si espone, ammettendo che il caso è reale e molto delicato. E che un’indagine già in corso – in cooperazione con non meglio specificati partner stranieri – farà luce sulla questione. Si spera.

È lo scenario che riguarda la Bulgaria, limes estremo di Ue e Nato, dove potrebbe essere stata collocata la seconda tessera di un puzzle inquietante, che riguarda non solo la sicurezza nazionale interna, ma coinvolge anche l’Europa e gli Usa, Elon Musk, l’Ucraina. E forse pure la Russia.

Tessera che è stata disvelata da Ivaylo Mirchev, deputato dell’opposizione centrista a Sofia, che ha diffuso la notizia che «in un sito segreto vicino a Sofia» ben undici su 17 mega-antenne del sistema di comunicazione satellitare “Starlink” sono state date alle fiamme da almeno due ignoti, il volto coperto da passamontagna.

Secondo quanto sostenuto da Mirchev, l’operazione di sabotaggio – avvenuta in un luogo segreto, visto che non è dato sapere dove si trovino le antenne StarX nel Paese – non è stata resa pubblica «dal ministero degli Interni, non è apparsa sui media, da nessuna parte, come non fosse mai accaduta», ha stigmatizzato il politico bulgaro. Che ha suggerito pure una pista su cui indagare. «Solo pochi giorni fa, al Consiglio consultivo per la sicurezza nazionale, il capo del Dans», il controspionaggio di Sofia, «mi aveva assicurato che il suo organismo sta lavorando alacremente contro il sabotaggio di stampo russo, ma chiaramente non sta facendo bene», ha osservato Mirchev su Facebook.

Solo una boutade di un esponente dell’opposizione, a meno di dieci giorni dalle presidenziali, per mettere in difficoltà il governo? Non sembra. Dopo la bomba lanciata da Mirchev, infatti, l’ex presidente e oggi premier, Rumen Radev, ha ammesso che il caso è fondato. L’incidente, che sarebbe avvenuto nella notte tra il 9 e il 10 ottobre – pare nei pressi della stazione satellitare Teleport Plana, sui monti sopra Sofia – è confermato. E Radev ha dato risposta affermativa in Parlamento sull’esistenza di un’indagine sull’incendio, senza tuttavia fornire altri i dettagli. Il ministro degli Interni Ivan Demerdzhiev da parte sua ha promesso un rafforzamento delle misure di sicurezza a siti sensibili. E il capo del Dans Plamen Tonchev ha spiegato che la struttura Starlink era in fase di ampliamento e che una parte della recinzione era stata rimossa, facilitando forse l’accesso ai malintenzionati.

Nel frattempo, il sito bulgaro Faktor.bg ha riferito, citando proprie fonti nella Procura, che due giovani di 20 e 21 anni, entrambi con passaporto tedesco, sarebbero stati arrestati il 12 ottobre, forse perché sospettati dell’incendio. La notizia non ha tuttavia trovato conferma ufficiale. Caso, quello bulgaro, che presenta inquietanti analogie – la seconda tessera del puzzle – con l’incendio scoppiato a fine settembre in un’infrastruttura Starlink in Polonia, a Wola Krobowska. E Varsavia ha puntato subito l’indice accusatorio contro Mosca. Sofia, tuttavia, ha scelto la strada della cautela. Nel frattempo, altri incidenti sospetti, registrati sempre in Bulgaria, rimangono ancora senza soluzione, come le due misteriose esplosioni registrate in due depositi di munizioni, ad agosto e a settembre. E proprio la Bulgaria è stata nella Ue fra i Paesi in prima fila nel rifornire munizioni all’Ucraina.

 

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