La volontà dell’Ue di accellerare sulla Serbia è frenata da otto Paesi membri
La Commissione europea vuole aprire il “cluster 3” per la Serbia ma Paesi Bassi, Svezia, Finlandia e altri cinque Paesi si oppongono. Tra i tanti dubbi, la sua apertura verso Mosca e Pechino e la controversa riforma giudiziaria

Da una parte la Commissione europea che, consapevole del crollo del numero degli europeisti e della “deriva” verso Mosca e Pechino, sceglie di muoversi per ancorare il Paese balcanico alla Ue, facendo ripartire i negoziati d’adesione, da anni in stallo totale. Dall’altra un pugno di Stati membri, Paesi Bassi in testa, che si mettono di traverso. Perché il “premio” offerto da Bruxelles non sarebbe meritato.
Sì all’adesione, ma negoziati bloccati dal 2021
È lo scenario che riguarda la Serbia, Paese chiave per la stabilità nei Balcani occidentali, con Belgrado che assicura a ogni piè sospinto che l’adesione alla Ue rimane una sua priorità strategica.
Dal dicembre del 2021 tuttavia la Serbia non riesce ad aprire più alcun capitolo negoziale con Bruxelles. Cosa fare, per non perdere del tutto per strada Belgrado? Aprire almeno il “cluster 3” su crescita inclusiva e competitività, forti del fatto che la Serbia avrebbe soddisfatto i requisiti in questo senso già da anni.
È la posizione che sta portando avanti la Commissione europea a guida Ursula von der Leyen, che ha inviato ai Paesi membri della Ue una “nota informativa” per giustificare l’apertura del cluster.
Errori rimediati?
La Serbia avrebbe «rimediato» agli errori compiuti di recente, in particolare la controversa riforma giudiziaria implementata attraverso le cosiddette “leggi di Mrdić”, ha sostenuto la Commissione. Certo, Belgrado deve impegnarsi molto di più «su sistema giudiziario e magistratura», ma il Paese va ancorato alla Ue.
«La Serbia è di fatto bloccata proprio su questo punto da quasi cinque anni. Sarebbe difficile sostenere che le riforme complessive attuate dall’amministrazione statale serba dal 2022 non giustifichino un progresso così modesto nel processo» di adesione, ha spiegato da parte sua il ministro serbo per l’Integrazione europea Nemanja Starović, aggiungendo che l’apertura del cluster 3 è «da lungo tempo» un passo praticamente dovuto.
Ma per accendere il semaforo verde al Consiglio serve l’unanimità. E non tutti sembrano essere d’accordo con la Commissione europea e con Starović, che ha avvisato che un nuovo stop alla Serbia andrebbe considerato come «un regalo alle forze anti-europeiste in Serbia e in tutto il continente».
Giano “tri-fronte”
Lo ha confermato, tra gli altri, Politico, che ha svelato ne giorni scorsi l’esistenza di una profonda divisione interna alla Ue sull’atteggiamento da tenere verso la Serbia, Giano “tri-fronte” in politica estera, con un occhio rivolto all’Unione e mani sempre tese verso Mosca e soprattutto verso Pechino.
E problemi irrisolti su riforme, Stato di diritto, libertà dei media e stato di salute della democrazia. Sarebbe questa, in particolare, la posizione dei Paesi Bassi, che hanno evocato dietro le quinte l’intenzione di porre il veto contro Belgrado, spalleggiati da almeno «altri due Stati membri della Ue», ha aggiunto Politico, senza fornire ulteriori dettagli.
L’intransigenza di otto Paesi
Non si pensi neppure di aprire il cluster 3, la posizione del gruppo degli intransigenti. Perché? Perché «promuovere la candidatura di adesione di un Paese che intrattiene strette relazioni con la Russia invierebbe un messaggio sbagliato, soprattutto considerando che Ucraina e Moldavia non hanno ancora aperto» negoziati formali, ha scritto Politico, riportando la posizione dei “duri”.
E i duri si sono fatti sentire. Come riferito anche dall’Ansa, alla riunione degli ambasciatori dei Ventisette mercoledì a dire no all’apertura del cluster 3 per la Serbia sono stati i Paesi Bassi, ma anche Svezia, Finlandia, Belgio, Estonia, Lituania, Bulgaria e Croazia, che si sarebbero «chiaramente ed esplicitamente» dichiarati contrari alle raccomandazioni della Commissione e ai desiderata di Belgrado – mentre l’Italia si è schierata a favore.
Le ragioni? Criticità sullo stato di diritto, mancato allineamento alle sanzioni Ue contro Mosca e l’impegno troppo debole della Serbia verso il percorso europeo.
Spetterà ora all’Irlanda, che detiene la presidenza di turno del Consiglio dell’Ue, decidere se e quando convocare una nuova discussione. Le stesse preoccupazioni sono state espresse dagli eurodeputati che sempre ieri, a grandissima maggioranza, hanno adottato un assai critico rapporto sulla Serbia, prodotto dal relatore Tonino Picula.
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