La Slovenia restituisce i resti di 500 ustascia fucilati dai partigiani di Tito
Collaborazionisti e civili vennero catturati in Austria e furono oggetto di uccisioni sommarie. A Maribor la cerimonia e la successiva traslazione delle salme.

Un passato doloroso che, ottant’anni dopo, ancora non si può archiviare. Ma un simbolico passo avanti fa sì che sia data quantomeno degna sepoltura a una frazione delle vittime degli odi ideologici della Seconda guerra mondiale. Accade sull’asse tra Lubiana e Zagabria, con il trasferimento da parte della Slovenia di 500 salme di persone uccise dai partigiani di Tito. Si tratta di membri delle milizie ustascia e sospetti collaborazionisti, ma anche di civili, vittime di esecuzioni sommarie nell’immediato dopoguerra.
I resti sono stati consegnati dalle autorità di Lubiana a quelle di Zagabria, con una cerimonia solenne a Maribor, prima della traslazione dei resti in Croazia, attraverso il valico di Macelj. Si tratta, ha specificato il governo croato, di un’operazione mai realizzata prima d’ora tra i due paesi. A presenziare ai riti, il ministro croato dei Veterani, Tomo Medved, e il numero uno del Direttorato sloveno per i veterani, Matjaž Ravbar. Medved parla di «atto umanitario e civile, dopo 80 anni, che garantisce degna sepoltura alle vittime».
I resti sono quelli di croati uccisi in Slovenia alla fine del conflitto, ritrovati in particolare a Trebče, Podstenice, Košnica pri Celju e Cerklje ob Krk. Secondo le analisi, erano tutti uomini tra i 18 e i 40 anni, ma tra loro c’erano diversi minorenni. Ricostruirne l’identità, dopo tanto tempo, è impossibile, dato che la «frammentazione» dei resti non lo permette, ha specificato Medved.
Ma chi erano quelle vittime? Il contesto è quello della metà maggio del 1945, quando il crollo del regime di Ante Pavelić porta alla fuga di migliaia di ustascia e non solo «verso l’Austria, dove vogliono consegnarsi agli Alleati. Arrivano alla frontiera, con una colonna di 200.000 persone, la maggior parte croati, ma anche collaborazionisti sloveni e alcune migliaia di cetnici» serbi e montenegrini, spiega al Piccolo Milovan Pisarri, storico dell’Istituto di filosofia e teoria sociale dell’Università di Belgrado. La colonna è presa in consegna dagli inglesi, ma «riconsegnata all’Armata di liberazione jugoslava, che li stava inseguendo».
Cosa successe dopo «rimane confuso», ammette Pisarri. Di certo, «avvengono massacri, ci sono marce forzate verso campi di concentramento. In Slovenia avvengono i massacri principali, come a Tezno, vicino a Maribor, dove secondo le stime vengono ammazzate 15.000 persone», in gran parte «ustascia e domobranci» sloveni, specifica lo storico, che ricorda come sulle spalle dei collaborazionisti di Pavelić pesino «il genocidio dei serbi, l’eliminazione dei rom e deg ei ebrei». Massacri, quelli del 1945, «su cui c’è ancora molta luce da fare, perché fu tutto tenuto nascosto sino alla fine della Jugoslavia», ricorda Pisarri, ma «la ricerca storica viene ancora spesso ostacolata dalla volontà politica di determinare a priori sia il numero delle vittime, sia la natura di quei crimini».
La traslazione non si configura come un’operazione revisionistica, ha assicurato da parte sua Zagabria. Medved ha sostenuto che la Croazia «condanna tutti i regimi totalitari, nazismo, fascismo e comunismo».
Riproduzione riservata © il Nord Est






