Un mare di Malvasia: Jancris veleggia in Adriatico lungo le rotte del vitigno
Il viaggio lento di un ketch partito da Chioggia e diretto a Ragusa/Dubrovnik alla scoperta delle tracce dello storico vitigno apprezzato dalla Serenissima. Nel primo capitolo del diario di bordo, la tappa a Trieste e gli incontri a Pirano

Questa è la prima puntata di un diario di bordo: attraverso gli scritti di Maurizio Crema racconteremo nei prossimi giorni le tappe del ketch Jancris lungo le Rotte della Malvasia, da Chioggia, a Trieste, all’Istria, alla Dalmazia, per poi arrivare a Ragusa / Dubrovnik.
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Un vino che fa sognare, una rotta per raccontare la sua storia e quella di chi oggi lo produce anche in maniera eroica. La Malvasia è il vino che la Serenissima scoprì in Grecia, sulla costa del Peloponneso, a Monemvasia, la città porto legata alla Laconia da un piccolo ponte medievale di pietra, la sua “sola entrata”. Una roccaforte inespugnabile che divenne un centro commerciale nevralgico per Venezia.
La Serenissima diffuse questo vino forte e dal color dell’oro in tutta Europa, facendolo diventare il primo brand, un nettare per le tavole dei nobili, degli alti prelati e dei ricchi mercanti, un vino errante e ”navigato” che era ed è una garanzia, diffuso in tutte le regioni italiane ma anche in Spagna, Portogallo, nelle isole dell’Atlantico e anche in Sud America, arrivato al seguito probabilmente dei nostri emigranti.

Con il progetto “Sulle Rotte delle Malvasie. Senza confini”, supportato dalla casa vinicola Bottega spa e Banca della Marca, e col patrocinio di Regione Veneto, Comune di Padova, Lega Navale Italiana – presidenza nazionale, Slow Food, vogliamo narrare queste storie di terra e di mare a bordo di una barca a vela entrata nella leggenda - Jancris - che ha già al suo attivo due giri del mondo e oltre 140.000 miglia di navigazione.
Partito da Chioggia il 6 giugno scorso, il ketch a due alberi di 56 piedi di Alfredo Giacon e Nicoletta Siviero è ora diretto verso Cittanova dopo aver toccato Caorle, Trieste e Pirano, nell’Istria slovena.
«Una volta tornato in Adriatico dopo aver navigato per trent'anni negli oceani di tutto il mondo, ho aderito con piacere a questa iniziativa - racconta Giacon - perché concilia due aspetti per me fondamentali del vivere: il viaggiare lento e il rispetto della natura. Alla base della filosofia con cui credo venga coltivata e prodotta la Malvasia. Questa rotta romantica mi ha permesso di tornare a navigare nell’Alto Adriatico dove ho scoperto che, rispetto ai primi anni ’90, è decisamente più pulito. Merito a mio avviso della maggiore sensibilità ambientale delle persone e dell’utilizzo dei depuratori - afferma lo skipper e scrittore -. Questo però non ci deve distrarre dal grande problema delle microplastiche che sta affliggendo l'intero pianeta ed è già entrato nelle catene alimentari».
Antichi porti di pescatori dove il vino come il sale erano basi per il commercio fatto da trabaccoli e barche ancora più piccole, Chioggia e soprattutto Caorle sono anche le porte per raccontare Malvasie di terra strappata al mare, bonifiche che hanno segnato il Veneto come la sua agricoltura che ha perso un po’ di vista questo antico vino che invece nel Carso, nel Collio e in Friuli ha uno dei suoi caposaldi.
Dopo aver attraversato l’Adriatico con scirocco fino a 30 nodi, pioggia e onde alte al traverso, Jancris ha ormeggiato a Trieste dopo 38 miglia e circa cinque ore di navigazione con uno sprazzo di sole e anticipando la bora che avrebbe imperversato per un paio di giorni. Molo Venezia, a due passi non a caso da quello che era il Magazzino Vini, dove veniva stipato il vino arrivato nel porto dell’Impero asburgico dall’Istria e dalla Dalmazia, e a fare la parte del leone sicuramente c’era anche la Malvasia. Non poteva essere diversamente, anche perché una delle comunità di mercanti più attive e potenti di Trieste era quella dei greci. Ma qui, da questo grande e importante porto, dove l’Adriatico finisce, si può davvero pensare di abbracciare una delle culle di questo vitigno a partire dal Carso, dove affonda le sue radici nella roccia calcarea e produce vini di grande mineralità, sapidità e struttura, spesso vinificati con lunghe macerazioni sulle bucce.
«Un tipo di coltivazione spesso eroica, dove l’uomo conquista la terra da lavorare e che rende questo vino unico», racconta Patrizia Loiola, vice presidente di Slow Food Veneto e grande appassionata di questo vino tanto da essersi “imbarcata” in questa spedizione. Più in là, sul Collio e i Colli Orientali, la Malvasia viene coltivata sulle marne arenarie, acquisendo aromi più intensi e floreali. E poi guardando verso la pianura e il litorale si arriva alla zona del Doc Friuli Isonzo fino alle Grave dove il microclima più mite regala a questo vino un tono più immediato, fresco e floreale.
«È proprio corretto dire Malvasie senza confini. Se guardiamo alla storia, questo vitigno ha fatto un percorso molto interessante arrivando non a caso nei nostri territori con barche e commerci. Oggi nella nostra regione è diventato praticamente autoctono vista la sua specificità e le caratteristiche che vengono esaltate dai suoi produttori – afferma Stefano Zannier, assessore alle risorse agroalimentari della Regione Friuli Venezia Giulia, in visita a Jancris nella sua sosta a Trieste – sicuramente diverse rispetto ad altre regioni. Ma bisogna guardare sicuramente a un insieme, alle tante varietà di Malvasia, che ne hanno consentito l’evoluzione facendolo diventare un vino molto conosciuto e apprezzato. Una rotta come la vostra, che metta insieme storia, prodotti e caratteristiche di questo vino, penso sia il modo migliore per rendere omaggio a una delle nostre eccellenze». Con una barca a vela come Jancris che ha rappresentato la regione nel mondo. «Qui siamo a Trieste dove la barca a vela dà spettacolo, ma è soprattutto una grande passione, credo che non ci sia per voi posto migliore per approdare», conclude Zannier.
Poche miglia, una quindicina, per arrivare a Pirano, gioiello serenissimo in terra oggi slovena dove i giganteschi magazzini del sale sono diventati la dimora di barche a vela storiche e tradizionali in un museo del mare curato con amore da Uros Hribar e da Flavio Bonin: «La coltivazione della Malvasia qui a Pirano è iniziata dal XV secolo. Ora l’istituto di Capodistria sta facendo delle indagini genetiche per capirne la provenienza – spiega Bonin –. Il vino veniva poi portato a Venezia con trabaccoli, brazzere. Servivano a trasportare anche olio, sale, era un commercio quotidiano con Venezia. Ma questo era anche un importante centro culturale e da queste parti, a Isola, operava un grande cartografo, Pietro Coppo, noto per la prima stampa particolareggiata dell’Istria e anche per la sua carta del mondo dove nel 1524 compariva già l’America».
«La Malvasia è un vino importantissimo per la nostra zona, arrivato secoli fa probabilmente dalle Grecia e che qui ha importanti produttori. Un progetto come il vostro delle Rotte delle Malvasie è importante perché ci permette di essere sempre più nella mappa delle varietà mondiali. Qui i legami con l’Italia e Venezia sono secolari e noi li portiamo avanti attraverso l’attività della Comunità nazionale italiana: siamo in circa 1.200 e nei quattro comuni costieri sloveni meno di 4.000 – afferma il vicesindaco di Pirano Christian Poletti –. Qui vige il bilinguismo e ci diamo molto da fare per tutto quello che riguarda la cultura italiana, ci sono scuole dedicate, circoli, molti di noi parlano a casa il dialetto istro-veneto. È un legame ancora forte e quest’anno siamo molto orgogliosi per il ritorno del quadro di Vittore Carpaccio, Madonna in trono col Bambino e Santi, che dopo 80 anni è tornato nella sua sede originale, nella chiesa di San Francesco».
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