In Serbia una fabbrica di droni targati Israele: c’è l’intesa con Elbit
Annunciata anche una “robotizzazione” delle forze armate. Il presidente Vučić: «Sicurezza peggiorata da inizio anno»

Da una parte un’intesa con un controverso colosso israeliano per la produzione di droni, un affare che farà a lungo discutere, ben oltre i confini nazionali. Dall’altra, la promessa di nuovi investimenti nell’esercito, persino con la costituzione di un battaglione “robotizzato”.
Una delle giustificazioni, che faranno alzare la tensione nella regione: rispondere alla minaccia di una presunta alleanza militare in fieri, in chiave anti-serba. Sono i contorni della sempre più marcata accelerazione verso il riarmo da parte della Serbia, già oggi diventata una mini-potenza militare nei Balcani. Ma, per la leadership al potere a Belgrado, non basta.
Il quadro è stato corroborato dall’annuncio del presidente serbo Aleksandar Vučić, che ha svelato un imminente “matrimonio”: quello tra Israele e Serbia. Serbia che «non è capace di produrre droni come Israele» e per questo ha deciso di stringere un accordo con un colosso di Tel Aviv. «Lavoreremo insieme», nei Balcani, per realizzare una fabbrica di droni e «sarà tutto diviso a metà» tra Belgrado e Tel Aviv «e così avremo i migliori droni in questa parte del mondo», ha illustrato Vučić.
Il presidente serbo non ha fatto nomi, ma tutto indica, come rivelato da Haaretz e Birn, che i protagonisti dell’affare saranno il gigante serbo dell’import-export di armamenti, la Yugoimport-Sdpr, e l’israeliana Elbit, uno dei maggiori attori nel comparto difesa a Tel Aviv, che fornisce gran parte dei droni impiegati dall’esercito israeliano.
Attore anche fra i più discussi. Svariati fondi pensione stranieri, ma anche colossi finanziari come Hsbc e Axa – e la Spagna – negli anni passati hanno per esempio deciso di riconfigurare la loro esposizione in Elbit, a causa del coinvolgimento dell’azienda israeliana nella produzione di sistemi di sorveglianza nella West Bank, nella produzione di bombe a grappolo e nelle forniture di sistemi d’arma usati a Gaza.
Tutto ciò non sembra essere un ostacolo per la Serbia di Vučić, che cerca non solo di avere armi più moderne ma anche di esportarle, mentre Tel Aviv avrebbe interesse a insediare una «catena di produzione» all’estero, lontano dal Medio Oriente in fiamme, ha spiegato l’analista Vuk Vuksanović.
Va sottolineato che, anche prima degli abboccamenti con Elbit, l’export di armi serbe verso Israele è cresciuto di 42 volte dal 2023. Altri numeri sono altrettanto esplicativi. A inizio 2025, la Serbia ha già infatti fatto affari con Elbit, acquistando per ben 355 milioni di dollari i sistemi Puls e Hermes, mentre l’estate scorsa ha sborsato 1,6 miliardi per missili a lungo raggio, droni ed equipaggiamento per la guerra elettronica. Senza dimenticare i Rafale francesi in arrivo, ma anche aerei ed elicotteri Airbus e missili e droni cinesi. E non è finita.
Sempre Vučić, oltre all’intesa con Israele, ha annunciato una «strategia di robotizzazione» delle forze armate, con la formazione di un battaglione dotato di «piattaforme robotiche» non meglio precisate.
Ma come giustificare investimenti così forti nel comparto difesa, in un Paese che, seppur in crescita, non naviga nell’oro? Vučić non è entrato nei dettagli. Ma ha suggerito che la situazione sul fronte sicurezza sarebbe «peggiorata», rispetto a gennaio.
Soprattutto a causa della presunta «alleanza militare tra Zagabria, Tirana e Pristina». Sulla stessa linea, anche Milorad Dodik che, da Belgrado, ha sostenuto che l’alleanza rappresenterebbe una minaccia per il popolo serbo.
La filosofia di Zagabria è «la deterrenza, nessuna azione aggressiva», la risposta del ministro della Difesa croato Ivan Anušić.
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