«Troppa manodopera dall’estero»: in Slovenia il premier Janša è di nuovo nella bufera

A far discutere e a creare tensioni è l’operaio kosovaro: secondo il capo del governo «non porta valore aggiunto». Le associazioni: «Frasi discriminatorie»

Stefano Giantin

Vent’anni fa fu la volta del fantomatico idraulico polacco, temutissima figura che avrebbe rubato il lavoro alla manodopera locale europea con salari all’insegna del dumping, dando luogo ad aspre polemiche. Oggi invece, mentre la Polonia ha ormai colmato buona parte del divario economico che la separava dall’Europa occidentale, a far discutere e a creare tensioni è nientemeno che l’operaio kosovaro: perché «non porta valore aggiunto».

Accade in Slovenia, dove infiammano le polemiche su una uscita del premier di centrodestra, Janez Janša. Durante un congresso di manager a Portorose, Janša ha duramente criticato da una parte l’eccessivo peso della macchina burocratica dello Stato – troppi, a suo dire, i 200 mila impiegati pubblici in Slovenia – e dall’altra soprattutto le strategie di importazione di manodopera dall’estero e le «politiche migratorie» del passato, leggi quelle dell’era dell’ex premier di centrosinistra Robert Golob.

L’anno scorso, a detta di Janša, si è toccata quota 150 mila di permessi di lavoro in mano a cittadini stranieri.

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Il premier sloveno Janša con la foto dello “scandalo”

Ma la rotta andrebbe invertita, perché «qualcuno che viene dal Kosovo e lavora per un’impresa comunale, incassa il salario minimo e porta qui la sua famiglia, beh, da una prospettiva nazionale non è un valore aggiunto», ha affermato il primo ministro di Lubiana davanti ai rappresentanti dell’Associazione slovena dei manager d’impresa.

Sarebbe questo uno dei problemi della Slovenia di oggi, che fra un po’ sarà raggiunta in termini di sviluppo economico dalla vicina Croazia, ha aggiunto Janša. Che ha poi assicurato che il quadro tuttavia non è così negativo. «Non stiamo affondando, quindi possiamo affrontare le sfide senza ricorrere a misure di austerità da situazione di crisi», ha chiosato.

Le parole di Janša hanno sollevato un polverone. E non è una sorpresa, considerando il peso ormai assunto dall’immigrazione nel mercato del lavoro sloveno. A giugno erano infatti circa 153 mila gli stranieri occupati nel Paese, agricoltori esclusi, pari al 16,5% degli occupati, un record. I bosniaci sono circa 70.500; a fine 2025 si contavano inoltre oltre 16 mila cittadini serbi. E quasi 15 mila kosovari. Complessivamente, l’83% degli occupati stranieri proviene da Paesi dell’ex Jugoslavia.

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«Quando un primo ministro giudica il valore di una persona in base al suo background, a stipendio e vita familiare, lo riduce in maniera vergognosa a un numero nel bilancio pubblico», la dura replica di Flurina Ametaj, numero uno dell’Unione delle associazioni albanesi.

Si tratta di parole «discriminatorie e umilianti», senza basi, ha aggiunto Ametaj. E l’associazione ha rincarato, denunciando i rischi nel rappresentare «gli immigrati» solo «come un costo». O ancora peggio come «membri inferiori della società». Janša ritratti e si scusi, l’appello di Ametaj, finora inascoltato.

Ma sulle barricate è salita anche l’opposizione. La leader di Levica (Sinistra), Asta Vrečko, riferendosi a Janša ha parlato di dichiarazioni tristi e ingiuriose. «Se c'è qualcosa che non apporta alcun valore aggiunto, è un politico che ha ricoperto incarichi politici ben retribuiti per 35 anni e ha trascorso tutto questo tempo a incitare all'odio contro gli immigrati e diversi altri gruppi sociali», ha affermato Vrečko.

E se la Slovenia perdesse domani i «valori aggiunti», leggi gli immigrati impiegati in una moltitudine di attività, spesso sottopagati, tutti se ne accorgerebbero immediatamente, ha scritto anche il quotidiano Dnevnik.

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